giovedì 14 febbraio 2013

SuperRugby time

Hey occhio gente: nel weekend della finestra senza Sei Nazioni, sopra a tutti i campionati boreali in pieno svolgimento e ricchi di "madness" anche se non è ancora march (sorry per le mai sopite memorie di college basketball), parte, decolla o "scatta" secondo gusti e livello, il di molto glamorous torneo di apertura del rugby australe, il SuperRugby.

Come lo abbiamo lasciato l'anno scorso: le XV squadre divise per la prima volta in Conference nazionali da 5 franchigie ognuna, vinte rispettivamente in stagione regolare da Stormers, Chiefs e Reds , campioni 2011 partiti male anche perché orfani per tutta la stagione di Quade Cooper, ma a cui all'ultima giornata è riuscito il sorpasso sugli inesperti Brumbies di Jake White. Nei playoff finali prevalevano per la prima volta gli ousider neozelandesi Chiefs basati a Hamilton, Waikato, la sesta squadra vincitrice del torneo in 17 anni.
I vincitori della New Zealand conference  attuavano un percorso dominante che nessuno s'aspettava data la relativa inesperienza della squadra e la pessima stagione precedente. Terminavano però il torneo solo al secondo posto generale dietro agli Stormers di Città del Capo, per via di come dire, un tirare il fiato nell'ultimo paio di partite quando erano già aritmeticamente qualificati ai playoff. Potevan rimanere offesi: in semifinale trovavano i cani grossi e sempre famelici, i Crusaders, ma riuscivano a sfruttare il fattore casalingo prevalendo alla fine per soli tre punti, quanto bastava in un incontro thrilling. La seconda svolta fortunata della stagione, mentre  i Chiefs eran già rassegnati ad andare a Città del Capo per la finale, era la vittoria degli Sharks fuori casa sugli Stormers nell'altra semifinale tutta sudafricana: significava finale in casa, in cui travolgevano la esausta squadra di Frederic Michalak , sesta e ultima qualificata ai playoff quindi da percorso tutto in trasferta (tra Continenti, mica le due orette per arrivare a Shannon) con un sonoro 37-6.

La novità della stagione arriva dal Sudafrica, i Southern Kings basati a Port Elizabeth entrano tra le quindici elette al posto dei Lions di Joburg, cosa che ricorda nelle premesse il giro nostrano Aironi-Zebre e che verosimilmente produrrà gli stessi effetti sul piano più propriamente sportivo. Lions che comunque avranno il diritto di sfidare (con che giocatori?) la franchigia sudafricana che finirà ultima e, in caso di vittoria, riguadagnare il posto nel SuperRugby, in attesa di future espansioni del torneo post 2016.
Future espansioni che verosimilmente escluderanno l'area più logica in termini sportivi, ma non organizzativo-finanziari: le Isole Pacifiche (troppo utili a tutti come "serbatoio"), toccando probabilmente Argentina e Giappone o, secondo i più visionari, allargandosi in un takeover globale verso i promettenti mercati nordamericani, ultimamente attirati nell'orbita australe inserendone le Nazionali nel Pacific Nations Cup dopo l'abolizione della Churchill Cup boreale. Geopolitica del rugby: e che dovrebbe fare l'Irb, visto che noi Europei preferiamo starcene asserragliati a vedercela tra noi, coi fioi come si direbbbe in Veneto: non riusciamo manco a ridisegnarci la struttura delle coppe, figurarsi se riusciamo a pensare alla crescita.
Staremo a vedere; se una volta il trasporto via nave determinava l'esigenza delle tournèe estive (sopravvivono quelle dei British Lions), adesso rischiano di non bastar più nemmeno gli aerei: per spostarsi agevolmente e ripetutamente attraverso i fusi orari e le distanze del SuperRugby dei visionari, servirebbe qualcosa tipo il  "Beam me up, Scotty" di Star Trek.


Tornando al rugby giocato, i Chiefs difenderanno il titolo con un team indebolito da una uscita cruciale dietro - Sonny Bill Williams - e un paio davanti - Sona Taumalolo, uno dei metamen del torneo e Kane Thompson, ma rimane gente come Liam Messam e Sam Cane, il RMcCaw del futuro. In compenso si rafforza il reparto più forte, la mediana - Tawera Kerr Barrow e Aaron Cruden - con l'arrivo di un rilievo di livello: Gareth Anscombe, che i Blues di John Kirwan han lasciato libero.
Rimanendo in Nuova Zelanda, come non nominare i Crusaders? Han vinto più di tutti gli altri ma non sollevano il titolo  dal 2008. Quest'anno han cambiato staff, Blackladder ottiene la collaborazione del team che ha fatto vincere ripetutamente la ITM Cup al Canterbury -  Tabai Matson e Aaron Mauger - ma dovranno lavorare più sodo che mai per ritornare a primeggiare. Se infatti l'impianto rimane di alto livello - su tutti capitan Kieran Read - va tenuto conto delle fuoriuscite: Sean Maitland ora è scozzese (ainoi) e oltre a Ben Franks  non possono contare su Riche McCaw, sabbatico fino a giugno e Zac Guildford, atterrato (è il caso di dire, visti i viaggi da fare) dalla propensione alla sbronza violenta. I nuovi arrivi sono solo "dal basso": un po' di promozioni dalle squadre NPC delle Union costituenti, Canterbury e Tasman.
Campioni in carica e campioni abituali detti per sommi capi, parvenu Southern King nominati, per le altre dodici franchigie è inutile far name dropping adesso tutto assieme, risulterebbe indigesto; ci faremo le idee mano a mano, vivendo il campionato. Un particolare occhio di riguardo quest'anno va riservato ai Blues: con John Kirwan abbiamo un po' di Italia (acquisita) in cabina di regìa. Il suo compito non è difficile in sé (non può che migliorare l'indecente performance dell'anno scorso) ma la pressione sulla squadra dell'unica città vera della Nuova Zelanda sarà come sempre altissima. Ma son buoi dei paesi suoi (la moglie no, per sua fortuna). 

1 commento:

ringo ha detto...

March madness ;)

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