venerdì 14 settembre 2012

Weekend elettorale

Comunque vada sarà un successo, o no? Sarà weekend elettorale per la Federazione Italiana Rugby e per 2.000-4.000 elettori; a breve sapremo chi guiderà lo sviluppo del movimento nel prossimo quadriennio.
Ci siamo e vi abbiamo sinora risparmiato rutilanti cronache di presentazioni seguite da buffet, gossip su aree che compatte voterebbero A, G o Z basati sui leaks di magazzinieri o poco più, le alzate d'ingegno stile "quattro franchigie per la Euro Challenge" oppure "24 nuove Accademie" , le bufale della terza franchigia in Celtic League. Il tutto a corollario di un dibattito elettorale colto e  interessante - awn, un vero esercizio di democrazia matura (sarcasmo). Ora che le idee sono formate e si sta per deporre la scheda, è arrivato il momento di condividere il NOSTRO punto di vista sull'intera fazenda. Prendiamoci avanti allora, che nel weekend c'è The Rugby Championship da seguire.

State of the Nation
Comunque vada si cambia: stanno per finire sedici (16) anni di governo del rugby italiano e questo è un fatto. Vi sono stati successi nel periodo - uno su tutti, la nascita del Sei Nazioni. Da un bel po' però si campa sugli allori: girandola più sul politically correct, il movimento rugbistico italiano ha palesato in questi anni una crescita decisamente inferiore a quella dei Paesi concorrenti. Le entrate della Federazione sono aumentate, il suo controllo sul movimento rugbistico nazionale è diventato totale con un conflitto di interessi pazzesco (la Federazione è anche Lega Pro e Procuratore di giovani). Eppure. nonostante abbiano tutte le leve in pugno, la tempesta del professionismo è stata gestita in modo non appropriato: siamo rimasti in mezzo al guado o peggio, si è deciso che la maggior parte del convoglio tornasse indietro, senza mantenere nessun legame coi pochi che eran riusciti a passar di là, in Keltia.
E stendiamo un velo pietoso sulla gestione poco razionale dello staff della nazionale o il modo a dir poco paesano con cui han fatto e disfatto le truppe da sbarco in Keltia. Rivendicare da parte della dirigenza uscente l'aumento delle entrate, o l'Olimpico e San Siro pieni, sono degli autogol: rappresentano eventi non pianificati, opportunità non appropriatamente sfruttate.
Una parafrasi tosta da noi già usata per sintetizzare l'approccio dell'attuale dirigenza è "nicht fur uns, alles fur Azzurri": sono anni che sbattono in faccia alle società che le entrate le produce la Nazionale, per cui si investe nell'Alto Livello e anche nello sviluppo tecnico diretto dei giovani con le Accademie (le Società non sono capaci? Perché non si formano tecnici e arbitri invece che giovanotti?). Come se si andasse a dire in produzione che le entrate arrivano dall'assistenza,  quindi è lì che si investe e si fa anche ricerca e sviluppo.

A nostro avviso c'è di peggio: la maggior colpa della interminabile gestione Dondi sta nell'aver contribuito a frenare l'evoluzione culturale dell'ambiente. Han tenuto buona solo la prima parte del celebre addio di Steve Jobs: stay hungry, fame uguale pochi grilli per la testa. Il rugby italiano è ancora un "piccolo mondo antico" chiuso, in cui per esempio il famiglio privo di curriculum di successo di un Vicepresidente, ottiene posto e responsabilità nei ruoli tecnici federali (per non far nomi ma solo cognomi: Saccà).
Una sonnolenta Arcadia in cui il bifolco stringe la cinghia, sta sghiscio e non rompe, il nobile campa di rendita e tutto va bene madama la marchesa che i tempi sono duri. Questo effettivamente era il sogno nordcoreano in cui era immerso Dondi; persino lui però s'è reso conto che qualcosa non andava: "forse non sono  più adatto ai tempi", fu il momento di lucidità nell'annuncio che non si ricandidava. L'intuizione sui tempi che cambiano è applicabile  anche allo scenario internazionale: tronfi per la riconferma in Irb dello sponsor Lapasset e per le promesse di maggiori elargizioni dalla Irb per i Mondiali 2015, non si rendono conto che nell'Europa che conta (gli incassi veri, non solo i contributi Irb e Rbs)  stanno per partire guerre satellitar-digitalterrestri che cambieranno la torta da cui tagliar le fette.

La arretratezza culturale e mancanza di visione dell'ambiente intero, informazione inclusa, è stata evidenziata dalla pochezza del dibattito elettorale, con poche eccezioni. Ci viene in mente come unico esempio positivo e propositivo la lettera aperta ai candidati dei club Valsugana Padova. Il resto è stato francamente deprimente: lasciamo pur perdere il buio totale su temi decisivi per il futuro come quello televisivo, abbiamo rappresentanti di club che disertano le presentazioni, per segnalare "a chi di dovere" allineamento pedissequo; e poi le richieste esplicite di posti in Consiglio Federale o i comunicati senza capo né coda, come quello recentemente diffuso da un comitato elettorale pro Gavazzi. Non so se, come afferma Vittorio Munari, sarebbe stato auspicabile aver più tempo per chiarire meglio le posizioni: a urlare nelle orecchie del sordo si perde solo che del gran tempo.

I candidati
L'ambiente al livello che è (stato lasciato), comporta il corollario che il candidato endorsed dall'establishment uscente Gavazzi Alfredo difficilmente perderà.
L'Alfredo è un maverick, bestia che ama pascolare da sola: non è mai stato "uomo di ...", Dondi l'ha subìto più che scelto. Naviga comunque in Fir da sedici anni, è assertivo, sbrigativo fino alla supponenza (ne san qualcosa certi intervistatori); ha scarpe grosse, inglese maccheronico e intuito, si è presentato senza chiudere troppo al "nuovo che avanza". Un piede avanti e uno continuista indietro, sintetizzato nello slogan "innovazione nella continuità". Forse convinto di avere la vittoria in tasca, il Gavazzi ha poi tagliato i ponti del dialogo, sposando la linea tracotante del suo Grande Elettore ("abbiamo il 40-45% dei voti in tasca").
Il suo programma? A suo modo chiarissimo: non contano i piani ma le teste da allineare, non si molla la presa dalle fonti del grano e dal potere. Da cui le uscite - boutade elettoral-clientelari,  tipo uno sbadaluffo di Accademie distribuite nel territorio, (24!!! Della serie, i vivai li paga la Fir ma così usucapisce il futuro ai club seri), la candidatura per i Mondiali 2023 (della serie dove fallì il Dondi, riuscirà lui) e soprattutto la terza franchigia celtica a Roma. Anche questa a carico Fir? E dove andrebbe a prendere i giocatori, visto che si fa fatica a tenerne in piedi una di franchigia out of Benetton? L'Alfredo è caduto al proposito in una gaffe  rivelatrice: ha preteso di avere all'uopo già presentato le carte al Board Celtico, giochetto proceduralmente impossibile e subito sgamato. L'ha fatto per rassicurare qualche elettore, segnale di nervosismo per voti che sfuggono? Anche il vantarsi d'aver già definito la squadra dei Consiglieri (prima di aver presentato il suo "programma", diciamo così), gli potrebbe procurare qualche mal di pancia per via di qualche escluso che vada a suonare ad altri campanelli.
Mentre il suo comitato elettorale plaude a cotanta finta trasparenza, l'attento Ivan Malfatto sul Gazzettino sottolinea la contraddittorietà dell'approccio: in sostanza l'uomo, suo malgrado, è sempre più prigioniero di una "continuità" che non vorrebbe e che non paga. In questo spinto "montianamente" dal Presidente uscente, che gli ha fatto presente come "gli amici internazionali" non desiderino cambiamenti di rotta.
 Il Presidente uscente, già: ha parlato poco ("ho voluto tenermi fuori dalle polemiche") ma ogni volta che l'ha fatto ha pensato più a vendicare la lesa maestà che aiutare il private Gavazzi: ha sibilato livide stoccate da provincialotto suscettibile tutto proteso a togliersi sassolini dalle scarpe. Il peggio è che se il Gavazzi vincesse com'è probabile, dovrà ringraziare un predecessore che non ha certo in simpatia ma a cui deve le redini sull'apparato. Se l'Alfredo invece inopinatamente perdesse, sarà stata tutta e sola colpa sua.
Molti aspetti negativi insomma, ma forse non basteranno a scardinare il "piccolo mondo antico" che di questi tizi qui ha bisogno, perché li sente simili e li comprende anche se li detesta (perché "si" detesta).

E veniamo alle candidature "contro".
Il primo fu Gianni Amore dalla Sicilia. Espressione di quella ansia: "così non si riesce più ad andare avanti, urge cambio drastico di rotta" che sale dal territorio ed è evidentemente ancor più forte e urgente al Sud.
Purtroppo Amore è di fatto l'avversario ideale per l'establishment. Non per carenze personali intendiamoci, ma per ruolo e caratteristiche: è un isolato cavaliere senza macchia e senza paura. Dondi ne ha trovato uno così in ogni elezione e  li ha regolarmente "arati sotto" tutti. Intemerati cavalieri che purtroppo trascurano un fatto: il rugby è sport di etica, coraggio e belle intenzioni, ma in campo quel che conta di più è il sostegno, senza il quale anche un Jonah Lomu si schianta. Fa venire in mete quei Partiti dei Contadini che nelle "democrazie" dell'Est erano funzionali a salvare le apparenze, in modo che il Partito Comunista non prendesse più del 99% dei voti.  E' quindi del tutto involontariamente una candidatura funzionale all'apparato al potere, ancor più funzionale dato che disperderà voti. Lo stesso vale per altre candidature estemporanee.

E' significativo che Dondi non abbia mai sparato a livello personale nei confronti di Amore. Usando gergo un po' passé, ha invece letteralmente sklerato quando l'ambiente Benetton, cardine di un Veneto apparentemente unito, prima ha definito i perché fosse ora di cambiar gestione e poi ha formalizzato la candidatura di Amerino Zatta. S'è irritato perché han detto pubblicamente quel che intuiva da sè: "i tempi son cambiati", era arrivato il momento di ritirarsi ma accidenti, l'uscita pubblica gli ha tolto il tempo di gestire la transizione ed è stato costretto a endorsare un ex spina nel c... ehm nel fianco. L'irritazione è aumentata dal fatto che questi so' avversari credibili, dotati di solidi sostegni e appoggi dentro e fuori l'ambiente, non "solo" di argomentazioni corrette come Amore e i suoi predecessori. Hanno persino i soldi per pagarsi inviti,  presentazioni e buffet in giro per l'Italia, mentre il candidato dell'establishment lo fa a spese della Federazione cioè di tutti. La presenza di un fronte e non il singolo avversario è la novità dirompente: è finito l'unanimismo di facciata, qualcuno è uscito dalla sua felice ma isolata condizione ed ha saputo far la sintesi delle esigenze dell'area rugbisticamente più evoluta d'Italia, l'asse "Serenissima" tra Oglio e Isonzo, con adesioni al Centro e più isolate anche altrove. Il leit motif è un concretissimo: è giunta l'ora di reindirizzare i flussi finanziari dalla "assistenza" verso la "produzione", dal solo "Alto livello" alla base.
Allora è iniziata la giaculatoria presidenziale sulle "candidature contro di me a livello personale", gli "irriconoscenti senza onore",  "quelli che credono di rappresentare il vertice del rugby italiano" ma "non hanno esperienza della macchina federale e non saprebbero gestirla"; dipendenti di quei "fabbricanti di canottiere" coi quali ha sempre chiesto di conferire ma che mai l'han degnato di un appuntamento.

Chi vince? 
Fossimo in un ambito normale non ci sarebbe confronto: auto-referenzialità e passatismo contro gli Stati Generali. Di più, il carisma mediatico e la competenza di Vittorio Munari, indiscusso numero uno per il popolo del rugby e di uno capace di delegare e pianificare nel medio lungo periodo come Zatta (è più facile e meno faticoso accentrare che saper delegare, reagire che progettare). E non è finita, c'è un modello gestionale vincente - Treviso - contro le regolari delusioni Azzurra e Airon-Zebresca.
Fossimo in un ambito normale, già. Nel "piccolo mondo antico" sovente ci si accontenta si tirare a campà, condendo le briciole elargite da chi comanda con le invidie e i livori contro vicini più fortunati. Tipo appunto i Benettoniani.
Intendiamoci, la candidatura Zatta è credibile, non è donchisciottesca, fondata solo su carisma e argomenti contro chiacchiere e distintivo: può contare su un sostanzioso zoccolo duro a sostegno. Però sedici anni di incrostazioni di sottopotere provincial campanilistico, di sottocultura del tener stretta la cadrega ed eventualmente passarla al parente, non sono facili da scalzare; la dispersione di voti aggrava l'effetto.

Vedremo come andrà, senza crearci né false aspettative né pessimismi scaramantici. La certezza è che il movimento avrà quel che si merita; la speranza invece è che, passato lo scontro e finalmente cambiate comunque le  facce, prevalga la focalizzazione a rimuovere progressivamente  i veri ostacoli, cioè i vincoli di un passato troppo ingombrante al posto di perder tempo nelle usuali sordide rese dei conti personalistiche. Si auspica una nuova gestione con un Presidente, chiunque sia, che inauguri la SUA era e non scimmiotti e prolunghi quelle altrui. Del resto qui non c'è da progettar missioni nello spazio: quel che c'è da fare è chiaro ed evidente a chiunque dotato neanche di troppa esperienza, solo di buon senso, orecchie e occhi aperti e un minimo di lungimiranza. E padronanza dell'inglese ...
L'altra certezza è che Dondi sia fuori; passati 16 anni il ricambio era doveroso, aldilà dell'uomo, per certi versi adamantino e onesto a suo modo, quanto sovente vistosamente inadeguato. Fingiamo quindi di dimenticare le sue intemperanze da stizzoso provinciale e gli rivolgiamo un  sentito bravo-grazie, per aver saputo sfruttare politicamente le imprese di Diego Dominguez & Soci, ottenendo il Sei Nazioni. "Il tempo è galantuomo" ha detto recentemente: bene, il giudizio di sintesi che emergerà per lui nel tempo sarà che era meglio per tutti, lui incluso, se mollava almeno quattro anni prima.
(A proposito e a scanso di ricadute, e istituire una bella regola "all'americana" che impedisca per legge un terzo mandato presidenziale? Nessun candidato ci ha pensato?)

12 commenti:

ivanot ha detto...

In un ambito normale non saremo neanche qua a commentare, ti do ragione su tutto, anche se spero che sbagli la previsione sul risultato finale. Staremo a vedere....intanto domani gran giornata di rugby giocato, mal che vada Monigo mi riempirà il cuore.

Abr ha detto...

Staremo a vedere: il rugby giocato, fin che ce lo lasciano.

ale ha detto...

anche qui la gestione del sistema fir rappresenta la gestione del paese, per cui mi preparo gia a vedere gavazzi mettere le basi per gli anni futuri...
certo che se per assurdo il sistema elettorale prevedesse il voto di tutti i tesserati sarebbbe ben altra storia.

ringo ha detto...

Il limite al mandato? In Italia? Le provocazione del Socio sono sempre saporite.

Abr ha detto...

Ale, il movimento otterrà quel che si merita, punto e a capo. A maggior ragione dato che il voto è "selettivo".
Voto a tutti i tesserati? Questa si sarebbe una riforma!

@ringo: cerchi di farmi passare per il rottamatore del rugby? Ebbene la mia risposta sia: "ADESSO!" :)

Stefano Il Nero Franceschi ha detto...

Bellissimo pezzo, ampiamente condivisibile. Mi piace l'analisi sul candidato Amore e, devo dire, mi ha fatto riflettere su quanta poco competente sia l'ambiente perchè, effettivamente, nessuna delle tre candidature viene da una solida programmazione nel tempo. Nemmeno quella di Amore, la più longeva, si basa su un percorso ma su una semplice discesa in campo. Fra le posizioni di Zatta, che ho potuto e voluto appoggiare pubblicamente, una non la condivido ovvero quando sento dire che ci sarebbe stato poco tempo per proporsi. In verità il tempo c'era e la situazione FIR di oggi (drammatica) non è diversa da quella di un anno fa. Al Sei Nazioni disse Dondi che si candidava,aprendo di fatto il tavolo elettorale, ma nessuno dei tre candidati si è sentito di andare direttamente contro Dondi (Amore qualcosa ha fatto ma ci sarebbe da dire...) lasciando politicamentre al " futuro prediletto" un vantaggio e alla FIR una futura presidenza senza programmazione. La prossima sarà una Presidenza inevitabilmente "vittima" della precedente gestione.
La programmazione sarà la chiave di volta del rugby italiano nel futuro e, se la mettiamo così, non si parte con il piede giusto.

ale ha detto...

diciamo che per i piu romantici questa era probabilmente la dimostrazione che per una volta la massa si sarebbe dimostrata piu savia dell'elite...oltre che un limite di mandato per il presidente, credo che ci sia stato un sistema che si è autoriprodotto nel tempo, e temo tenderà a fare anche questa volta. la soluzione potrebbe essere, come molti dicono, un programma con tappe verificabili periodicamente. ovviamente impossibile da compiere visto che metterebbe i vertici di fronte alle proprie responsabilità.

ivanot ha detto...

Vignetta stupenda e le banane sono veramente grandi...........

GiorgioXT ha detto...

A dire il vero un motivo per la mancata "discesa in campo " prima di candidati alternativi c'è , ed è anche più che valido .
Ricordiamo che la FIR ha fato di tutto per ritardare il più possibile l'adozione del nuovo statuto , al punto di rischiare il commissariamento , il nuovo statuto con un limite serio alle deleghe apre molti più spazi che prima erano chiusi (Votavano nemmeno un centinaio di persone)

Diciamo che il passaggio di mandato è stato gestito come una privatizzazione nella CSI di Eltsin ....

Abr ha detto...

Grazie Stefano, I appreciate. Condivido la puntualizzazione sulla posizione di Zatta e degli oppositori di Dondi in genere.

Abr ha detto...

Tnxs Ivan., è stato proprio l'incocciar casualmente in quella vignetta che m'ha ispirato il pezzo.
Che quindi è "fuffa" mirata a far vedere la vignetta ... ;)

Abr ha detto...

Vero che prima della situazione "agraria" Preguerra attuale, si viveva nel pieno del feudalesimo come ricorda GiorgioXT.
E va ricordato che le candidature individuali "di testimonianza", pur destinate a morte certa, subivano poi vendetta pesante e ostracismo dal vincitore designato: spogliati di ogni funzione e cacciati, proprio come nel Medioevo. Basti ricordare Lorigiola.

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