martedì 30 giugno 2009

Effetti Celtici

Avete presente le marce o la maratona? Si parte tutti in gruppo, alla pari; poi pian piano chi non ce la fa deve impietosamente staccarsi e viene lasciato indietro, indipendentemente dalla fama o dai risultati precedenti.
La prima vittima della improvvida maratonina celtica che la Fir ha deciso di infliggere a un movimento nazionale già di cagionevole salute di suo è il Rugby Calvisano: due anni fa lo scudetto, quest'anno la candidatura ufficiale alla Celtic, poi la sconfitta in semifinale Super10, la fiacca e demotivata prova in casa coi Dragons per entrare in Heineken Cup e il campanello d'allarme finale della cessione di Luke McLean alla Benetton.
Oggi il comunicato della resa definititva: "La società Rugby Calvisano ha deciso di non iscriversi al prossimo campionato Super 10. Verrà chiesta alla Federazione la possibilità di ripartire dalla Serie A".

Si potrebbe sostenere che è "saltata" l'espressione più evidente del rugby di club italiano dell'era Dondi, quelli che "equipariamo a prescindere" (dai vivai) al fine di bruciare le tappe e arrivare al Sei Nazioni prima e alla Celtic League poi. Ci sarebbe un qualche fondamento di verità, peccato che tale fase coincidente con l'affermarsi del professionismo abbia significato anche lo sradicamento dello sport dalle sue aree elettive, dove sarebbe praticato quasi a livello di massa; ma non è solo questo purtroppo.
Per far capire quanto il segnale sia preoccupante, anche presso un club da sempre molto attento al vivaio più che al recruiting di stranieri (i risultati anche recentissimi parlano chiaro), al Petrarca Padova, si parla apertamente di "ridimensionamento" della prima squadra. Largo ai giovani, almeno qui come a Rovigo si può dire e attuare.
In effetti si farebbe prima a dire chi tra i club "d'eccellenza" NON sia in quella lunghezza d'onda: solo due, Treviso e Viadana. Sono le candidate principali alla Celtic League (la prima senza infingimenti e ipocrisie finto-aggregazioniste, la seconda più ligia ai desiderata Fir) , se non le uniche se la prossima decisione fosse fondata su criteri oggettivi e trasparenti.

Ridimensionamento inevitabile?
Va ben che ce sta 'a crisi, ma è indubbio che a fronte di generalizzati disimpegni di sponsor e società, l'iniziativa Celtica della Fir non può essere solo una scusa ma rappresenta piuttosto una causa: è evidentemente valutata dagli operatori, quelli che dovrebbero metterci il grano e l'organizzazione in questi tempi già grami, non come una opportunità che trascini e affermi il movimento in Italia, ma come una corazzata Potemkin, un Titanic.
Sono sempre portato a dar fede alla razionalità di chi ci mette il grano più che a quella delle anime belle a gratis, quelle che distinguono tra economia (cattiva) e non meglio identificati valori sportivi (buoni) nell'era del professionismo (uguale CLUB, non andrebbe dimenticato).
Vagheggiare modelli in cui lo sport viene gestito centralisticamente dalla Federazione nazionale stile Germania Est non si può più; si cade piuttosto nella nota trappola del tifoso calcistico, quello che vorrebbe sostenere i SUOI sogni coi soldi altrui, a prescindere dal ritorno dell'investimento.
Ridimensionamento salutare per il movimento rugbistico italiano?
Tesi difficile da sostenere razionalmente: ma se son proprio lor signori Fir ad aver puntato tutte le carte per l'intera era Dondi sull'effettto "trascinamento" top down - Sei Nazioni e poi Celtic docent? Perchè mai allora un Super10 in tono minore dovrebbe risultare funzionale alla crescita del rugby?
Si fa presto anche a sostenere che è solo finita la cuccagna per gli stranieri mediocri: qui assieme all'acqua sporca sta volando via anche il bimbo.
Il calcio al formicaio del rugby italiano, il sasso in piccionaia, per adesso sta solo minando le basi locali di questo sport, e non mi si dica che tale ridimensionamento dei club è tutto sommato ritenuto un prezzo sopportabile ai piani alti Fir (al limite, fosse toccato all'odiato Treviso....), altrimenti saremmo nelle mani di pazzi scatenati.

Tant'è, è più agevole pensare che la Fir abbia trascurato l'elementare principio secondo il quale ad ogni azione corrisponde una reazione; vieppiù valido in un corpicino minuto ed asfittico come quello del rugby italiano. Per eventuali benefici che sinora nessuno intravede - Dondi&Mallett ovviamente a parte, se ne riparla.
Per intanto, buon Super10 2009/10 e buona caccia ai club italiani e stranieri in grado di avventarsi sul parco nazionali (Ghiraldini, Zanni, Garcia, Pratichetti) giovani e internazionali lasciato a piedi nella Bassa.
Chissà poi chi ripescheranno stavolta (Challenge Cup inclusa).

domenica 28 giugno 2009

Thrilling a Pretoria e i Boks azzannano i leoni



South Africa 28 - 25 British And Irish Lions
Loftus Versfeld Stadium, Pretoria
South Africa: Frans Steyn, JP Pietersen, Adi Jacobs, Jean de Villiers, Bryan Habana, Ruan Pienaar, Fourie du Preez, Pierre Spies, Juan Smith, Schalk Burger, Victor Matfield, Bakkies Botha, John Smit (captain), Bismarck du Plessis, Tendai Mtawarira
Replacements: Chiliboy Ralepelle, Deon Carstens, Andries Bekker, Danie Rossouw, Heinrich Brüssow, Jaque Fourie, Morné Steyn
British & Irish Lions: Rob Kearney (Leinster & Ireland), Tommy Bowe (Ospreys & Ireland), Brian O'Driscoll (Leinster & Ireland), Jamie Roberts (Cardiff Blues & Wales), Luke Fitzgerald (Leinster & Ireland), Stephen Jones (Scarlets & Wales), Mike Phillips (Ospreys & Wales), Jamie Heaslip (Leinster & Ireland), David Wallace (Munster & Ireland), Tom Croft (Leicester Tigers & England), Paul O'Connell (Munster & Ireland, captain), Simon Shaw (London Wasps & England), Adam Jones (Ospreys & Wales), Matthew Rees (Scarlets & Wales), Gethin Jenkins (Cardiff Blues & Wales)
Replacements: Ross Ford (Edinburgh & Scotland), Andrew Sheridan (Sale Sharks & England), Alun Wyn Jones (Ospreys & Wales), Martyn Williams (Cardiff Blues & Wales), Harry Ellis (Leicester Tigers & England), Ronan O'Gara (Munster & Ireland), Shane Williams (Ospreys & Wales)
Referee: Christophe Berdos (France)
Attendance: 52,100.

Partiamo dalla fine: fallo di O'Gara (irlandese), piazzato di Morné Steyn da 50 metri e vittoria finale degli Springboks. Non c'è che dire, perché artefice di tutto ciò è O'Gara, l'irlandese O'Gara. Mediano di quell'Irlanda che doveva essere la spina dorsale della spedizione di McGeechan in Sud Africa. Una ironia della sorte, una finale mozzafiato che ha consegnato anche il secondo test match tra le due formazioni alla storia delle partite da rugby da mostrare a chi si ostina a non capirne la spettacolarità.
Ma alla fine, appunto, hanno vinto i padroni di casa che si sono portati sul 2-0 in una serie di tre incontri. La matematica non lascia scampo. Ora Oltremanica si augurano soltanto di evitare il cappotto. E pensare che questa volta erano partiti alla grande, mettendo subito la freccia e a correre verso meta.
Cinque minuti e arriva il primo calcio di punizione per i turisti: tutto nasce da Schalk Burger che si becca un cartellino giallo dopo aver tentato di cavare un occhio all'avversario. Nulla di che, sia ben chiaro, solo il tentativo di far capire ai Lions che a Pretoria sarà dura, che la battaglia di una settimana fa era solo l'antipasto. Siamo nel pieno delle terre boere, quando attacca la parte boera dell'inno nazionale il clima si surriscalda. E' l'inno di battaglia. Stephen Jones bagna un po' le polveri piazzando l'ovale tra i pali: 0-3.
Se una settimana fa il mediano gallese era sembrato opaco a Durban, questa volta la musica che imbastisce è diversa e così cinque minuti più tardi provvede a gettare altra acqua sul fuoco sudafricano: si avvia nel lato chiuso, serve un offload all'accorrente Rob Kearney che corre verso la meta: Jones trasforma, i Lions sono davvero partiti forte e ora i padroni di casa rincorrono sul risultato di 0-10.
Rincorrono, ma più che altro sembrano esere un po' sotto anestesia, perché si intuisce che vogliono chiudere i conti oggi, solo che faticano ancora a capire come arrivare all'obiettivo. Occorre ancora qualche giro di orologio poi JP Pietersen firma la meta della rivalsa. I turisti, dopo il blitzkrieg, devono tornano a fortificare le trincee, perché i sudafricani hanno trovato il modo di aggirarli e coglierli di sorpresa. Il risultato ora è sul 5-10 perché Pieenar non ha ancora il piede caldo.
Tre minuti, altro mortaio di Jones, 5-13. La pressione degli indigeni sale, un po' disordinata al punto da concedere ai Lions la possibilità di respirare e di portarsi nella metà campo avversaria per la fallosità degli avversarsi. Eppure, fanno notare i dispacci inglesi che giungono da laggiù, i Lions deve assolutamente segnare, sfruttare qualsiasi occasione per allungare, perché la sensazione è che gli Springboks siano prossimi ad una nuova offensiva.
I nordisti seguono il consiglio: altro mortaio, questa volta con un drop, di Jones. I Lions portano a casa altri tre punti prima della fine del primo tempo. Tutto quello che ci volevano per McGeechan in attesa che le ostilità riprendano per altri 40 minuti, quelli che davvero segnano il confine tra la (semi)redenzione e l'inferno. L'avvisaglia arriva un attimo prima del fischio di cessate il fuoco: bombarda di Frans Steyn da 60 metri. Ovale spedito in mezzo ai pali. Certo che gli Steyn in Sud Africa hanno tutti un piede che sembra lo storico cannone Derna...
Il secondo tempo è all'insegna della più "infima" guerra psicologica, quella tra gli avanti, giusto per intenderci. Anche in questo caso nulla di che, roba che solo la cavalleria può sbrigare. Mezzi pesanti da una parte, artiglieria dall'altra, ma occorre agli Springboks l'assalto della fanteria per tornare in gara.
Al contrario, è ancora Stephen Jones a caricare il mortaio con un altro calcio di punizione, ora i Lions hanno 11 punti di vantaggio sui padroni di casa. Finalmente si accende Bryan Habana che buca l'avanzata nemica, coglie di nuovo alle spalle i Lions e segna la meta che rimescola la carte in tavola. Steyn trasforma.
Serie di duri scambi di placcaggi, anche Brian O'Driscoll vuole lasciare il segno dopo che quattro anni fa venne fatto fuori da Tana Umaga durante la spedizione neozelandese. Alle ore 15:35 avviene il fatto che segnerà l'incontro: entra Ronan O'Gara per Jamie Roberts, mentre Morné Steyn mette a segno un altro piazzato e degli undici punti che dividevano le due formazioni ne rimane solo uno.
Due minuti più tardi gli risponde il solito Jones. Quando mancano poco più di 10 minuti alla fine i Lions sono chiamati a difendere quattro punti di vantaggio. Sembra di tornare a Marsiglia 2007, quando gli inglesi eliminarono ai quarti di finale dei Mondiali l'Australia, aprendosi il varco verso la finale di Parigi. Contro il Sud Africa, ovviamente.
Ore 15:44: meta di Jacque Furie. Lo stadio trattiene il respiro, perché è chiamato a convalidarla o meno il TMO, tale Stu Dickinson, quello della meta inglese alla finale dei Mondiali sopra citati. C'è, è meta, Steyn converte.
Altri cinque minuti, Lions sotto di tre punti. Ma c'è ancora Stephen Jones, artigliere preciso come non mai. Altro colpo di mortaio, altro centro: 25-25, ormai è questione di secondi.
Che finale che sarebbe, un pareggio con un ultimo incontro in programma sabato prossimo. Col cavolo, a rugby il pallone è ovale e prima o poi penderà o da una parte o dall'altra.
Ha deciso di pendere dalla parte del Sud Africa: O'Gara attorciglia Furie quando questo è ancora in aria, è fallo. Morné Steyn indica i pali, ci sono 50 metri a dividerlo dalla gloria. Preciso come sempre, lui che ha piazzato il record di distanza di un drop nello scorso Super 14. 28-25, la battaglia finisce qui. La guerra pure, magari sabato prossimo i Lions proveranno ad arrendersi con onore. Ma intanto che piedi che fabbricano agli Steyn, laggiù in Sud Africa...
Qui gli highlights

sabato 27 giugno 2009

L'italiano ama l'arrivo delle ferie


New Zealand 27-6 Italia


New Zealand: 15 Muliaina; 14 Masaga, 13 Toeava, 12 Nonu, 11 Rokocoko; 10 McAlister,9 Leonard; 1 Crockett, 2 Mealamu,3 Afoa, 4 Thorn, 5 Ross, 6 Kaino, 7 Latimer, 8 Read.Repl.ts: De Malmanche, Woodcock, Franks, Whitelock, Weepu, Jane.
Italia: McLean; Robertson, Canale, Garcia, Mi Bergamasco; Gower, Tebaldi; Perugini, Ghiraldini, Rouyet, Geldenhuys, Bortolami, Zanni, Ma Bergamasco, Parisse. Repl.ts: Sbaraglini, Staibano, Del Fava, Favaro, Toniolatti, Burton, Pratichetti.
Arbitro: George Clancy (Irlanda)


Perdente ma non male l'ultimo impegno pre ferie degli Azzurri, considerando il track record e i valori assoluti in campo: d'accordo non è stato il divario più basso mai preso dai Tutti Neri (furono 10 punti nel mondiale del '91 a Leicester), ma rappresenta il più basso punteggio mai segnato dagli All Blacks contro l'Italia e una delle due volte su undici incontri che riusciamo a non fargli superare i 50 punti.
Le forze in campo - La formazione di casa non è certo il meglio mai visto aldilà del Mar di Tasman, ma nemmeno una nazionale sperimentale: fuori la mediana Cowan-Donald poco brillante coi Galletti torna Leonard e provano McAlister apertura; Toeava deve tornare al centro per l'infortunio di Conrad Smith e Isaac Ross al posto del previsto Ali Williams ancora rotto, il resto è quelo che passa il convento oggi,
I nostri in campo sono il meglio che possiamo: mediana confermatissima, rientra Zanni flanker, Rouyet va al posto dell'infortunato Aguero davanti, Geldenhuys lock farà la sua migliore partita e Robertson all'ala con Mi Bergamasco (finalmente) sull'altra ala a difendere ma anche a provare qualche galoppata e i due Gonzo in mezzo. C'è al limite qualche minimale perplessità sulla parte mediana e trequarti della panchina: forse Quartaroli meritava una prova in più e Toniolatti e Pratichetti una in meno, ma è una questione primariamente di coperture.
La sintesi - Ne risulterà una prestazione difensiva molto tosta e sufficientemente attenta da parte dei nostri: all'italiano l'ultimo sforzo prima delle ferie viene bene, i perdenti designati rendono meglio quando sono meno tesi, più sereni.
Diciamolo subito, non illudiamoci troppo su fantomatici miglioramenti: abbiamo commesso più o meno lo stesso numero di placcaggi falliti delle altre partite, abbiamo subito più o meno la solita trentina di punti (tre mete convertite e due punizioni). Quel che è peggio, siamo sempre sterili in attacco (no mete, due punizioni su cinque tentativi), si gioca quasi esclusivamente per capitalizzare le punizioni o per qualche (sgangherato) tentativo di drop, manco potessimo contare su un Dominguez - mettiamo a segno meno del 50% delle opportunità.
In ogni caso, ammesso e non concesso di arrivare a una efficacia del 100%, puntare a fare 3 punti per azione offensiva invece che 7 è un altro sport, chiamiamolo "itty rules" similarmente all'ozzy rules australiana tutta calci tra i pali.
Tutto ciò detto, torniamo realisti e ammettiamo comunque che è stato un successo, data la nomea di nostra bestia (tutta) nera detenuto dagli avversari.
Un visibile miglioramento è avvenuto nel controllo territoriale, ed è stato imponente: 90% nei primi venti minuti, più del 60% a fine partita. Così tanto imponente da pensare seriamente che buona parte del "merito" sia dovuto certamente al netto miglioramento azzurro nel gioco tattico ma anche agli All Blacks: vacui, lenti, execution povera dei fondamentali, privi di leadership in campo e di idee, monocordi come nel primo tempo della gara coi francesi; tutt'altra cosa rispetto alla verve e alla sagacia degli australiani.
Vero è che gli avversari oramai sanno della nostra "stitichezza" offensiva, per cui, who cares se ci installiamo nella loro metà campo, questa nostra fatale mancanza di pungiglioni li mantiene sereni.
La cronaca - Nonostante il dominio territoriale azzurro, apre le marcature attorno al 10' McAlister, prendendo le spese di viaggio del primo affacciarsi nella metacampo italiana, con una punizione da 45metri.
Prima e dopo è tutto e solo Italia, aggressiva in difesa (di grave c'è solo una cappella iniziale di Parisse, imitatore di Schalk Burger "l'oculista"; gli costerà otto settimane di squalifica) ma sterile come al solito in attacco. Controlliamo tutto decentemente, tranne la mischia chiusa dove la nostra prima linea soffre. Seconde, terze linee, centri e mediani italiani placcano come forsennati e si ripiazzano bene ingaggiando un solo difensore per ruck, ma abbiamo i soliti problemi in seconda linea difensiva e non sul gioco tattico: una delle due ali (Kaine) e l'estremo (Luke) fanno del loro meglio ma non rappresentano certo la linea del Piave.
Infatti al secondo affaccio in territorio italiano gli All Blacks passano: Isaac Ross il migliore dei suoi ruba una rimessa, McAlister lancia perfetto al piede Rocokoco sul lato opposto e questo passa sopra i due summenzionati come una lama calda entra nel burro. Il primo tempo si chiude con una punizione di McLean procurata da un break di Canale.
Nel secondo tempo il controllo del territorio italiano declina un po' e la qualità del gioco All Blacks migliora un filo: calciano meno, provano più offload, Weepu sotto questo profilo è più elettrico degli altri mediani. Giusto quel che basta per raggiungere tre volte la meta: la prima viene giustamente annullata a Kieran Read per una spinta di Masaga su McLean, poi Isac Ross inizia una azione e la finalizza in mezzo ai pali e dieci minuti dopo ancora lui rompe la linea di difesa azzurra e lancia in meta l'esordiente flanker Whitelock.
Prima delle due mete l'estremo italiano aveva messo a segno una punizione, a metà tempo Parisse tenta e fallisce un drop frettoloso e Gower un altro più sensato.
Positivo comunque il finale italiano, se non altro perchè i rincalzi reggono senza i crolli di Melbourne: Staibano al posto di Rouyet, Pratichetti per l'esaurito Canale, Favaro per il maturatissimo Zanni, Del Fava per Bortolami restauratore della rimessa laterale, Sbaraglini per Ghirladini, Burton per Garcia ma in realtà a rilevare Gower apertura, Toniolatti a dar respiro al positivo Tebaldi.
Bilanci finali - Un giudizio sintetico sui Neozelandesi in vista del prossimo Tri Nations col titolo 2008 da difendere in partenza il 18 luglio: o cambiano qualcosa o rientra qualcuno, oppure quella vista è nettamente la squadra più debole del trio australe: prevedibile, scarsamente "iluminata", priva di leadership, con una mediana poco riconosciuta.
Gli italiani a fine stagione.
Sotto il profilo individuale possiamo contare su una terza linea di buon livello internazionale (Parisse, Mauro B., Zanni) con tanto di ottimo giovane rincalzo (Favaro), mentre la seconda è tornata decente col recupero di Bortolami e l'emergere di Geldenhuys e Del Fava sempre pronto. Buone notizie tutto sommato anche dal centro, dove Garcia risponde con due ottime partite in fila a chi l'aveva stroncato senza appello per il suo 6 Nazioni; quanto a Canale, si sa, era il più usurato di tutti, ma il finalista del Top14 guarda caso c'era in molte delle occasioni in cui l'Italia è andata vicina alla meta; Gower è una bella scoperta, anche se appare chiaro che oggi potrebbe dar di più al centro. Tebaldi rappresenta il vero dividendo della spedizione australe: ottimo, finalmente abbiamo un doppio nel ruolo con Picone; Mirco B. è sempre affidabilissimo utility back, meglio ala forte che centro, si addice al suo dinamismo ed ecletticità.
Le dolenti note arrivano da davanti e de drìo: cambiano i piloni ma la prima linea soffre sempre con tutti e in fondo al campo sorry ma siamo di livello bassino. McLean ela squadra tutta offre finalmente una prestazione tattica positiva dopo due insufficienti (la prima con l'Australia addirittura pessima) ma non riesce a fermare mai nessuno che rompa la linea e come lui Robertson, per cui risultiamo vulnerabili al gioco rotto e ai rapidi rovesciamenti di fronte - se ne sono accorti gli australiani, meno per fortuna gli All Blacks.
Inoltre, se il gioco dei nostri è finalizzato a capitalizzare le punizioni, ci servirebbe un piede più certo di quello di Luke, a costo di qualche kilo e centrimetro in meno (tanto lui da solo non butta giù manco Stringer...).
Solo che tutte queste caratteristiche all in one non ce l'ha nessun estremo italico: ci vorrebbe Masi per il fisico e Marcato per il piede, oppure ne cerchiamo qualcuno da "nazionalizzare"? Tanto un nonno italiano non si nega a nessuno, tra Argentina (passata di moda nella gestione Mallett), Australia e persino Sudafrica ...
Sul piano complessivo, il 2010 ripartirà da punti fermi, se si riuscirà a non ricominciare daccapo anche stavolta: rimediati certi smarrimenti e ricerche del Sacro Graal in mediana del 2008 e 2009, trovata più sistematicità nei placcaggi e nei piazzamenti difensivi, allungata finalmente la panchina, ora reggiamo per 80 minuti (nell'ultima partita) e sappiamo mantenere una buona disciplina per tutta la gara. Lavoro da fare ce n'è eccome anche in fase difensiva e sulle fasi statiche, eccome; il dubbio amletico apertura e estremo non è certo risolto, ma forse una luce in fondo al tunnel c'è.
Solo che, come una automobile, conta poco mettere perfettamente a punto l'impianto elettrico e i freni, se cambio e motore continuano a grattare e battere in testa: è ora di metterci le mani e in fretta.
Ci riferiamo al gioco d'attacco: nel tour si sono viste alcune iniziative di Gower, una delle quali ha prodotto la meta, e un paio di Canale in tre partite. Non si può dar la colpa solo ai trequarti, per sviluppare l'attacco servono certezze nelle fonti del gioco. Se invece ti fai rubare le rimesse chiave e non puoi contare sulla mischia chiusa, meglio riparlarne più avanti.
All fine il bilancio rimane positivo visto da dove s'arrivava, lo fa capire Parisse nelle dichiarazioni di fine partita, in cui ricorda i 70 punti subiti ai mondiali e si dichiara soddisfatto e orgoglioso di questa Italia, Mallett all the same, "aver concesso 13 punti nel primo tempo e 14 nel secondo agli All Blacks è una prestazione di cui andar fieri.
Gli Azzurri han svolto il game plan assegnato, sconfitti con "onore", cioè rimanendo in campo per 80 minuti, peccato come al solito sia mancata "la fortuna"; bene bravi, ci mancherebbe scordare un sano realismo.
Consentirete però, a proposito di mentalità perdente, certe scene di giubilo con sorrisoni abbracci e high five in Mondovisione nel coaching team italiano a fine partita se li potevano risparmiare. Felici di esser usciti dal ring "in piedi", senza ver rifilato manco un pugno serio all'avversario? Beh, questo è esattamente il modo sbagliato per (ri-)costruire il rispetto internazionale per gli Azzurri; o era solo la gioia per aver salvato il posto di lavoro?

martedì 23 giugno 2009

I nuovi Lions non .. Emergono


Emerging Springboks 13-13 Lions

Gli Emerging Spingboks sono una sorta di nazionale sudafricana A, con la clausola non scritta che di regola ci entra chi non abbia ancora fatto parte a pieno titolo degli Springboks: niente chiocce, solo autentici "emergenti" come l'estremo Zane Kirchner o il flanker Dewald Potgieter. Fa eccezione l'apertura Earl Rose, da tempo "predestinato" Springbok per motivi razziali, sinora sempre chiuso da ben altri campioni.
La formazione:
15 Zane Kirchner (Bulls), 14 Luzuko Vulindlu (Sharks), 13 Deon van Rensburg (Golden Lions), 12 Morgan Newman (Stormers), 11 Bjorn Basson (Cheetahs), 10 Earl Rose (Golden Lions), 9 Jano Vermaak (Golden Lions); 1 Wian du Preez (Cheetahs), 2 Bandise Maku (Bulls), 3 Werner Kruger (Bulls), 4 Steven Sykes (Sharks), 5 Wilheim Steenkamp (Bulls), 6 Dewald Potgieter (Bulls, capt), 7 Jean Deysel (Sharks), 8 Duane Vermeulen (Stormers). Replmts.: Tiaan Liebenberg (for Maku, 52), Pat Cilliers (for Du Preez, 64), Franco van der Merwe (for Sykes, 64), Jacques Botes (for Deysel, 64), Heini Adams (for Vermaak, 64), Willem de Waal (for Van Rensbug, 52), Danwel Demas for Basson, 73).

Il coach dei Lions McGeechan ha schierato nomi nuovi, ma non era formazione "minore", era finalizzata a valutare seriamente chi è pronto a rinforzare la Selezione in vista della prossima sfida coi fratelli maggiori dei presenti avversari.
I Lions:
15 Keith Earls, 14 Shane Williams, 13 Riki Flutey, 12 Gordon D'Arcy, 11 Luke Fitzgerald; 10 Ronan O'Gara (capt), 9 Harry Ellis; 1 Tim Payne, 2 Ross Ford, 3 John Hayes, 4 Donncha O'Callaghan, 5 Nathan Hines, 6 Joe Worsley, 7 Martyn Williams, 8 Andy Powell.
Repl.mnts: Lee Mears (for Ford, 75), Phil Vickery (for Hayes, 67), Simon Shaw (for Hines, 57), David Wallace (for Powell, 68), James Hook (for O'Gara, 45), Ugo Monye (for Fitzgerald, 65). Non entrato: Mike Blair

In una Newlands monsonica di fronte a 40.000 spettatori, partono bene i Lions in virtù di una ben eseguita blitz defense che previene gli Emergenti dall'attuare il gioco fluido promesso dal loro coach Dick Muir. Al 14' Martyn Williams fa il blitz, intercetta un passaggio lungo di Kirchner e lancia Flutey che non riesce ad arrivare in fondo, ma Earls a sostegno lesto raccoglie e dribbla l'ultimo difensore per la meta. Un calcio per parte, di O'Gara e Rose chiudono il primo tempo sul 3-10 per i visitors.
Il secondo tempo è più chiuso e giocato sul reciproco attrito, con gran copia di calci alti e scambi di possesso. I padroni di casa falliscono il recupero con calci sbagliati da Rose a cavallo dell'intervallo ma alla fine ne centra uno; a tre minuti dalla sirena arriva quello che sembra il sigillo alla partita, la punizione trasformata da James Hook.
Ma come stanno imparando a loro spese i Lions, mai dire gatto (sudafricano) se non ce l'hai nel sacco: a un minuto dalla fine gli Emergenti si procurano una rimessa laterale nei 22m avversari, abbozzano un drive contrastato bene dai Lions che però riesce ad assorbire molti difensori; il giovane mediano sudafricano subentrato Heini Adams, vice di Fourie DuPreez nei Bulls, estrae l'ovale al momento giusto e lancia a Willem de Waal, il quale passa ottimamente all'ala neo entrata Danwel Demas anch'egli dei Bulls che va in meta d'angolo. De Waal, subentrato secondo centro che abbiamo visto protagonista nei Western Province della recente sconfitta per un pelo, non si fa intimidire: centra la trasformazione e pareggia la gara.
Non molte le indicazioni chiare per McGeechan da questa partita, a parte forse la forma di Luke Fitzgerald. Man of the match il flanker Jean Deysel col capitano Dewal Potgieter.

domenica 21 giugno 2009

The Italian job



Sabato 20 Giugno 2009, Melbourne
34-12
Australia - 15 James O'Connor; 11 Lachie Turner, 13 Ryan Cross, 12 Quade Cooper, 14 Peter Hynes; 10 Berrick Barnes, 9 Luke Burgess; 8 George Smith (captain), 7 David Pocock, 6 Peter Kimlin; 5 Dean Mumm, 4 James Horwill; 3 Ben Alexander, 2 Tatafu Polota-Nau, 1 Pekahou Cowan.
Riserve: Stephen Moore, Benn Robinson, Nathan Sharpe, Phil Waugh, Josh Valentine, Matt Giteau, Adam Ashley-Cooper.
Italy - 15 Luke McLean; 11 Giulio Rubini, 13 Gonzalo Canale, 12 Gonzalo Garcia, 14 Alberto Sgarbi; 10 Craig Gower, 9 Tito Tebaldi; 8 Sergio Parisse (captain), 7 Simone Favaro, 6 Jean-Francois Montauriol; 5 Marco Bortolami, 4 Tommaso Reato; 3 Fabio Staibano, 2 Franco Sbaraglini, 1 Matias Aguero.
Riserve: Leonardo Ghiraldini, Salvatore Perugini, Quintin Geldenhuys, Alessandro Zanni, Giulio Toniolatti, Kris Burton, Roberto Quartaroli.
Arbitro: Dave Pearson (ENG)

Nnonostante gli otto cambi dei Wallabies più due spostamenti di ruolo e le forze fresche italiane in campo, mutati i fattori dell'equazione il risultato del secondo Italian job australiano non cambia: dal 31-8 di una settimana fa al 34-12 di ieri, dalle cinque mete a una alle cinque mete a zero; tre mete nel primo tempo una settimana fa e tre anche anche sabato, 17-3 a fine primo tempo una settimana fa e 20-6 stavolta.
C'è poco da fare, è la misura della distanza tra le due nazionali; stavolta però riusciamo a tenere gli avversari a portata sino al 70', nonostante l'incapacità di andare in meta (l'Italia ha segnato sinora solo tre mete quest'anno) e vinciamo un parziale virtuale, quello del terzo quarto di partita: hai detto niente di questi tempi.
La cronaca: l'Italia dei giovani parte pimpante in mano a Tebaldi (il cui brillìo oscura Gower, oggi più centro che apertura), un ragazzo con personalità e fondamentali - placcaggio, passaggio, visione. Alla prima azione mettiamo McLean in grado di capitalizzare un fallo, grazie a un perfetto offload di Gower che lancia Sgarbi in taglio con l'angolo giusto. Nel corso dell'azione Sgarbi si infortuna al ginocchio e cede il posto a Quartaroli, che si metterà in evidenza con un bel placcaggio feroce poco dopo.
Al 10' gli australiani ristabiliscono le gerarchie: Burgess fa il break penetrando intonso tra lgi avanti dopo una ruck e guadagnando venti metri, lo ferma McLean ma i nostri avanti in arrivo si buttano sulla palla invece di ricostruire una linea; Barnes apre veloce sulla destra e Rubini si trova 4 contro uno lungolinea, ma si fa scherzare da Turner sul quale correttamente s'era lanciato; questi lo ferma Favaro ma da terra l'australiano scarica a Polota-Nau giunto a sostegno.
Il morale dei nostri decade rapidamente, tirato in basso dal solito difetto, i buchi difensivi vuoi per placcaggi faliti vuoi per problemi di adeguamento difensivo. Problemi individuali questi ma non solo, generalizzati tra i nostri; del resto una squadra costretta ad effettuare più di cento placcaggi a partita dovrebbe poter contare su mastini più accurati e su automatismi di aiuto più collaudati. Il giovane Favaro sotto questo profilo si danna l'anima ed è una ottima rivelazione, ma alla fine del primo tempo sono quasi 20 i placcaggi mancati dai nostri.
Altro problema è la ruck: è evidente che i nostri la affrontano in modo individuale, senza una strategia collettiva e "controruck" è 'na roba che forse se magna. Gravissimo: nel rugby moderno la contesa in fase aperta rappresenta la terza fonte del gioco, forse quantitativamente ancora più copiosa di rimesse e mischie; sicuramente è quella consente i rovesciamenti di fronte più repentini e micidiali.
Infatti quando li subiamo, è chiaro che non abbiamo automatismi in fase di recupero ma annaspiamo individualmente. Si sa, noi siamo ai basics, in difesa siamo al Sudafrica di dieci anni fa, impediamo montando bene (a volte) l'allargamento, la scrambling defense è nata dopo, roba da corsi superiori.
[Inciso: A tal proposito cade perfetto il confronto - absit iniuria verbis - coi contemporanei Springboks impegnati dai grandi attaccanti Lions: prima di tutto quando i sudafricani mettono le mani sull'avversario lo tirano sempre giù, e questo è il fondamento di tutta la fase difensiva e non un punto d'arrivo. Inoltre la fase difensiva di recupero "scramble" del contropiede non è vissuta come affanno episodico ma è pianificata e organizzata.
Risultato finale, contro di loro non c'è nulla di acquisito, ogni singolo centimetro va guadagnato col sangue e sudore, non solo in orizzontale ma anche in verticale (il semplice calare la palla sul terreno dell'area di meta). Evidente a tal proposito la sorpresa dei Lions quando si sono visti negare un paio di mete che in Europa sarebbero state concesse, non dal Tmo ma dagli avversari.]

Per stavolta abbiamo rimesso a posto la rimessa con Bortolami e Sbaraglini al lancio; anche la mischia chiusa reggicchia ma Staibano soffre come un cane a destra. Le note più dolenti riguardano come sempre le iniziative d'attacco: invece di continuare ad attaccare il secondo centro Aussie Quade Cooper come nella prima azione, ci rifugiamo nelle monotone bombe lunghe di McLean sul giovane O'Connor schierato estremo, finalizzate non all'up&under ma a mantenerli distanti, cedendo quindi regolarmente il possesso (alla fine sarà 75% australe!).
Ci va bene la prima volta (l'ovale cade in avanti all'estremo Aussie), poi un po' alla volta gli australi si ricongiungono, tenuti per mano dal duo mediano Burgess-Barnes e dai favolosi trequarti Lachie Turner (complessivamente il man of the series a mio avviso) e Ryan Cross inarrestabile per i nostri. Come se non bastasse, all'esperto Hynes subentra all'ala per un paio di volte l'altrettanto scafato Ashley-Cooper che alla fine segnerà due mete.
Dopo un penalty di O'Connor, arriva al 25' la seconda meta, ancora su gioco rotto con Ryan Cross in pressione suMcLean e poi su Tebaldi che perde palla, tutti troppo veloci per i nostri difensori non piazzati, poi alla fine del primo tempo l'altra di Ashley-Cooper: in una classica azione alla mano da metà campo, riescono a spiazzare i nostri centri semplicemente saltando i loro centri e lanciando l'ala chiusa in mezzo, McLean si fa assobire dall'Aussie il quale lancia Turner lungolinea che s'era bevuto Rubini; viene fermato da Gower in recupero ma la palla viene raccolta dall'ala australe che attraversa i nostri e va in meta.  In mezzo alle due mete c'è una punizione di McLean che però ne fallisce altre due.
Nella prima mezzora del secondo tempo l'Italia riesce a produrre un'ottimo squarcio di gara.
Merito delle sostituzioni che equilibrano la nostra formazione, in particolare Perugini al posto di Staibano davanti e Zanni in terza al posto di Montauriol. Il primo consolida la mischia, il secondo dà una mano a Favaro nei placcaggi e a Bortolami in aria: fossero stati in campo dall'inizio ... I giovani avversari entrano un po' in confusione, peccato che riusciamo ad approfittarne solo con due calci di punizione.
Interviene anche la sfortuna, quando il palo devia un calcetto di Gower in area di meta, su cui Canale era in netto vantaggio per schiacciare; anche l'inesperto Rubini canna in pieno una sovrapposizione sempre su Canale sul lungolinea sinistro, che l'avrebbe lanciato libero in meta su un vantaggio italiano: si avvicina troppo e rende arduo il passaggio.
Tant'è, invece di un potenziale 20-19 gli Aussie si ricompongono: vuoi lo sforzo delle nostre terze linee per trutta la partita, vuoi i nostri cambi al 60', Gendenhuys per Reato e Toniolatti per Tebaldi, forse dovuti per fiato, che per usare un eufemismo non aggiungono valore, vuoi l'iniezione di esperienza con l'ingresso di Phil Vaugh al 67', portano gli ultimi dieci minuti in dono su vassoio d'argento ai padroni di casa.
Prima Lachie Turner lanciato da Cooper in un buco sguarnito a ridosso di una ruck - Perugini arranca, Parisse fa al guardia dal lato opposto - poi nuovamente Ashley-Cooper accarezzato non placcato da Toniolatti, affondano le loro penetrazioni nel burro di placcaggi sempre più fiacchi e piazzamenti sempre più rallentati, ripristinando le distanze tra le due formazioni al punto dove stavano la settimana scorsa.

Mallett comunque è contento: "Al di là dei minuti finali - ha detto il ct dell´Italia - abbiamo giocato una buonissima partita. Peccato per le due mete subite negli ultimi dieci minuti, nate la prima da un errore di Parisse e la seconda da un placcaggio sbagliato da Toniolatti. Ma perdere contro questa Australia in trasferta ci sta". Berrick Barnes evidenzia qualche problema di disciplina e mancanza di leadership in certe fasi tra i suoi, cose che hanno provocato qualche calo nel ritmo, mentre Robbie Deans fa capire che qualche annaspamento tra i suoi giovanotti mollati in acqua da soli a imparare a nuotare, era previsto e voluto: "They had to work hard to create shape and we left them out there toiling away at it and they'll be much better for the experience,".
Venendo a un bilancio dei singoli, il nostro tecnico ha lodato Marco Bortolami, attribuendogli il netto miglioramento in touche (90% di rata di successo su lancio nostro), mentre in prima linea sia Aguero sia Sbaraglini hanno fatto il loro dovere.
Ha anche visto una grande prestazione di Simone Favaro all'esordio internazionale, il quale ha messo a segno una ventina di placcaggi, e rappresenta una valida alternativa a Mauro Bergamasco sul lato aperto (nel caso il padovano parigino servisse ancora in mediana?).
Tebaldi dopo un primo tempo difficile ha alzato il livello della propria prestazione nella ripresa; "Gower - prosegue Mallett - ha organizzato bene la linea dei trequarti, creando alcuni buchi importanti e trovando gli spazi in cui lanciare i suoi compagni. Anche Garcia ha giocato una buonissima partita".
Sin qui siamo d'accordo col coach, incluso il suo stigmatizzare l'errore di Toniolatti (inammissibile "accarezzare" il braccio dell'avversario invece di placcare, manco giocasse da un'ora e fossero alla decima fase), il suo ignorare Staibano (in crisi), Rubini (inesistente: un'ala Azzurra è come il portiere di una grande squadra, riceve poche palle ma quelle non può mai sbagliarle), Quartaroli (poco servito ma un paio di placcaggi sono poco) e anche McLean, autore quest'ultimo di una SERIE opaca.
Al proposito varrebbe la pena di ripensare a Marcato estremo, quando sarà disponibile: sarà più fragile del suo neo compagno di squadra, ma almeno è più affidabile sia nei calci che nel posizionamento, e ogni tanto attacca.
Rispetto alle dischiarazioni di Mallett, in più avremmo enfatizzato l'apporto decisivo offerto da Zanni sia in rimessa che in ruck e in fase difensiva, avremmo speso una mezza parola d'elogio per il solido Reato. Avremmo infine fatto appello all'esauritissimo Canale e allo spento Parisse - ricordiamo, il primo ha giocato da titolare del Clermont la sfortunata finale del Top14 subito prima della partenza per l'Australia - per una prova finale con gli All Blacks la settimana prossima più continua e determinata, soprattutto in fase d'attacco.
[Inciso 2: Una soddisfazione da prenderci c'era rimasta qui e non proprio riusciamo a trattenerci: la prima meta di "carrettino" con regola della sua inabbattibilità ripristinata, non è stata segnata dagli italiani che tanto ci contavano, nè dai borealissimi Lions le cui Federazioni tanto s'erano spese per, ma dagli australissimi Sudafricani nel primo test contro i Lions.
Di fatto a tutti gli australi non serviva ripristinare la vecchia regola: durante l'ultimo Super14 almeno un paio di rolling maul le han rollate sino in meta lo stesso, ma tant'è: come si dice dalle mie (ex) parti, il sora-mànego (chi tiene il manico dell'attrezzo) conta più delle regole. Scusate ma di questi tempi le occasioni per due sardoniche risate non sono così frequenti, quindi ne approfittiamo.]

Qui gli highlights.

sabato 20 giugno 2009

I Leoni si leccano le ferite




Durban, South Africa 26 - 21 British and Irish Lions

South Africa:
F Steyn (Sharks), JP Pietersen (Sharks), A Jacobs (Sharks), J de Villiers (Stormers), B Habana (Bulls), R Pienaar (Sharks), F du Preez (Bulls); T Mtawarira (Sharks), B du Plessis (Sharks), J Smit (Sharks), B Botha (Bulls), V Matfield (Bulls), H Brussow (Cheetahs), J Smith (Cheetahs), P Spies (Bulls).
Replacements: G Steenkamp (Bulls), D Carstens (Sharks), A Bekker (Stormers), D Rossouw (Bulls), E Januarie (Stormers), J Fourie (Lions), M Steyn (Bulls).
British and Irish Lions: L Byrne (Wales and Ospreys); T Bowe (Ireland and Ospreys), B O'Driscoll (Ireland and Leinster), J Roberts (Wales and Cardiff Blues), U Monye (England and Harlequins); S Jones (Wales and Scarlets), M Phillips (Wales and Ospreys); G Jenkins (Wales and Cardiff Blues), L Mears (England and Bath), P Vickery (England and Wasps), Alun-Wyn Jones (Wales and Ospreys), P O'Connell (Ireland and Munster, capt), T Croft (England and Leicester), D Wallace (Ireland and Munster), J Heaslip (Ireland and Leinster).
Replacements: M Rees (Wales and Scarlets), A Jones (Wales and Ospreys), D O'Callaghan (Ireland and Munster), M Williams (Wales and Cardiff Blues), H Ellis (England and Leicester), R O'Gara (Ireland and Munster), R Kearney (Ireland and Leinster).
Referee: Bryce Lawrence (New Zealand)

Ci sono partite nel rugby che andrebbero esportate là dove questo sport non è conosciuto e, soprattutto, là dove questo sport non è apprezzato. Primo perché il rugby in Sud Africa è sinonimo di stadio pieno in ogni ordine di posto (dettaglio importante in tempi di Confederation's Cup), secondo perché quanto si è visto nel pomeriggio a Durban è stato semplicemente esaltante.
Hanno vinto gli Springboks, hanno vinto 26-21: una meta non trasformata di scarto, parrebbe poco a dare retta solo al risultato. La realtà dei fatti è che può voler dire molto, tantissimo. La serie dei tre scontri diretti segna un 1-0 per i padroni di casa. Chi ben comincia è a metà dell'opera, dice il proverbio. Magari lo conoscevano pure i boeri.
Il match di oggi va messo nella cassetta dei bei ricordi e non passerà di certo inosservato perché ad esempio ha segnato la resa di un pilone nel testa a testa con un altro pilone. E' come se tornassimo indietro nel tempo, quando le praterie erano terreno di scontro tra i boeri e i britannici. Il pilone è la cavalleria pesante e, ai tempi onorevoli, la cavalleria pesante era fondamentale. Come nel rugby, d'altra parte. Oggi la cavalleria pesante ha salutato Phil Vickery: ha avuto la gloria di toccare la coppa del mondo 2003, ha avuto l'onere di vedersela con la Bestia, tale Tendai Mtawarira. Ha perso i cocci per strada, Vickery. Onore alle armi.
Si parte subito forte, con una meta dei sudafricani ad opera del capitano John Smit (sarà un caso) e due calci fuori porta di Stephen Jones nei primi venti minuti. Sull'economia dell'incontro incideranno. La risposta dei Lions non si fa attendere: Brian O'Driscoll lancia Ugo Moyne, stai a vedere che questi qui hanno proprio ineenzione di vincere. Tutti in attesa del verdetto del TMO ed il TMO dice che la palla non ha toccato per terra. Però: 15 minuti scarsi di gioco e questi nemmeno il tempo di qualche screzio. La guerra di posizione è andata a farsi benedire, ci si butta subito all'attacco.
Il primo allungo Springboks - I Boks allungano con un calcio di punizione, è il 10-0 che già fa la differenza. Si lotta, si combatte, l'atmosera si fa caldissima anche se laggiù è inverno. C'è un muro di gente che nello stadio di Durban, per come è fatto, è come se fosse letteralmente nel campo assieme ai propri giocatori.
Ma nelle file dei Lions c'è un tale Tom Croft. Ha la faccia del ragazzone buono e gentile sempre pronto a farti uno scherzo. Un simbolo del vecchio rugby, per il modo di fare in campo e per quel fisico slanciato di flanker. Come ricorda il Socio, "quando giocavo io a rugby si era soliti piazzare in terza linea uno piccolo e tarchiato ed un altro bello alto". Ecco, Tom Croft.
E' proprio lui a lanciare il grido di orgoglio Lions: segna la meta che riapre i giochi dopo mezz'ora di partita. 10-7.
Fine primo tempo - Ma Vickery soffre troppo in mischia, l'arbitro neozelandese Lawrence non lo perdona. Fischia, rifischia. Pieenar va sul dischetto e azzecca la mira due volte di fila. E' come se Croft, il mezzo fante prestato alla cavalleria pesante non avesse mai segnato. I primi 40 minuti finiscono con un 19-7 tremendo da digerire per coach Ian McGheegan e i suoi. Oppure no? Bisogna attendere la ripresa delle ostilità.
La Red Army torna in campo, di nuovo alla cacci dei boeri che corrono e si muovono per tutto il campo come piace a loro, gente cresciuta sugli altipiani e abituata ad abbattere gli ostacoli che impediscono gli spazi aperti.
I boeri segnano: lo fanno dopo 7' con Heinrich Brussow. E' la sua prima meta con la maglia della nazionale, nasce da un gioco di mischia. E' tutto sintomatico. Lo dicevano alla vigilia: tutto dipenderà da quanto la mischia Lions saprà tenere testa a quella degli Springboks.
Tre minuti dopo nuovo sussulto d'orgoglio ospite. E' ancora sintomantico, perché arriva da una interessantissima coppia di centrali, O'Driscoll e il gallese Jamie Roberts che innescano Mike Phillips: il mediano corre e si allunga per appoggiare l'ovale in area di meta, torna in ballo il TMO che, nuovamente, annulla la segnatura.
Se non ci riescono loro tre, ci pensa di nuovo Tom Croft. Che ragazzo! Riceve ancora una volta da O'Driscoll e segna la sua seconda meta. Jones trasforma, la rincorsa è cominciata, ma a questo punto mancano meno di dieci minuti alla fine della partita. Però è 26-14. Cadere in piedi, a questo punto, è fondamentale in vista del secondo duello.
La meta di Phillips - Così, quando mancano davvero solo meno di cinque minuti alla fine, accade che i boeri si ritrovano con il nemico alle porte. E' ancora Mike Phillips: meta, Jones trasforma. E' 26-21. Due calci e la controffensiva si trasformerebbe in una vittoria totale. Roba da sistemarla alla nordica. Due piazzati e tac!
I Lions si spostano nell'area dei 22 sudafricani con un calcio di punizione, i padroni di casa sentono la tensione, forse erano ben più tranquilli nella finale di Parigi di due anni fa. Gli esploratori cercano qualsiasi pertugio per superare il reticolato. Ma ogni tentativa sarà vano.
Vince il Sud Africa, 26-21. A Durban è stata grande battaglia. Tra una settimana tutto torna come prima, anzi no. Perché i Lions non potranno sbagliare, non potranno permettersi disattenzioni. Nemmeno quella di darsi una lisciatina ai capelli.

UPDATE 22/6: tutto da leggere l'articolo BBC con le dichiarazioni di Graham Rowntree, coach degli avanti Lions (oltre che possessore delle orecchie a cavolfiore più impressionanti del Pianeta)."The referee was rewarding the dominant scrum as we had asked him to do," ha dichiarato."They won that engagement, they were going forward and their movement was upwards. It was legal".
L'arbito non c'entra, la loro mischia e Teh Beast in partocolare sono stati dominanti nel primo tempo: onore alla sua onestà intellettuale, giusto per smentire le lamentele di capitan O'Connell a fine partita.
I "villains" identificati sono i due, inglesi: non solo Vickery ma anche Mears. L'insfficienza in fase di spinta è però un problema che riguarda tutti i primi cinque, per cui certamente i Lions aumenteranno il peso anche in seconda linea (Shaw o Hines al posto di A.W. Jones).
Fuor di mischia, anche il giovane Monye presumibilmente pagherà i suoi eccessi di "confidenza": in una Serie che vale una Coppa del Mondo, non è ammissibile arrivare per due volte a un centimetro dalla meta (una volta in verticale) e farsi fregare regolarmente in extremis, come si vede negli highlights.

Francia fiera, All Blacks rinfrancati


Sabato 20 June 2009, Welllington, Nzl

14-10
Un risultato che va bene a tutti, nonostante qualche flebile recriminazione del coach Lievremont (è pur sempre un francese dopotutto): pareggio nella serie per gli All Blacks che mantengono il loro record quindicennale, un inatteso trofeo e soprattutto una rinnovata fiducia per i francesi.
Tra gli all Blacks Rocokoco spostato all'ala forte con Cory Jane all'altro lato come nel corso della partita precedente, ripristinata la coppia di centri titolari Ma'a Nonu - Conrad Smith, confermata la mediana Cowan-Donald, ma soprattutto rientrano due titolari su tre in terza linea (missing Richie McCaw) e si sente.
Per la Francia pochi cambi mirati: Chabal titolare in seconda linea a fissare l'unico problema grosso emerso nella scorsa partita, la rimessa; esordio al centro di Mermoz da Perpignan, usuale rotazione dei piloni e conferma dell'intera "spina dorsale", da Servat tallonatore all'otto Picamoles, dalla mediana Dupuy-Trinh Duc all'estremo Medard.
Tempo da lupi a Wellington per il secondo test tra Nuova Zelanda e Francia, pioggia e vento dicono subito che si tratterà di una partita "stretta", poco adatta alla precisione, dove sarà favorito il combattimento. Inizialmente ne soffre Donald, che sbaglierà tre calci di punizione inclusa una trasformazione, poi anche Dupuy ne sbaglierà due e Traille un tentativo di drop.
La marcatura All Blacks arriva al 26', quando la pressione porta i Tutti Neri finalmente vicini alla liean di meta con Isaac Ross e Latimer; alla ennesima, veloce fase, Rocokoco viaggia al largo e apre un varco nella difesa francese in cui si infila Ma'a Nonu. Poco dopo Donald centra il suo primo calcio e il primo tempo si chiude 8-0 per i padroni di casa.
I francesi sono abili in mischia chiusa, ma stavolta gli All Blacks non si fanno sorprendere nelle fasi di contesa aperte, stavolta sono i più tempestivi e determinati: la terza linea Kaino, Latimer e Ross non si fa mettere sotto. Secondo i francesi c'è un contributo anche dello stile d'arbitraggio più "lassista" del sudafricano Jonkers, ma così dicendo non fanno che chiamare analoghe critiche all'arbitro del precedente incontro, l'irlandese Clancy.
Credevate che la "riunificazione" formale delle regole avesse colmato il gap tra i due stili di rugby, quello australe e boreale? N'est pas, ci pensano gli arbitri a mantenere i due approcci affatto differenti, e siamo convinti se ne acccorgeranno i Lions.
Tant'è, alla fine gli All Blacks controlleranno il possesso, cruciale con un tempo del genere, per il 60% del tempo. Le condizioni atmosferichel non consentono fronzoli, molte sono le opportunità compromesse da errori di handling e non solo Alll Blacks: Francois Trinh-Duc ad esempio intercetta un passaggo da Cowan a Rokocoko a metà campo ma poi sbaglia l'offload.
Al rientro in campo i franesi mostrano che non hanno disarmato: dopo 5 minuti Heymans si lancia in una fantastica discesa di 50 metri lungolinea, salta tre placcaggi e finalizza una prepotente meta d'altri tempi, trasformata da Dupuy: 8-7.
I francesi hanno anche una possibilità per l'uno due, con un calcetto di Heymans raccolto da Clerc a dieci metri dalla meta, però perde palla appena Brad Thorn arriva in extremis a mettergli le manacce sopra.
Gli All Blacks si rifanno sotto con Kieran Reid e ancora Nonu, poi Donald centra il suo secondo penalty con 35 minuti da giocare, poi ne arriva un altro da Luke McAlister suo rimpiazzo, cui risponde subito Yachvili che fissa il risultato finale a 15 minuti dalla conclusione.
Il trofeo Dave Gallaher creato nel 2000, va per la prima volta e meritatamente alla Francia, grazie alla migliore differenza punti nei due incontri. Soprattutto, i francesi chiudono il capitolo incerto di un Sei nazioni erratico e attraversano il Mar di Tasman con nuove certezze, prima di affrontare l'ultimo sforzo stagionale con l'Australia.
Anche gli All Blacks escono più tranquillizzati rispetto a una settimana fa, anche se non del tutto rilassati: hanno una terza linea capace di recuperare ovali nonostante l'assenza di McCaw: ora hanno il tempo per l'ulitma sgambata con l'Italia per fissare altri aspetti critici come la fluidità el'incisività della manovra d'attacco, in attesa del Tri Nations che parte il 18 luglio.

All Blacks: 15 Mils Muliaina (captain),14 Cory Jane, 13 Conrad Smith, 12 Ma'a Nonu, 11 Joe Rokocoko, 10 Stephen Donald, 9 Jimmy Cowan, 8 Kieran Read, 7 Tanerau Latimer, 6 Jerome Kaino, 5 Isaac Ross, 4 Brad Thorn, 3Neemia Tialata, 2 Keven Mealamu, 1 Tony Woodcock.
Riserve: Aled de Malmanche, John Afoa, Bryn Evans, George Whitelock, Piri Weepu, Luke McAlister, Isaia Toeava.
France: 15 Maxime Medard, 14 Vincent Clerc, 13 Maxime Mermoz, 12 Damien Traille, 11 Cedric Heymans, 10 Francois Trinh-Duc, 9 Julien Dupuy, 8 Louis Picamoles, 7 Fulgence Ouedraogo, 6 Thierry Dusautoir (captain), 5 Romain Millo-Chluski, 4 Sebastien Chabal, 3 Nicolas Mas, 2 William Servat, 1 Fabien Barcella.

Riserve: Dimitri Szarzewski, Thomas Domingo, Remy Martin, Damien Chouly, Dimitri Yachvili, Yannick Jauzion, Mathieu Bastareaud
Arbitro: Marius Jonker (Sfa)

mercoledì 17 giugno 2009

Faith can move mountains

In un momento di relax per gli All Blacks, emerge l'imponente schiena e l'impegnativo tatuaggetto di Ma'a Nonu.

martedì 16 giugno 2009

Thank God it's Summer!

Down under world. Proprio qui sta il bello, quando arriva l’estate al Nord e l’inverno al Sud e quelle del Nord scendono al Sud per i test matches. Poi, volle il calendario, stavolta al Sud sono scesi pure i Leoni del Nord, pronti a dover rincorrere gli Springboks per le praterie che una volta furono piegati dai boeri. Prima che arrivassero proprio gli antenati dei Leoni britannici.
I British & Irish Lions faticano, sudano molte magliette, ma alla fine vincono le partite di riscaldamento. Dovrebbe essere giusto così, nel senso che i warm-up matches servirebbero proprio per testare tutti i giocatori a disposizione e capire con quali affrontare il Sud Africa. Ian McGeeghan lo sa bene, d’altronde era a capo di quei Lions che si imposero sugli altipiani nel 1997. Eppure è probabile che stia sudando freddo pure lui, perché poco importa che i Lions abbiano di fronte i Natal Sharks o i Golden Lions: quando i sudafricani impostano il loro gioco al largo, la sofferenza si fa sentire. Ora, proprio dalle parti degli Sharks i dirigenti avevano espresso, alla vigilia dell’incontro di mercoledì scorso, il disappunto per non disporre degli atleti convocati in nazionale. A conti fatti, se ci fosse stati – e se ci fossero sempre, in qualsiasi incontro con le franchigie – probabilmente gli avventurieri albionici avrebbero rimediato qualche sconfitta.
La sconfitta l’hanno rimediata gli All Blacks che, ormai è ufficiale, hanno imparato quale sia il loro gatto nero: in realtà sabato era vestito di bianco, il bianco francese. Dalle parti della Nuova Zelanda l’aria è un po’ cambiata. Nello scorso Tri-Nations Graham Henry era finito sotto pressione ben più che in seguito all’eliminazione del Mondiale di Francia per opera dei francesi nella battaglia disputata sul campo neutro di Cardiff. Era finito sotto pressione perché i suoi avevano perso due partite di fila nel corso del torneo australe. Non sono più quegli All Blacks che a tre – due anni dalla Coppa del Mondo fanno scorpacciata di tutto a mani basse. Paradossalmente, sembrano più pragmatici ora, portati a sperimentare pure loro, anche per far fronte alle assenze. Un caso su tutti: Dan Carter, infortunatosi durante la stagione a Perpignan – Francia, guarda caso – e non con la maglietta dei Crusaders. Segni del tempo che cambia, che non è più quello di pochi mesi fa. Ciò non toglie che la sconfitta di sabato bruci, come l’acqua ossigenata sulle sbucciature più toste.
Al Sud ci siamo anche noi. I Wallabies tirano sempre qualcosa fuori dal cilindro. Ai Mondiali tale giovanotto di nome Barnes chiamato a sostituire Paperoga Larkham, il mediano d’apertura australiano. Il week end ha visto la stella di O’Connor. Uno che porta il cognome irlandese ed è cresciuto nei Western Forces, la formazione di Perth, estremo occidentale del Paese, che per raggiungerlo occorre attraversare il deserto, non può che potersi rivelare un Maverick pronto a colpire quando meno te lo aspetti. Tanto vale segnarsi il nome. Una sola sensazione da qui: com’è che quando l’Italia gioca contro una grande, sembra sempre giocare meglio di quando si deve dare il tutto per tutto per evitare la figuraccia al 6 Nations?
E poi dicono che d’estate lo sport va in vacanza…

UPDATE: a proposito di vacanze (finite), Lions vincenti anche nell'ultima partita di preparazione, quella odierna contro la neonata franchigia dei Southern Kings: 8-20 il risultato finale.
Il 3-3 del primo tempo ha visto due Lions - James Hook e Euan Murray - "eliminati" nei primi dodici minuti dal gioco dei Kings particolarmente ruvido e intimidatorio, anche secondo i laschi standard sudafricani: welcome on the wild side!
Nel secondo tempo un penalty di O'Gara e una fortunosa meta di Ugo Monye (in foto) tranquillizzano gli animi; la meta tecnica per i Lions a 11 minuti dalla fine chiude la partita e quella della bandiera del flanker Mpho Mbiyozo serve giusto per raccogliere gli applausi della folla.

Challenging Rules


L'evento del lunedì è stato il sorteggio a Dublino dei gironi della prossima Euro Challenge Cup.
Non solo sorteggio ma anche cambi di regole, dalle implicazioni importanti (purtroppo) per le italiane. Al punto che abbiamo deciso di "isolare" la notizia e approfondirla in un post a se' stante.
Dunque, sino all'anno scorso la Euro Challenge promuoveva alle fasi a scontro diretto post gironi all'italiana le prime cinque di ogni pool piu' le migliori tre seconde.
Da quest'anno non piu', si copia il meccanismo Champions-Uefa del giuoco per carrettieri: passeranno ai quarti di finale Challenge Cup le prime cinque di ogni girone e tre squadre provenienti dalla Heineken Cup, le tre migliori seconde nei gironi preliminari tolte le prime due "migliori seconde" (che come nelle passate edizioni saranno ammesse ai quarti di finale Heineken).
Tale regola penalizza le italiane in Euro Challenge: ci han tolto la valenza dei secondi posti e quindi la motivazione a lottare per essi.
Se prima avevano una extra chance di qualificarsi (ricordiamo nella scorsa edizione le tre italiane in corsa sino all'ultima gara), ora si passa solo se si vince il proprio girone ...
Ma non e' finita qui. In precedenza i posti in Heineken Cup erano preassegnati come segue: sei per Inghilterra e Francia, tre per Galles e Irlanda, due per Scozia e Italia, piu' uno per Inghilterra o Francia e uno per Italia o Irlanda o Galles.
Orbene la ERC ha deciso di assegnare le ultime due "slot" alla vincitrice della Heineken Cup stessa e a quella della Challenge Cup.
Viene cosi' abolito non solo il settimo posto alternativamente assegnato a un club francese o inglese, ma anche quello spettante alla vincitrice tra la penultima non scozzese della Celtic League e la terza classificata del Super10 italiano.
Guardando al track record, poco male per le italiane che vinsero la sfida solo nel 2006 con l'Overmach, significa nei fatti togliere il posto in Heineken alla quarta squadra gallese, i Dragons. Tant'e', tanto dall'anno successivo l'Italia mandera' in entrambe le coppe europee non piu' club ma non ancora definite "selezioni".
Per scendere in tutti i dettagli, c'e' anche la clausola che nessuna nazione possa avere piu' di sette partecipanti alla Coppa Europa. Se del caso (possibile solo se due inglesi o due francesi vincessero sia Heineken che Challenge), l'ultimo posto spettante a tale nazione sara' destinato al club non gia'[ qualificato delle altre cinque nazioni dal miglior ERC European ranking.
Nel dettaglio dell'edizione 2009/10, il sorteggio e' andato così:

POOL 1: Bourgoin, Leeds Carnegie, Rugby Parma, Bucuresti Oaks
POOL 2: Worcester Warriors, Connacht Rugby, Montpellier, Olympus Madrid
POOL 3: Saracens, Castres Olympique, Toulon, Rugby Rovigo
POOL 4: London Wasps, Rugby Calvisano, Bayonne, Racing-Metro 92
POOL 5: Newcastle Falcons, Montauban, Petrarca Rugby, Albi

Date le regole sopra riportate, da questa edizione anche la Challenge diviene out per le nostre tanto quanto la Heineken Cup. Poco interessante diviene quindi star li' a determinare chi sia capitato nel girone piu' o meno "fortunato"; al contrario, rimane solo la possibilita' di vedere in Italia qualche bel team o qualche bella sfida sia pur con niente in palio oltre l'orgoglio.
Sotto questo profilo la piu' fortunata pare Calvisano: questo autunno-inverno avra' il "vantaggio" di incontrare Wasps e Racing-Metro più il Baiona di Gower, fatale a Viadana nella scorsa edizione.
A Rovigo vedremo i Saracens di Ongaro e Nieto e Tolone rinfrancato e in grado finalmente, sperano, di esprimere tutto il potenziale, più Castres che rispetto all'anno scorso può solo che migliorare; Padova se la vedra' coi Falcons sempre molto motivati in Challenge,. mente con Montauban e Albi il Petrarca ha la possibilita' di giocarsela. Parma infine ha una residua chance: si ritrova i rumeni, i neopromossi del Leeds e Bourgoin ex finalista ma ora in crisi finanziaria; se le congiunzioni astrali fossero tutte allineate alla perfezione ... Arrivederci a ottobre.

ROUND 1 – 8/9/10/11 October, 2009
ROUND 2 – 15/16/17/18 October, 2009
ROUND 3 -10/11/12/13 December, 2009
ROUND 4 -17/18/19/20 December, 2009
ROUND 5 – 14/15/16/17 January, 2010
ROUND 6 – 21/22/23/24 January, 2010
QUARTER-FINALS – 8 / 9 / 10 / 11 April, 2010
SEMI-FINALS – 30 / 1 / 2 May, 2010

EUROPEAN CHALLENGE CUP FINAL – 21 / 22 / 23 May, 2010

lunedì 15 giugno 2009

News internazionali

Il passato weekend di test non si e' concluso con le prove di Francia in Nuova Zelanda e Italia in Australia.
Sabato a Salta nell'estremo NordEst dell'Argentina c'è stata la rivincita dei Gauchos sull'Inghilterra dell'Old Trafford la settimana prima.
E' finita 24-22, ma i Pumas sono arrivati a condurre 21-3 fino al 45'.
Merito del piede atomico di Hernandez (14 punti e un drop, decisivo, al 70') ma anche di due mete - del flanker Leguizamon dello Stade prima Irish e dell'ala forte Camacho, dalla prossima stagione agli Harlequins - contro una, bella ma tardiva di Matt Banahan.
Nella prima metà della gara dominio argentino in rimessa delle seconde linee Patricio Albacete e Rimas Kairelis da cui sortisce la prima meta e inglesi indisciplinati: un paio di placcaggi alti e solito gioco rallentato in ruck, puniti da Hernandez. La seconda meta nasce da una bella penetrazione di Aguilla.
Al rientro gli Albionici riprendono a macinare il loro gioco schiacciasassi, mettendo Andy Goode nelle condizioni di ridurre lo svantaggio con un penalty ogni 5 minuti, dopo il drop di Hernandez arriva la meta di Banahan, lanciato da Delon Armitage a sua volta messo in moto da Vesty e Cueto con una bella azione corale.
Un anno di Martin Johnson alla guida della nazionale: è la sesta sconfitta su undici gare.
Il morale è comunque alto tra gli inglesi nonostante lo score passivo, si consolano con l'innegabile progresso e con l'ingresso positivo di numerosi volti nuovi: Banahan e Delon Armitage, senza contare Tom Croft, Ugo Monye e Riki Flutey impegnati coi Lions e l'aver saputo usare nel corso dell'anno l'esperienza di Mike Tindall, Joe Worsley e Mark Cueto.

I Lions continuano a incassare vittorie nelle loro partite preparatorie ai test con la nazionale Sudafricana (non i Bafana Bafana per ridere ma gli Springboks, roba tosta). S'è già accennato in precedenza allo stentato esordio coi deboli Royal XV ( 25-37), al trionfo contro gli squinternati Golden Lions (10-74), alla paura presa coi Cheetahs (24-26).
Mercoledi' 10 a Durban i Lions riprendono il loro andamento altalenante ma sempre vincente: schiantano per 3-39 gli Sharks B (ben dieci i titolari assenti, convocati con gli SpringBoks).
Sabato la conferma dell'altalena: a Newlands, Città del Capo con una squadra sudafricana "vera", i Western Province con solo 4 SpringBoks assenti, i Leoni Britannici & Irlandesi boccheggiano, ritornando minimalisti con uno stringato e vacillante 23-26.
In ogni caso sono Lions molto diversi da quelli dell'ultima tournèe australe, 'sti qui sono motivati ferocemente a vincere: avanti dal work rate fenomenale (Phil Vickery, Nathan Hines mettono in discusione le gerarchie in squadra) e trequarti che vanno in meta: immenso Tommy Bowe, bravo Ugo Monye, O'Driscoll e Jamie Roberts a dar solidità e sprint al centro; per non dire delle due "pesche" tardive, Croft e Martyn Williams a portare dinamismo e controllo nel pack.
Domani ultimo allenamento al Nelson Mandela Bay Stadium di Port Elizabeth coi neonati Southern Kings dell'Eastern Cape, quasi un invitational di attuali e ex Bulls come Tiger Mangweni, Frikkie Welsh, Jaco van der Westhuyzen, Francois Hougaard, Ruan Vermeulen, Derick Küun (capitano), Jaco Engels, Dries van Schalkwyk e Dean Greyling; più giovani talenti come Matthew Turner e Lungelo Payi o la star degli Springbok Sevens Mpho Mbiyozo; completano i seniores Marco Wentzel, Jaco van der Westhuyzen, De Wet Barry, Solly Tyibilika, Delarey du Preez e Bevin Fortuin.
Da sabato s'inizia a fare sul serio, si risale a Pretoria per il primo dei tre test con gli SpringBoks.

Finiti gli eventi del weekend, esaminiamo quelli da back office del lunedì:
il ranking Irb non vede l'Italia penalizzata dalla sconfitta in Australia per i meccanismi spiegati nei precedenti post. esso ha ricevuto una bella scossa nella fascia ai piedi del podio, per le vittorie della Francia (guadagna due posizioni) e dell'Argentina (sale di uno), mentre l'Inghilterra perde due posizioni come l'inattivo Galles.

5(8) FRAFRANCE81.94
6(7) ARGARGENTINA81.29
7(5) ENGENGLAND81.23
8(6) WALWALES80.74

domenica 14 giugno 2009

L'Australia ci prende a calci



Sabato 13 Giugno 2009, Camberra
31-8

Commentare un cinque mete a una, tre a zero in mezzora,con tanto di hat trick per il diciottenne esordiente James O' Connor - tenendo ovviamente conto della differenza di valori tra i due team - potrebbe risultare breve: australiani tatticamente oltre che tecnicamente abili a evidenziare e sfruttare rapidamente le inconsistenze difensive degli Azzurri, con questi ultimi capaci di ritrovare finalmente la meta grazie a un bello sprazzo individuale ben supportato.
La cronaca: passano quattro minuti e Lachie Turner si infila in mezzo smarcatissimo approfittando dell'amo con cui Burgess e Brown "pesca" Mirco B. a chiudere sovrapposto a Gower invece di badare all'ala che taglia in mezzo (vedi significativa foto sotto) e scarica al giovane O'Connor intonso per un debutto con meta.
5 a zero, i nostri si rimettono in moto ma le munizioni offensive a disposizione non sono molte: come al solito non siamo in grado di sviluppare gioco multifase e in più riveliamo inconsistenze nel gioco tattico, con Gower chiaramente poco esperto e McLean incapace di reggere da solo la retroguardia bombardata.
Così le ulteriori mete arrivano dai Wallabies: al 28' quando Giteau cambia direzione dopo una ruck, assorbe Pratichetti oltre al suo difensore e lancia nuovamente O'Connor a quel punto smarcato; dopo cinque minuti è il Berrick Barnes a lanciare in meta Giteau.
Il primo tempo si chiude 17-3 con l'Italia finalmente nei 22 avversari e una punizione di McLean - va sottolineata la prova perfetta dei nostri sotto il profilo disciplinare.
Alla ripresa gli Azzurri paiono animarsi: al 44' palla da una ruck nei 22 avvversari indietro a Gower piazzato a zero come a tentare un drop, invece l'australiano di Bayonne si lancia sul lato chiuso, sorpende la difesa e scarica a Robertson sulla linea di fondo per una bella meta di quelle che l'Italia non segnava da troppo tempo.
Sfortunatamente è tutto qui: il resto del tempo è dominato dai padroni di casa, che mandano in meta il vecchio Mortlock e il giovane O'Connor passeggiando sopra i placcaggi non chiusi dei nostri.

La performance dei nostri non ci è dispiaciuta in fondo: in particolare Craig Gower è un ex rugby league e si vede, non ha paura di attaccare gli spazi, "vede" gli avversari (geniale la sua penetrazione sul lato chiuso in occasione della meta italiana) ed è solido in difesa; l'altro esordiente Geldenhuys non male, anche se non ha cambiato le sorti negativissime della nostra rimessa laterale. Zanni e Mauro Bergamasco solidi in trincea, Parisse con qualche pausa mentale, buona la prima linea soprattutto lato Staibano, Sgarbi e MircoB. sacrificati a tamponare.
Canavosio (qualche sprazzo positivo ma incompleto, meglio Tebaldi) e Pratichetti (troppo intimidito e leggerino) a parte, tutti rincalzi inclusi han dimostrato di essere all'altezza, se solo avessero potuto giocare trenta metri più avanti e avere cinque minuti di possesso in più per tempo.
Mallett fa bene ad essere orgoglioso della prova dei suoi: in campo s'è vista una squadra e non più un bunch di nervosi spaesati irrigiditi dalle responsabilità; han saputo resistere per molta parte della gara ad avversari dal tasso tecnico più elevato in pressocchè tutti i reparti.
Solo che, lo sottolinea Sergio Parisse, si potevano e dovevano prendere due mete di meno: “Purtroppo abbiamo sbagliato qualche placcaggio di troppo: sulla prima meta Mirco Bergamasco ha raddoppiato sull’uomo (..) di Gower lasciando un varco, mentre alla terza meta di O’Connor io ho sbagliato un placcaggio piuttosto semplice”.
Errori individuali quindi, il primo indicativo di un po' di affanno, scarsa lucidità, affiatamento e fiducia nel compagno: forse le nostre guardie (e nel caso italiano i centri sono guardie come le terze linee a tutti gli effetti) sono troppo abituati a una mediana "bucata" e la raddoppiano sistematicamente, creando voragini appena più in là.
Un paio di mete in meno da prendere, un paio di mete in più da segnare: coach Malett evidenzia gli errori al piede di Craig Gower, peraltro molto positivo in tutti gli altri fondamentali: "You can't kick two balls directly out into the in-goal, which meant scrum restarts (...) where we ended up in our 22 metres. Those were errors which he hopefully he won't make in the future".
In tale ottica, coach Deans sottolinea bene la chiave della strapotenza Wallabies, che è stata tattica prima che tecnica individuale: risistemata la mischia un anno fa (l'anno scorso a Padova ne avemmo prova) ora l'asso nella manica australiana si chiama kicking game.
Tutta la partita infatti è stata tessuta sui calci profondi dei trequarti Wallabies, in special modo di Giteau e Barnes: ci hanno inchiodato nei nostri 22m, ricacciati a correre all'indietro o a venir sfidati nella nostra più che incerta rimessa laterale. Poi è chiaro che, costretti costantemente a giocare sull'orlo del baratro, prima o poi l'errore di piazzamento o il placcaggio bucato a qualcuno scappa: i nostri sono già stati bravi a mantenere la disciplina per tutta la gara.
Abbiamo giocato la partita opposta a quella francese in Nuova Zelanda: loro han coperto spendidamente il fondo, voltando a loro vantaggio il kicking game lungo degli All Blacks nel primo tempo, mentre purtroppo per noi Luke McLean non è Medard, ed è stato scelto di NON aiutarlo là in fondo, specialmente sul lato destro -Kaine Robertson rimaneva alto a tamponare eventuali percussioni - per cui è stato costantemente impallinato proprio lì per chiudergli l'angolo del calcio.
Della serie, c'è sempre un motivo che arriva da lontano (l'estremo) se gente come Parisse alla fine manca un placcaggio, uno sui cento che ha dovuto fare.
Ci si risente per Melbourne la prossima settimana, speriamo con qualche accorgimento tattico in più, per offrire un aiutino a destra del nostro estremo e consentire a Mirco B. di muovere un po' le gambe come sa, oltre che le braccia.
Rimane oltre un anno che non si vince una partita; come non c'era da abbattersi durante il Sei Nazioni, adesso una rondine (un centro schierato apertura per nulla "timido") non fa primavera.

Australia: 15 James O'Connor, 14 Lachie Turner, 13 Stirling Mortlock (capt), 12 Berrick Barnes, 11 Drew Mitchell, 10 Matt Giteau, 9 Luke Burgess, 8 Richard Brown, 7 George Smith, 6 Dean Mumm, 5 Nathan Sharpe, 4 James Horwill, 3 Al Baxter, 2 Stephen Moore, 1 Benn Robinson.
Repl.: 16 Tatafu Polota-Nau, 17 Ben Alexander, 18 Peter Kimlin, 19 David Pocock, 20 Josh Valentine, 21 Quade Cooper, 22 Adam Ashley-Cooper.
Italia: 15 Luke McLean, 14 Kaine Robertson, 13 Mirco Bergamasco, 12 Matteo Pratichetti, 11 Alberto Sgarbi, 10 Craig Gower, 9 Pablo Canavosio, 8 Sergio Parisse (capt), 7 Mauro Bergamasco, 6 Alessandro Zanni, 5 Carlo Antonio Del Fava, 4 Quintin Geldenhuys, 3 Fabio Staibano, 2 Leonardo Ghiraldini, 1 Salvatore Perugini.
Repl.: 16 Franco Sbaraglini, 17 Ignacio Rouyet, 18 Marco Bortolami, 19 Paul Derbyshire, 20 Tito Tebaldi, 21 Kristopher Burton, 22 Gonzalo Garcia.
Arbitro: Romain Poite (Francia)

sabato 13 giugno 2009

La bestia nera dei Tutti Neri



Sab. 13 giugno 2009, Dunedin, Nzl

22-27
A quasi due anni dalla clamorosa partita della Coppa del Mondo, la Francia si conferma nazionale castiga All Blacks con la quarta vittoria down under della sua storia, ma dall'ultima eran passati ormai 15 anni. E pensare che un paio d'anni fa i neozelandesi avevan protestato per la scarsa qualità della nazionale francese in visita: eccoli accontentati.
Coach Graham Henry aveva messo le mani avanti alla vigilia, parlando di necessità di una "learning experience" per i giovanotti sostituti di gente rimasta a casa come Richie McCaw, Daniel Carter, Ali Williams, Rodney So'oialo, Conrad Smith, Richard Kahui, Sitiveni Sivivatu etc.
Scusa poco probabile, anche se la stampa locale li ha definiti i "peggiori All Blacks di sempre", prima di tutto perchè in casa, nella fredda Dunedin scelta probabilmente a bella posta per avere il clima opposto a quello oramai estivo europeo, e perchè nonostante le assenze i Mulianina, Rokocoko, Nonu, Hore, Mealamu etc.etc. c'erano pur sempre e i rimpiazzi (Reid, Donald, Toeava etc) non paiono malaccio sulla carta.
Rientra in panca dopo qualche anno persino il primo dei figliol prodighi, Luke McAlister reduce dalla sconfitta Barbarians con l'Australia, ma è la riprova di quanto sia messo male Henry con gli infortuni.
Coach Lievremont dal canto suo punta sulla freschezza e su gente in forma: in mediana Dupuy da Leicester e fiducia al giovane Trinh-Duc ottimo contro l'Italia alla fine del Sei Nazioni; al centro un mix di potenza giovane ed esperienza Bastareaud-Traille, il triangolo allargato tolosano Heymans-Clerc-Medard: nella terza linea delle meraviglie con Dusatoir (capitano oggi) e Ouedraogo, Picamoles da Perpignan rimpiazza Harinordoquy; davanti Servat è titolare al posto di Szarzewski - e la mossa pagherà - e c'è il solito turnover tra piloni e seconde linee di buon livello anche se qui mancano specialisti della touche, Bonnaire in special modo.

La partita è dominata da subito dalla difesa francese, attentissima a far densità con rapidità sul punto d'incontro e a salire immediatamente al largo per impedire agli All Blacks di aprire il gioco. Appena ottengonoil possesso, i Galletti si muovono tutti da tutte le parti, offrendo opzioni di oflfoad rapido al portatore di palla.
Il duo mediano Cowan-Donald casca nella trappola difensiva, sia quando calcia tattico - perfetta la copertura profonda francese che trasforma ogni tentativo di guadagno territoriale in possesso fruttifero - sia quando fa giocare il possesso che risulta prevedibile e scontato.
La partita si incanala al controllo dei Bleus che cacciano con ferocia la palla in tutte le ruck e vengono aituati dai ball carrier neozelandesi: il clima freddo e umido infatti si ritorce contro chi vorrebbe far gioco e invece cade in un sacco di errori di handling (12 palle perse nella prima mezzora).
Alla mezzora la Francia guida con un clamoroso 3 -17: al penalty di Dupuy al 3', alle mete di Trinh-Duc al 18' e di Servat al 28' risponde solo un calcio di Donald al 12'.
All fine la mediana All Blacks si adatta e comprende, inizia a usare grabber appena dietro alla linea del vantaggio invece che calci lunghi e a percuotere il canale centrale con maggior controllo dell'ovale e maggior dinamismo, producendo cosi' la fase di partita tra il 38' e il 60' che mette sotto i francesi e porta al pareggio: apre al rimonta un calcio di Donald, poi arriva la meta di Messam, su offload di Corey Jean lanciato dal calcetto di Cowan a fine primo tempo, poi altri due penalty di Donald al 48' e al 58'.
L'ultimo quarto di partita si apre con un unico interrogativo apparente, quando i Tutti Neri passeranno in vantaggio.
Invece i francesi si ricongiungono (anche se in verità mai avevano sbracato), prima grazie a un calcionon facile di Dupuy, poi mediante la difesa puntuta e arcigna che non smobilita, anzi procura la più classica delle mete punitive in mezzo ai pali, quella che deriva da intercetto di Medard al 71'.
Dieci punti di vantaggio, la meta quasi immediata di Ma'a Nonu non scalfisce il morale dei francesi che concludono una ottima prestazione improntata sulla difesa che come spesso capita costituisce il miglior attacco. Alla fine la fortuna arride agli audaci.

Ottima la partita per tutti i Galletti, a partire da Trinh-Duc, dall'ordinatissimo Dupuy e da tutto il pack, dominante in mischia, conservativo in rimessa e feroce in ruck. Anche i rimpiazzi come Chabal e Puricelli si comportano molto bene.
Dietro i Bleus non li scopriamo adesso: giovani (Medard, Bastareaud) o "vecchi" (Traille, Heymans, Clerc), difendono e possono tutti indifferentemente giocar tattico in modo spraffino (Bastareaud a parte) o ripartire tutti a testa bassa, rendendo poco utili gli studi a video preventivi degli avversari.
Da parte All Blacks, partita poco incisiva di Donald, il subentrato Weepu più elettrico di Cowan, Muliaina e Rocokoco poco utilizzati grazie alla difesa "preventiva" francese che blocca sempre anche le incursioni dei due centri Toeava e Nonu.
Quanto alle terze linee, sono state del tutto assorbite dalla terza francese. Alla fine è McAlister subetrato come secondo playmaker a consegnare la partita agli avversari, facendosi intercettare il passaggio da Medard.

New Zealand: 15 Mils Muliaina (capt), 14 Joe Rokocoko, 13 Isaia Toeava, 12 Ma'a Nonu, 11 Rudi Wulf, 10 Stephen Donald, 9 Jimmy Cowan, 8 Liam Messam, 7 Adam Thomson, 6 Kieran Read, 5 Isaac Ross, 4 Brad Thorn, 3 Neemia Tialata, 2 Andrew Hore, 1 Tony Woodcock.
Repl.: Keven Mealamu, John Afoa, Bryn Evans, Tanerau Latimer, Piri Weepu, Luke McAlister, Cory Jane.
France: 15 Maxime Medard, 11 Cedric Heymans, 13 Mathieu Bastareaud, 12 Damien Traille, 14 Vincent Clerc, 10 Francois Trinh-Duc, 9 Julien Dupuy, 1 Fabien Barcella, 2 William Servat, 3 Sylvain Marconnet, 4 Pascal Pape, 5 Romain Millo-Chluski, 6 Thiery Dusautoir (capt), 7 Fulgence Ouedraogo, 8 Louis Picamoles
Repl.: Dimitri Szarzewski, Thomas Domingo, Sebastien Chabal, Remy Martin, Dimitri Yachvili, Yannick Jauzion, Alexis Puricelli.

giovedì 11 giugno 2009

Italia down and under


Ci siamo, inizia sabato il giro di tre test match dell'Italia (e della Francia) down under con Australia e Nuova Zelanda, in contemporanea con gli impegni dei Lions e il secondo scontro Inghilterra - Argentina.
Approfittiamo dell'attesa per smarcare un po' di considerazioni "politiche" e generali prima di focalizzarci sui piu' motivanti e interessanti fatti sportivi.
Va innanzitutto chiarito che visitare ( e perdere con) squadre molto piu' avanzate della nostra non comportera' perdite di punti nel ranking Irb. Infatti gare tra squadre con dieci o piu' punti di gap (piu' tre per scontare l'effetto "casa") mettono in palio zero punti; l'Italia attualmente dista quasi 15 punti dall'Australia e piu' di venti dalla Nuova Zelanda. Insomma, andare a trovare Wallabies e All Blacks e' "gratis" dal punto di vista del ranking Irb.
Questo toglie indubbiamente una ulteriore pressione dai nostri. Ricordiamo, l'Italia e' scesa al dodicesimo posto Irb dopo il Sei Nazioni e ora e' pressata dal Canada che ha appena rimpiazzato la Georgia subito dietro di noi, dopo averla battuta in Colorado.
Di fatto non perderemo punti ma nemmeno avremo l'opportunita' di recuperarne: Dondi affermo' che si va a giocare contro "quelli bravi" per alzare il livello dei nostri, ma forse siamo solo di fronte alla solita (in-)capacita' della Fir di pianificazione persino nel breve periodo. Si naviga a vista, dai test match alla Celtic prossima ventura.

La logica "andiamo con quelli bravi" e' in fondo la medesima da dieci anni a questa parte, dal Sei Nazioni all'approdo alla Celtic League.
Nulla di sbagliato in se', se venisse inquadrato all'interno di un piano formalizzato e condiviso con tutti i constituents del rugby italiano, contenente una serie di misure ben piu' strategiche e dal respiro temporale piu' ampio che non la partecipazion e alla Celtic League o la duplice sfida agli All Blacks.
Ne volete un esempio? Trovate qui il documento di pianificazione quinquennale del rugby irlandese: dalla culla ai seniores tutto viene analizzato, fissando obiettivi e risorse con una visione omnicomprensiva.
L'assenza di un livello di condivisione, pubblicita' (quindi chiarezza) e spessore moderno e business oriented paragonabile a quanto descritto nel piano irlandese, rischia di provocare risultati nefasti per il rugby italiano, a causa di due fattori impliciti nell'approccio scelto dalla Fir:
- la messa in secondo piano dei campionati nazionali e con essi di scuole, allenatori, preparatori di base e quindi dei vivai, puntando come da dieci anni a questa parte sul vertice del movimento, sperando in improbabili meccanismi di trascinamento top down;
- la campagna pilotata dalla Fir di delegittimazione e svuotamento dei club, addossando a questi la responsabilita' di scelte strategiche compiute col suo pieno avallo (cioe' vivai chissenefrega e stranieri a profusione per poi "equipararli"), al fine di far passare nell'opinione pubblica il modello per "franchigie" centraliste sotto il suo controllo.
Il paradossale output dell'approccio "andiamo con quelli bravi" e' che sempre meno aborigeni crescono e sempre piu' "equiparati" ti ritrovi, perche' ti confronti con obiettivi a breve termine.
Non si tratta di discorsi teorici: tornando all'attualita', guardiamo la squadra "italiana" annunciata contro l'Australia:
15 Luke McLean; 14 Kaine Robertson, 13 Mirco Bergamasco, 12 Matteo Pratichetti, 11 Alberto Sgarbi; 10 Craig Gower, 9 Pablo Canavosio; 8 Sergio Parisse (captain), 7 Mauro Bergamasco, 6 Alessandro Zanni; 5 Carlo Antonio Del Fava, 4 Quintin Geldenhuys; 3 Fabio Staibano, 2 Leonardo Ghiraldini, 1 Salvatore Perugini. Riserve: Franco Sbaraglini, Ignacio Rouyet, Marco Bortolami, Paul Derbyshire, Tito Tebaldi, Kristopher Burton, Gonzalo Garcia.
Quanti sono i giocatori "di formazione italiana"? Con Craig Gower - cui facciamo peraltro un convinto in bocca al lupo, come a tutti gli altri schierati - uno che manco sa come si dice "mischia" in italiano e crede che l'Umbria faccia parte della Toscana, siamo alla "tratta" degli australi e sudafricani, peraltro apertamente sponsorizzata da Mallett sin dal suo arrivo e destinata a soppiantare quella se vogliamo piu' plausibile, giustificabile e "mimetica" degli oriundi argentini.
Cio' viene agevolato dallo stato inconsistente delle leve italiche, vero, tramortite gia' dalle scelte dei club, vero anche questo. Il motivo di tutto questo (non bevetevi la propaganda centralista anti club della Fir, ragazzi) parte da lontano, da precisi approcci da parte della Fir focalizzata sul breve termine, da cui le strategie Mallettian-Dondiane riguardanti persone e organizzazione che qui stiamo criticando e che rischiano di approfondire la catastrofe.

Un esempio della logica opposta all' "andar coi bravi"? La vecchia conoscenza John Kirwan allena da tre anni la nazionale giapponese, compagine che preconizzo diventare per noi molto piu' pericolosa del Canada o della Georgia nel prossimo futuro.
Orbene, Kirwan ha dichiarato che avere una franchigia giapponese nel futuro Super15 asiatico-australe come offerto da O'Neill della ARU Australiana, rappresenterebbe un disastro per lo sviluppo del rugby nel Paese del Sol Levante.
In sintesi: "Abbiamo bisogno di un campionato nazionale forte se vogliamo tirar su una base di 2-300 buoni giocatori che servono per una Nazionale di buon livello. Una (o due) franchigia basata a Tokio farebbe solo fuggire la gran parte degli sponsor e minerebbe i club e quindi lo sviluppo del movimento". Vero e' che anche in Giappone stanno importando Pacifici e altro a profusione, ma Kirwan parla forse per conoscenza dei fatti nostrani?
Del resto come le Celtiche e in primis Irlanda insegnano, l'approccio a "selezioni" funziona solo se tanto per cominciare e' radicato nel territorio, e se si puo' contare su un movimento di base forte, incentrato su scuole e club a promuovere e gestire i vivai: alla Celtic avrebbe senso arrivarci DOPO che si ha tutto questo, non prima.
Se si vuole sbarcare in Normandia, si deve prima mettere a punto una complessa macchina logistica, altrimenti si rischia un piu' italico "fascisti su Marte".

Torniamo a giocare in Italia, sul territorio, con Italiani, partendo dalle scuole.
E' la lezione che arriva da anni proprio dalle future partner Celtiche, ma che viene confermata quest'anno anche dai maggiori campionati europei: vincono Leicester, la citta' del rugby, e Perpignan, un posto dove il rugby significa identita', addirittura nazionale (catalana).
Bellissimo e' l'articolo su SudOuest a proposito di rugby e identita' a Perpinya': un concetto che affonda le radici addirittura ai tempi dell'opposizione al franchismo in Spagna, quando il Barca stesso non poteva sbilanciarsi piu' di tanto nella sua contrapposizione al Real Madrid e si giocava sulll'extraterritorialita' della "Catalunya del Nord", e che continua ad essere declinato nella sua modernita' (e nei suoi risultati) tutt'altro che passatista.
Alla faccia di quelli che "Il rugby va DELOCALIZZATO nelle grandi citta' e va spinto in tv": facciano pure dico io, se riescono a schiodare iniziative private in contesti del tutto "calcificati" senza "aiutini" centralisti come fatto a Parigi, ma non a spese del radicamento territoriale e identitario.
Se torniamo per un attimo in Italia per davvero, a proposito di radicamento identitario due sono le notizie interessanti: la prima e' che l'Aquila seconda classificata della serie A, accedera' anch'essa all'ultimo Super10 prima della sua fine, per via dell'abbandono della Capitolina.
La seconda e' che mentre molti club (ad es. Petrarca, Venezia) decidono il ridimensionamento con motivazioni tattiche (ce 'sta 'a crisi) ma in realta' per ragioni strategiche (Celtic incombente), Benetton Treviso si da da fare sul mercato in modo frenetico.
Ufficializzati gli arrivi del pilone Rizzo dal Petrarca di cui fu capitano, di Veermak lock della Capitolina, dei viadanesi Ruyet (pilone) e Steven Bortolussi (estremo), adesso ingaggiano nientepopodimeno che Luke McLean, il 23enne estremo/apertura azzurro del Calvisano. Lasceranno la Marca Michael Barbieri (per il Canada), Horak (Saracens), Labuschagne (Inghilterra) e Louw (Giappone).
Un attivismo che procura ulteriori elementi a favore della candidatura trevigiana in solitaria (almeno per ora) alla Celtic League, nonostante gli strali federali.
Sapranno farsene una ragione in Federazione, appellandosi agli esempi scozzesi e gallesi (Cardiff Blues e' un club, Ospreys e' una selezione) oppure in nome del potere spareranno senza paura anche contro un bersaglio sempre piu' ingombrante, anche dal punto di vista delle "carte" (contratti) a sua disposizione? La risposta entro luglio.

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