sabato 19 giugno 2010

Frullato gallese in Nuova Zelanda


Carisbrook, Dunedin: New Zealand 42-9 Wales

Erano gli ultimi All Blacks di scena al Carisbrook di Dunedin: e sono stati spietati contro un Galles frastornato da una tattica semplice e perfida. La Nuova Zelanda si impone 42-9 sui red dragons di contropiede: visto che siamo in tempi di Coppa del Mondo di calcio, i ct delle nazionali dovrebbero dare un'occhiata a quello che hanno combinato gli uomini di Graham Henry nel primo tempo. Hanno atteso i gallesi, li hanno fatti giocare, pareva quasi che fossero finalmente - i gallesi - una squadra disposta a giocare dal primo minuto, conquistando terreno e muovendo il pallone. A quel punto, dopo il break iniziale di 6-0, i padroni di casa hanno mosso due volte palla in avanti e per due volte sono andati in meta, mettendo le basi per l'offensiva nella seconda parte dell'incontro.
Il Galles non batte la Nuova Zelanda dal 1953 e non ci è mai riuscita sul suolo nemico: ipotizzare che possa cancellare la maledizione il prossimo week end è roba da matti. Eppure aveva cominciato bene, mettendo pressione su Dan Carter, andando a sporcare i suoi rilanci e stoppandoli. I primi minuti sono tutti di marca boreale: al 3' Stephen Jones segna di drop, mettendo in chiaro la strategia di Warren Gatland, vale a dire raccogliere tutto il fieno possibile. Gli AB faticano a focalizzare, il drop di Jones nasce da una palla persa in ruck da Boric, l'ovale si muove lentamente e mai per linee verticali. I gallesi al contrario attaccano in più fasi, compatti, senza azzardare passaggi che sono costati caro nel 6 Nations. Phillips fa da registra, con gli avanti che allargano il più possibile l'area di attacco puntando sul lato chiuso del campo con una serie di raggruppamenti e i cross kick per ribaltare il fronte. Fatica che genera però solo tre punti: al 15' Halfpenny centra i pali dalla piazzola da metà campo, ma dimostra che il Galles può andare a segno dalla lunga distanza.
Due discese, due mete - A questo punto i kiwis decidono che è il momento di infilzare il nemico: calcetto di Cowan che supera la linea di difesa nei 22, il giovane Prydie pressato si rifugia in rimessa laterale corta. Dalla touch si arriva in mezzo al campo, l'arbitro irlandese Clancy concede un calcio indiretto, il mediano di mischia neozelandese esplora veloce gli ultimi metri di trincea gallese prima del sopraggiungere di Mealamu che spinge l'ultimo metro e schiaccia in mezzo ai pali. Carter converte ed al 19' è 7-6.
L'apertura si ripete su punizione e non sbaglia come aveva invece fatto ad inizio partita. E' chiaro dai volti gallesi che il colpo da digerire è pesante, ma si riorganizzano e provano a ripetere la prima parte di gara, puntando nuovamente sul lato chiuso per poi allargare. Ma impostata la ruck sulla fascia sinistra e una volta spostati tutti sul lato aperto all'attacco, non rimane nessuna guardia a proteggere il proprio lato chiuso: Corey Jane al 31' non deve far altro che raccogliere l'ovale mal gestito dai rossi e correre fino nei 22 avversari, evitare senza patemi le chiusure di Prydie e Jonathan Thomas e marcare la seconda meta dell'incontro. Carter manca la conversione, ma adesso è tutta un'altra musica.
Il Galles comincia a mancare i placcaggi (saranno 19 contro 4 all'ottantesimo), perde terreno l'impatto, è tornato ad essere quello dei primi tempi con Francia e Scozia durante il Six Nations. C'è solo il piede di Jones che prova a tenerlo a galla e si va negli spogliatoi sul 15-9.
Secondo tempo - La ripresa è all'insegna dei padroni di casa: McCaw e l'esordiente Victor Vito vestono i panni dei ball carrier, Brad Thorn è una spina nel fianco, mentre la rimessa laterale gallese scricchiola. Il nervosismo si fa sentire tra le maglie rosse, Byrne non ha mai un inserimento per creare superiorità numerica, ad Halfpenny non è concesso lo spazio per prendere velocità, al piccolo Prydie viene riservato un particolare trattamento, mentre la coppia di centro Bishop-Roberts non garantisce l'impatto che occorre per uscire dall'impasse. Carter allunga al 50' e al 52', il vecchio Woodcock rileva il giovane BJ Franks davanti, il giovane Biggar prende il posto di S. Jones infortunato e in apnea.
In ogni reparto gli ospiti vanno in difficoltà ed è solo questione di tempo per il tracollo: Rokocoko risale il campo dai propri 22, le maglie avversarie sono larghe, Jane gli va in sostegno e a completare l'ennesimo perfido contropiede è ancora Carter. Dopo 52 minuti è 25-9.
Richard Kahui, entrato all'intervallo al posto di Israel Dagg, riesce nel compito di immobilizzare le gambe di Halfpenny mentre tutto il Galles perde smalto e velocità. La resa arriva in occasione della seconda meta di Carter che brucia Byrne per il 35-9 a dieci minuti alla fine. L'ultimo sussulto è proprio di Kahui che schiaccia nuovamente l'ovale due minuti dopo Carter. Finisce 5 mete a zero, il Galles non riesce nel disperato, orgoglioso tentativo di marcare grosso.
Gli All Blacks in ottanta minuti percorrono 723 metri con la palla in mano, il Galles solo 208. Una galoppata vincente che nasce quando, sapientemente, i neozelandesi fanno divertire il topo fingendo di essere gatti sornioni. Poi smettono di fare le fusa e tirano fuori gli artigli. Ai visitatori probabilmente l'impresa era parsa possibile dopo il primo quarto d'ora, quando la loro grinta si poteva misurare anche dal timbro di voce alto, deciso, categorico nel predisporsi in campo e nell'infastidire le rimesse avversarie (in particolare con Mike Phillips).
Ma gli AB hanno mantenuto la calma e fatto finta di nulla. Anche quando hanno spedito una maori a cantare l'inno in gallese prima del fischio iniziale. Già allora si poteva capire che stavano solo scherzando.

Oltre la beffa, il danno: Stephen Jones e Andrew Bishop vengono portati dal campo in ospedale a fare i raggi, il tour per loro potrebbe finire qui.

1 commento:

Abr ha detto...

Cose che capitano a chi sfrutta la propria superiorità manovriera (iniziale) puntando ai tre punti, mentre gli avversari puntano ogni volta ai sette, in virtù dei migliori skill individuali, sfruttando magistralmente gli errori - quello che giustamente definisci "contropiede".
E così, i rossi accumulano il 6-0 con fatica ma Cowan scombussola la difesa e i neri erano già in vantaggio con la prima azione d'attacco; alla mezz'ora, altra azione individuale su errore rosso e l'ultima partita nella House of Pain finisce lì, sul 15 -9.
Il resto per l'appunto è solo Pain per i caratterialmente fragili rossi.

Bisognerà ricredersi dal sottovalutare questi AB così killer instinct, contemporaneamente vecchi (Mealamu, Rokocoko, McCaw, Carter) e nuovi (i Franks, Jane, Dagg, Vito): il TriNations si fa più interessante.

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