venerdì 4 marzo 2011

Rovigo e Ospreys, identità e orgoglio

Proverò a narrarne nel modo il più distaccato che riesco. Correrò il rischio di essere frainteso: tanto le polemichette virtuali non le schivi con la vasellina. Piuttosto mi dichiaro sin d'ora spiaciuto per ogni involontario campanilismo e soprattutto per la divagazione extrasportiva con cui affliggerò gli ignari avventuratisi in questo post apparentemente cronachistico, in realtà banalmente sentimentale.

Lo spunto è una piccola-grande notizia: Rugby Rovigo Delta (in foto: la squadra 1966-'67, con "Maci" Battaglini ) e RWE Ospreys Rugby hanno formalizzato un accordo di collaborazione su una serie di nuove iniziative riguardanti " scambi di competenze tecniche e risorse, al fine di migliorare l'assetto organizzativo, le capacità commerciali e competitive delle due organizzazioni".
Se ne ricava l'impressione che la categoria più appropriata in cui incasellare questo accordo sia quella del gemellaggio: investimenti zero, tante chiacchiere e distintivo, strette di mano e inviti a cena. E poi magnando e bevendo, magari prima o poi qualcosa salterà fuori: "ottimizzare le risorse", "esplorare nuovi territori", "attingere ogni conoscenza dell'altrui rugby", "opportunità di sviluppo per giocatori ed allenatori", per adesso c'è solo queste vaghezze un po' fumogene. Sperabile almeno qualche scambio-vacanza per i giovani e seminari tra allenatori e preparatori.
Ciò ricorda, se vogliamo, più l'affiliazione del brasiliano Cascavel Rugby Clube agli Aironi che non Rovigo associato alla Celtic League per via gallese; ciò nondimeno si tratta di un bel segnale in linea con la filosofia di sempre del club polesano. I meno addentro alle mentalità locali potrebbero scambiare l'annuncio come la rottura di un fantomatico "unanimismo veneto", raccoltosi per necessità se non per amore attorno alla bandiera biancoverde della Benetton Treviso, cui s'è "piegata" con molto realismo persino la storica rivale Petrarca. Nella realtà, chi segua le vicende del rugby ben sa che Rovigo s'è sempre chiamata fuori da ogni prospettiva comunitaria. Il punto veramente qualificante dell'accordo, la notizia direbbe il giornalista, più che il distacco dai destini di Treviso (mai stati uniti) è piuttosto l'abbozzo di una strategia per l'agognata "via polesana all'autonomia": no ad alternative domestiche, Fir solo quanto basta e padroni a casa loro, almeno nel rugby. E se son rose ...
Rugby Rovigo balla da sola, pare essere l'orgoglioso sottotitolo, del tutto allineato all'approccio e alla mentalità del club e della sua gente, in quella sorta di piccolo Galles nostrano, con poche pecore ma molto agribusiness, dove il rugby è lo sport (borghese) nazionale.

"Co' Rovigo no' me intrigo
" cioè con Rovigo non ci si interconnette, non val la pena di stabilire interscambi, si dice nel resto del Veneto. E' un sentimento di distacco più che ricambiato, direi ostentato quasi a mo' di senso identitario dai Rodigini stessi. A partire ovviamente dal "bersaglio" favorito, la limitrofa Padova, un odio atavico che non si spiega con inesistenti conflitti in epoca comunale, come invece ce ne furono tra Padova e Vicenza, Verona, Venezia; probabile che all'origine ci fosse la provenienza di molti dei Paroni dei latifondi bonificati, anche se sovente i proprietari ultimi eran antiche e distaccate famiglie patrizie veneziane.
In effetti sin dal crollo dell'Impero d'Occidente, quella che si estende tra l'Adige e il Po o meglio, tra i Colli Euganei e Ravenna era una zona di confine, acque e terre in costante e mutevole sovrapposizione. Quando Carlo Magno a fine dell''Ottavo Secolo tracciò i confini dei territori che aveva promesso al Papa (e mai diede tutti), partì da Luni sulla costa tirrenica, passò per Modena e Mantova e finì più a nord del Polesine, a Mons Silicis: oltre a est c'era Venetia e tra i Colli Euganei e Bononia, la frontiera ideale dai tempi di Longobardi ed Esarcato, il territorio cuscinetto perfetto, fatto di paludi poco popolate.
Terra di frontiera il Polesine rimase per secoli, anche dopo l'incorporazione nella Serenissima; era un piccolo Far West senza oro e indiani ma con nuove terre da coltivare man mano che veniva bonificato, da cui investimenti fondiari, necessità di braccia e possibilità di sfamarsi. Come tutte le "Basse" venne popolato con genti "di risulta": ex soldati S-ciavoni (slavi), migranti per fame dalle montagne, galeotti etc. Sviluppatasi la città e una borghesia, i distinguo identitari col resto del Veneto, tolta la sola Beneamata, riguardavano come detto particolarmente la Città del Santo, ed erano coltivati dalle generazioni borghesi, cresciute controvoglia "fuori sede" quando c'eran solo le Università quelle "vere" (Padova, Bologna, Pavia, Pisa ...; altro che, senza nulla togliere, Camerino o Ferrara); il travaso al rugby fu un passo breve e impercettibile.
Il tutto per giustificare che siamo in linea con sempre, l'annuncio del "gemellaggio" con gli Ospreys non segna rotture o sorprese clamorose, nè dal punto di vista rugbistico nè tantomeno culturale - cose che a Rovigo, ci consentirete il sarcasmo finale, in larga parte coincidono. Era solo una scusa anche nostra, per fare una ampia planata in deltaplano dal Mons Silicis di Carlo Magno e poi di Federico II, attraverso la Bassa padovana giù verso sud e a est, nella Terra dei canali in Mezzo ai Fiumi e nel Delta.

2 commenti:

GiorgioXT ha detto...

ABR, correggi la didascalia ! è Maci Battaglini, non Checchinato...

Tornando IT , Io spererei in questo gemellaggio per il rilancio delle giovanili rovigotte , da troppi anni lontane dalle posizioni alte

Abr ha detto...

Oooopppsss, sorry per il refuso, grazie! Auspicio condiviso.

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