lunedì 14 marzo 2011

L'Inghilterra fa e disfa con la testa altrove

Six Nations - Twickenham
England 22 - 16 Scotland


Giusto per rimarcare che le vittorie nel rugby non sono facili, anche se sulla carta sei la squadra favorita. A Twickenham, davanti a 82.000 persone, l'Inghilterra batte la Scozia 22-16, vincendo la Calcutta Cup e mantenendo vive le speranze di Grand Slam in questo Six Nations, come ricordano i media di lassù. Che così sbrigano freddamente un pomeriggio ad alta tensione in quel di Londra: se la truppa di Martin Johnson avesse perso, i calamai avrebbero partorito qualcosa con più appeal. Gli inglesi hanno fatto, disfatto e tradito una mancanza di concentrazione, forse attizzati dall'impegno decisivo della prossima settimana a Dublino, contro l'Irlanda, dove conquistando l'ultimo scalpo festeggerebbero un torneo perfetto. Che alla lunga qualche inclinazione nelle performance si registrino, è fisiologico. Ma sia su una panchina che sull'altra i coach si sono inalberati parecchio. Tant'è: i bull dog con il respiro affannoso hanno fatto un piacere anche all'Italia di Nick Mallett. Metti mai che gli scozzesi espugnassero Twickenham... Fatto sta che quella di Andy Robinson è una squadra spinosa come i cardi, che ci mette cuore e agonismo, mancando abbastanza regolarmente nella continuità, nell'attenzione dai dettagli che le rovinano i giochi. Però sempre spinosa è.

Decide la meta del rientrante Tom Croft al minuto 67, forse al primo ovale che tocca in Nazionale dopo un sacco di tempo, dopo che Johnson ha cambiato i connotati dal XV iniziale, mediana compresa, richiamando la Vecchia Guardia (capitan Tindall a parte, escluso dalla ripresa per lo scorno di Zara in tribuna), per fargli dimenticare gli orrori che i titolari stavano infliggendo a lui e a tutti gli spettatori. A fare però la vera differenza è il gap tra le due in campo, perché gli ospiti hanno la forza e la determinazione per reagire al 74', con la meta di Max Evans che riapriva i giochi, prima che a scrivere la parola fine sia il piede di Jonny Wilkinson dalla piazzola. E' emblematica come scena di quanto accaduto nei restanti ottanta minuti.

La Scozia parte bene, nonostante il tallonatore Ross Ford e i saltatori sbaglino le prime due rimesse, ma in compenso smuove il tabellino con un penalty di Chris Paterson dopo quattro minuti. E' lo stesso estremo a rendersi protagonista di una saettata tra le maglie avversarie che permette alla terza linea Kelly Brown di puntare per l'area di meta: a quel punto cerca un riciclo per Rory Lawson che arriva troppo veloce e sciaguratamente non controlla l'ovale, perdendolo in avanti. Non è d'altronde la prima volta in cui si vedono gli scozzesi partire bene - e sprecare sul più bello. Di certo c'è che gli scozzesi provano a fare offload e li negano regolarmente agli avversari. I padroni di casa rimettono a posto le cose con gli avanti, che conquistano in mischia un calcio di punizione che Toby Flood non consegna ai pali, ma si rifà al 15', mentre il tallonatore Dylan Hartley getta l'unica touche sbagliata inglese dell'intero match.

Evans riesce a scavalcare il Vallo di Adriano cinque minuti più tardi, dopo una serie di fasi che vanno alla ricerca della profondità, quello che viene chiesto in particolare all'apertura titolare Ruaridh Jackson, ma viene steso con placcaggio irregolare e allora si passa per il piede del solito Paterson che non sbaglia per il momentaneo 3-6. Un vantaggio che dura poco, perché al 23' Flood punisce con altri tre punti il fischio ai danni di Nathan Hines che non rotola via dopo un placcaggio è di nuovamente parità. Ma è solo alla mezz'ora che arriva il primo vantaggio inglese, grazie alla mischia che va a guadagnarsi un altro fallo dai dirimpettai e così al 30' il punteggio dice 9-6.

Potrebbe essere il momento ideale per spingere sull'acceleratore, prima di andare negli spogliatoi azzoppando gli Highlanders. Ma non è il pomeriggio giusto. Non c'è quell'animus pugnandi da parte degli inglesi che dovrebbe fare la differenza, c'è al contrario molta imprecisione. Alla fine dei conti, sono ben 21 i turnovers di quelli che ambiscono al Grand Slam, contro gli otto calcolati agli scozzesi. Sono pur sempre gli inglesi a produrre massa maggiore di gioco (il vantaggio nel possesso palla è imponente) ma è sterile, perché il distacco non c'è, non si avverte, non saltano mai l'uomo. Fanno e disfano e vengono pure graziati da una Scozia che non riesce a scattare oltre, pur mostrando buone individualità come quella del centro Joe Ansbro che pare essersi ripreso nel corso delle ultime due uscite, dopo aver fatto bene contro la Francia ed essersi trasformato in gambero contro la Scozia, lui come tutto il resto del team.
L'allungo dei padroni di casa non c'è, arriva quindi un nuovo pareggio dal drop di Jackson al 40' e così all'intervallo siamo sul 9-9. Pare quasi che debba ripetersi quanto accaduto un anno fa, con il 15-15 finale del Murrayfield (ma sarebbe dal 1989 che non capita a Twickenham, dove dal 1987 gli scozzesi non passano).

La ripresa non fa nulla per fugare il dubbio. Mike Tindall deve abbandonare il campo zoppicando, al suo posto entra Matt Banahan: un altro trequarti grosso e possente, ma non si vede quell'abrasione che sanno combinare i tipi come lui e Chris Ashton. Il più vispo come spesso capita è Mark Cueto nel triangolo allargato, al di là di Ben Foden che ha tutta la sua resistenza fisica nel momento dell'impatto, consentendo di mantenere vivo il possesso. Si vedono scene però, del tipo Hartley che calcia il pallone per allontanare la pressione: d'accordo che l'arbitro, il francese Poite - in seguito costretto a dare forfait per uno stiramento - aveva fischiato un fallo, ma se l'azione fosse proseguita non si sarebbe sviluppata in altro modo.


La Scozia dispone di alcuni ovali pericolosi, si incespica nelle scelte disparate della seconda linea Richie Gray che dovrebbe fare lo sherpa, ed invece va a schiantarsi contro la parete. Robinson si arrabbia come una furia dalla sua postazione per le occasioni perse e scende i gradini fino alla panchina, ordinando a Dan Parks di tenersi pronto. Inserendo lui per Jackson, vuole passare per il gioco al piede. Entra anche Mike Blair in mediana e il primo pallone che tocca fuori da una mischia ordinata, lo butta via. In più, il flanker John Barclay viene ammonito per un fallo in ruck e consente a Flood di aprire le marcature nella ripresa, al 57', vicino ai pali. Nel frattempo entrano Wilko, Simon Shaw, Croft e Steve Thompson.
Gli ospiti cominciano a tirare il fiato, i mastini a digrignare i denti. Si sveglia come si deve James Haskell che crea un break che apre la strada ad Ashton e poi a Foden che viene portato fuori a ridosso della meta da Paterson, che tira fuori tutti i muscoli che ha e anche quelli che non sapeva di avere. E' solo un preludio, perché di nuovo Haskell mette in moto l'attacco inglese che si chiude stavolta bene con Croft che va a schiacciare in meta al 67' per il 17-9 con la trasformazione di Wilkinson.

Sembra quasi fatta. Alasdair Strokosh entra per Hines e la Scozia è di nuovo a parità numerica con ritorno di Barclay. L'Inghilterra non sa chiudere questa dannata partita e Evans la riapre a modo suo, da una rimessa sui cinque metri avversari. Se la costruisce saltando le due guardie davanti a lui con un calcetto che riacciuffa e chiude con il touchdown al 74'. Paterson, che porta i segni del placcaggio in precedenza su Foden, si presenta comunque alla piazzola e firma la trasformazione per per il 19-16 che manda in bestia Johnson.
Per portare a casa la partita, Wilkinson prova un drop, come ci aveva provato minuti prima Parks, ma in entrambi i casi la pedata è fuori traiettoria. In compenso l'apertura del Tolone ha a due minuti dal fischio finale l'occasione per piazzare tranquillamente il calcio di punizione che riporta i suoi a +6. Quello che basta, sufficit: gli avanti fanno loro il kick di ripartenza e lo nascondono agli scozzesi, poi a tempo scaduto lo stesso Wilko lo spara in tribuna. Ora l'Inghilterra potrà davvero pensare alla disfida di Dublino, dove con la testa c'era già da oggi, prima di accorgersi che c'era un'altra partita da giocare.

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