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venerdì 26 marzo 2010

6 Nations, le urne preferiscono Bowe


Chi si avvale del diritto di votare a volte opera con logiche diverse da quelle pertinenti al riconoscimento da attribuire: spesso lo fa per appartenenze e non solo nello sport.
Tant'è che a furor di popolo europeo votante, è l'irlandese Tommy Bowe il miglior giocatore del 6 Nations 2010.
Il ragazzo classe '84 ha raccolto il 50% delle preferenze, superando di poco il compagno di squadra premiato nel 2009 O'Driscoll (a proposito di appartenenze) ma soprattutto ha stracciato, almeno nelle urne, il francese Imanol Harinordoquy, il sontuoso numero 8 che ha contribuito in modo determinante alla vittoria finale della sua Francia con tanto di Grand Chelem. Il gigante transalpino si è fermato al 20%, seguito dal compagno di squadra Morgan Parra (11% dei voti). Per le statistiche, Bowe ha segnato tre mete al pari di Earls, Williams e Hook nel torneo che non è stato particolarmente frizzante per l'Irlanda detentrice del titolo: una prestazione opaca con l'Italia, la scoppola con la Francia e con la Scozia, le due vittorie su Inghilterra e Galles senza brillare.
"E' stato un torneo di emozioni miste per la squadra irlandese, ma essere nominato giocatore di questa edizione è un modo fantastico per concludere quello che è stato un entusiasmante 6 Nations", ha dichiarato l'ala degli Ospreys. "Essere votato giocatore del torneo dai fans è un enorme complimento e li ringrazio per il tempo speso a votarmi".


Qualche giorno prima il solito Adam Kyriacou di Planet Rugby aveva compilato la lista del XV ideale del VI Nazioni; la riportiamo, pur non amando le "pagelle" in sport intrinsecamente di squadra e di amalgama, diversi da quelli individuali come il calcio :P
Come sempre seguono le nostre osservazioni/dissent (in red i nostri preferiti):


15 Clément Poitrenaud (France) - Came close: Geordan Murphy (Ireland)
Ottimo anche l'esordio di Ben Foden.
14 Tommy Bowe (Ireland) - Came close: Sean Lamont (Scotland)
D'accordo sul winner anche se non ha brillato, non sul came close: molti i più consistenti di Lamont, a lui preferiamo Mark Cueto e anche Marc Andreu.
13 Brian O'Driscoll (Ireland) - Came close: Mathieu Bastareaud (France)
Del tutto opaca la prova di BoD quest'anno, preferiamo il francese, rivelazione dei primi due match anche se nell'ultimo è stato annullato da Tindall, con Jamie Roberts came close.
12 Yannick Jauzion (France)
- Came close: Graeme Morrison (Scotland)
Anche noi come Kyriacou siamo punitivi nei confronti delle prove molto rugby league senza scarico di James Hook.
11 Sean Lamont (Scotland) - Came close: Shane Williams (Wales)
Con tutta la simpatia questo non è posto per Sean, noi preferiamo la prestazione coronata da tre mete del fuori ruolo Keith Earls; per il came close buona la prima di Ashton e con tutto il rispetto per la star gallese, noi scegliamo Mirco Bergamasco per la sua spendida performance al piede.
10 Dan Parks (Scotland) -Came close: Francois Trinh-Duc (France)
9 Morgan Parra (France) - Came close: Tomas O'Leary (Ireland)
8 Johnnie Beattie (Scotland) - Came close: Imanol Harinordoquy (France)
Le due posizioni vanno assolutamente invertite, con tutto il rispetto per il magnifico torneo dello scozzese.
7 David Wallace (Ireland) - Came close: John Barclay (Scotland)
Qui per noi vince lo scozzese, came close Mauro Bergamasco.
6 Thierry Dusautoir (France)
- Came close: Kelly Brown (Scotland)
5 Alastair Kellock (Scotland) - Came close: Julien Pierre (France)
Qui ci sta un came close al nostro Quintin Geldenhuys che non ha mostrato nulla in meno al francese.
4 Lionel Nallet (France) - Came close: Steve Borthwick (England)
Il nostro came close va, almeno per rispetto e nonostante il disastro in rimessa nell'ultima partita, a O'Connell.
3 Nicolas Mas (France) - Came close: Adam Jones (Wales)
D'accordo sul francese, il gallese came close parimerito a Castrogiovanni e a Murray (nessuno è stato decisivo).
2 William Servat (France) - Came close: Leonardo Ghiraldini (Italy)
Nessuna discussione sul leader, per il came close voto di stima per il patavino; in effetti sono mancate le alternative: Hartley si mette in luce ma solo per la grinta, Szarzewski tocchetta qua e là, tutti inferiori gli altri.
1 Thomas Domingo (France) - Came close: Cian Healy (Ireland)
Il came close prescelto sorry ma non c'entra con questi livelli, al limite Perugini, suvvia! Ma per meriti sul campo quel posto va tutta la vita a Alan Jacobsen, lo scozzese che ha regolarmente messo l'avversario diretto in seri problemi.

mercoledì 24 marzo 2010

Italia vista da lontano

L'Italia al Sei Nazioni 2010, il dibattito e' aperto: siamo andati bene? Siamo andati male? Sempre fermi li' al medesimo posto da diec'anni a questa parte stiamo?
Se tra i i tifosi come al solito infuria il dibattito, l'ambiente invece, segnatamente Mallett e i giocatori, mostra un uniforme cauto ottimismo. Il quale se significa morale e ulteriore voglia di miglioramento, e' il benvenuto.
Tra le dichiarazioni al contagocce dei boss della Federazione pare invece serpeggiare qualche scetticismo, se non distacco, con qualche frecciatina -avviso indiretto al management tecnico.
Traduciamo allora qui un contributo esterno: la incoraggiante visione della situazione italiana che delinea James Mortimer per il netowrk sudafricano Sportingo.
Da distante spesso si perdono dei dettagli, ma capita di vedere meglio il quadro d'insieme. Col vantaggio che distacco significa anche disinteresse, nel senso buono del termine. A parte infatti richiamare l'attenzione dei sudafricani nei confronti dell'Italia prossima visitatrice, James non tira l'acqua al mulino di nessuno. Non sempre, o non piu', ci pare si possa dirlo per quello che si legge dalle nostre parti.

Gli sviluppi nel Six Nations italiano promettono bene per il futuro degli Azzurri

by James Mortimer per Sportingo

Mentre gli Azzurri hanno concluso il loro Six Nations al quinto posto - e' la terza volta di fila che chiudono in cantina - gli italiani possono tirar le somme di una campagna solida. Quattro sconfitte non costituiscono un successo in termini classici ma non c'e' dubbio che gradualmente il rugby italiano sta diventando piu' solido, interrompendo una striscia perdente lunga due anni nel Six Nations con la sconfitta di Scotland per 16-12 e con buone prestazioni contro i team piu' potenti. Tra l'altro la loro vittoria contro "the Thistles" andrebbe considerata nella prospettiva di Scotland che rompe la festa irlandese al Croke Park, una sconfitta che ha assicurato un bel po' di ottimo craic per i loro tifosi nel terzo tempo post match a Dublino.

Una analisi delle partite degli italiani mostra il loro sviluppo. Nel secondo tempo contro l'Irlanda han perso 3-6; un risultato notevole considerando che erano stati messi alle corde dai campioni uscenti nella prima meta'. Quando a Roma e' arrivata l'Inghilterra pochi avrebbero predetto che gli italiani avrebbero avuto la vittoria alla loro portata per gran parte della partita - per perdere alla fine 12-17 - con un drop al 74' di Jonny Wilkinson a chiudere la partita per gli ospiti. E contro la Francia sono riusciti a risalire la china negli ultimi 12 minuti con un parziale di 14 a zero. Due mete contro i campioni del Six Nations – lo stesso numero segnato dal Wales, piu' di ogni altra squadra del torneo.

Il futuro dell'Italia e' luminoso. Dalla prossima stagione la Magners League accogliera' il Benetton Rugby e il nuovo super club Aironi Rugby, il che significa che il rugby italiano ora ha una strada piu' naturale per progredire – dal Super 10 alla Magners, al rugby della Heineken Cup fino al Six Nations. Ma piu' che tutto questo, la squadra italiana si sta guadagnando qualche riconoscimento. il coach Nick Mallet mostra di andare avanti rispetto al game plan rivolto a minimizzare i danni da lui favorito nel passato: se l'attacco al largo ancora soffre, altri aspetti del gioco sono certamente a livello di Test rugby. "This team never lack heart," ha dichiarato l'ex coach degli Springbok. "Sono contento della nostra difesa. Abbiamo concesso solo tre mete al Wales, in passato ne prendevamo otto. Sono dei bravi ragazzi col desiderio di crescere e abbiamo segnato 5 mete molto belle nel torneo."

Quando l'Italia registrava i suoi migliori risultati alla fine del secolo passato, molti di questi erano dovuti al piede di Diego Dominguez: l'Italia ha sofferto la mancanza sia del suo controllo dell'apertura che i suoi calci teleguidati. Anche se suddivisa tra due giocatori, l'Italia parrebbe aver trovato una soluzione in queste due aree. Il veterano Mirco Bergamasco sta diventando un kicker di tutto rispetto, mentre l'ex playmaker dei Penrith Panthers Craig Gower sta costantemente crescendo. Anche se l'Australiano gioca spesso centro nel suo club Bayonne – la qual cosa inibisce la sua crescita come apertura – la sua capacita' di difesa tipicamente rugby league e la sua confidenza con l'ovale in mano sta agevolando gli italiani. "Gower non e' una apertura naturale ma e' un giocatore di talento" ha dichiarato l'ex avanti della nazionale Giampiero de Carli alla Reuters. "Per adesso e' la nostra miglior soluzione. La squadra puo' predisporre giocate con quelle mani, creare opportunita'.”

L'Italia ora sposta la sua attenzione agli Springboks, con Mallet senza dubbi pronto a lamentare ancora l'orrendo calendario riservato alla sua squadra, per il quale li vedremo vantare a partire da inizio anno sette incontri contro le potenze del Tri Nations piu' dieci partite del Six Nations in circa 16 mesi. Ma questo accelera l'evoluzione della squadra. E' improbabile che gli italiani possano celebrare la loro prima volta vittoriosa contro il South Africa avendo perso tutti i precedenti otto incontri. Ma le ultime due sconfitte per 26 e 22 punti hanno mostrato continui miglioramenti e negli anni a venire potranno cominciare a provare a prendere qualche scalpo a squadre del Tri Nations. Se i loro progressi continuassero, potrebbero essere i Wallabies o gli Irlandesi nel corso della Coppa del Mondo 2011 a diventare una sorpresa preda degli Azzurri?

lunedì 22 marzo 2010

Italia, i conti senza l'oste

Il cucchiaio di legno che si ritrova tra le mani l’Italia pesa più del solito ed è arrivato mentre in giro venivano suonate a festa le trombe per l’ingresso del nostro rugby nella Celtic League, considerata la cura di tutti i mali. Per molti, con Benetton Treviso e Aironi (controllata da Viadana unita ai due club di Parma più Noceto, Reggio e altri minori) nella lega che raggruppa le franchigie irlandesi, gallesi e scozzesi la nostra palla ovale disputerà ogni settimana partite di livello superiore a quelle del campionato italiano, matureranno quindi abilità ed esperienza per tenere botta in tornei lunghi e logoranti come il 6 Nazioni e, perché no?, la Coppa del Mondo.

Super, ma in quanti e come? - La Federugby è soddisfatta dell’accordo con le colleghe d’Oltremanica, ma fuori dai complimenti ufficiali si respira un’aria diversa: che succederà a questo punto in Italia? E’ qui infatti che si gioca il match più importante. Dalla stessa federazione non è ancora giunto un piano preciso, se non un comunicato stampa alquanto difficile da interpretare. In via teorica l’attuale Super 10 salirà a dodici squadre “suddivise in due gironi meritocratici di sei squadre” e le prime tre di ciascun girone parteciperanno alla poule scudetto, le ultime tre alla poule retrocessione.

Un po' di numeri - Eppure, al di fuori dei campi da gioco e delle riunioni, qualcosa si è mosso. Nel 2009 secondo una ricerca di mercato dell’Ipson, 14 milioni di italiani si sono dichiarati interessati al rugby; 6 milioni hanno detto di aver visto dal vivo o in tv la Nazionale.

Il volume d’affari solo a Roma in occasione delle due partite disputate al Flaminio nel 6 Nazioni 2008 ha toccato quota 20 milioni di euro. Secondo i dati forniti dalla Federugby, i tesserati in Italia sono passati dai 30.815del 2000 (anno di nascita del 6 Nazioni) ai 65.059 del 2009; le squadre da 548 a 846, mentre il volume d’affari complessivo di tutti i club è pari a 90 milioni; e, sempre al 2009, il bilancio della federazione ammonta a 34 milioni euro. Un botto, insomma, nonostante la crisi si sia abbattuta anche sui club della Penisola e alcuni di loro rischiano di scomparire: ultimo caso su tutti, il Piacenza Rugby, sorto nel 1947. Forse sono i questi numeri che rendono il Presidente della Fir Giancarlo Dondi un po' sprezzante nelle sue recenti dichiarazioni al Corriere dello Sport sulla crisi di alcuni club: "La congiuntura economica ha messo in crisi alcune gestioni non troppo... prudenti".

Academy, naturalizzati e club - L’altra faccia della medaglia è che la Nazionale deve fare i conti con i problemi di sempre: una formazione corta, i ricambi che non si vedono all’orizzonte se non in rari casi e un’età media che non è mai stata così alta. Normale che il ct di turno abbia puntato sulla naturalizzazione di giocatori stranieri come nel caso di Craig Gower, apertura nel XV di Nick Mallett e di altri si sia a lungo parlato, come Romeau e Wisniewski.
I critici alzano il sopracciglio, contando che in Italia esistono le accademie finanziate anche dall’International Rugby Board e che hanno sviluppato tra gli altri un giocatore come Paul Derbyshire (nato a Cecina da padre inglese madre italiana), che negli scampoli dell’ultimo torneo ha fatto vedere buone cose.
La colpa viene attribuita ai club con una unanimità un po' sospetta; lo sostiene lo stesso Dondi: "In Super 10 si era arrivati ad avere in campo più stranieri che italiani. Un andazzo che faceva comodo alle società, perché è più facile trovare un oriundo o un eleggibile che allevare un giovane. Negli ultimi anni abbiamo un po' corretto la rotta". Forse ha dimenticato la velocità con cui la Fir naturalizzò molti stranieri per sostenere il piano di sbarco nel Sei Nazioni, o il sostegno che la Federazione fornì, nel nome della "diffusione del rugby d'elite sul territorio" allo sviluppo club privi di vivai e la conseguente distrazione di risorse da società e aree dove si continuava a puntare sui giovani.
Si sa, i "convertiti" recenti sono i più fondamentalisti: per le italiane in Celtic è stata stabilita la regola di soli 5 stranieri tesserabili, strenuamente ribadita da Dondi ("buoni ma pochi"). Oggi Benetton ha undici extracomunitari a roster più due inglesi, Viadana nove più sei europei ma le avversarie ne contano mediamente dai sei agli otto.
La Lega Celtica consentirebbe solo due giocatori "non europei", ma ci stanno trattati di Cotonou e regole del Commonwealth che equiparano i giocatori di molti Paesi tra cui Australia e Nuova Zelanda ad europei. Aldilà di una auspicabile par condicio competitiva, ci sono le leggi sul lavoro: vedremo come ne uscirà la Fir.

Vittorio Munari, direttore generale del Benetton Treviso, è dell’idea che la vera sfida consista “nell’alimentare il vertice” partendo dall’ambito dei club, badando a “tutto quel modello che sottostà alla formazione”: vale a dire la coltivazione di talenti nei settori giovanili e la trasmissione di tali talenti fino ad esporli alle intensità celtiche. “Su questo punto bisogna lavorare, sulla costruzione” dal basso per puntare in alto.
Da alcuni angoli del Veneto, regione ad alto tasso rugbistico, i lamenti dei tifosi non sono taciuti: a innervosire è soprattutto il fatto che nelle formazioni Under dell’Italia vengano chiamati i giovani di società che hanno sposato la politica delle Academy federali, mentre altri promettenti con scelte diverse restano a casa. Per non parlare delle critiche che raccolgono i criteri di selezione federale per i giovani da sviluppare, denominti "progetto statura", secondo i quali personaggi come Shane Williams, Marc Andreu o Morgan Parra sarebbero stati accompagnati alla porta da giovani.
Di fatto se si vanno a vedere i risultati dell’Under 20 nel 6 Nazioni con i pari età, si notano le cinque sconfitte rimediate: il gap da colmare tra una generazione che ha dato i Mauro Bergamasco, Andrea Masi, Marco Bortolami, Toto Perugini giusto per fare qualche nome e quelli che saranno chiamati a sostituirli c’è. E a nasconderlo non basta la nomina di Alessandro Zanni, 26 anni, tra i cinque migliori giocatori del 6 Nazioni 2010.

Al punto di partenza, dieci anni dopo - A proposito: il tempo passa, ma l’Italia da dieci anni a questa parte si ritrova sempre al punto di partenza, a confrontarsi con la Scozia per evitare l’ultimo posto (unica eccezione il 2007). E in dieci anni di rugby ad alto livello, gli Azzurri sono sempre quelli che rimangono sulla soglia dei quarti di finale ai Mondiali.
Ora con la Celtic League cambierà qualcosa? La sensazione è che Benetton e Aironi partiranno per la guerra, ma al loro seguito i rifornimenti potrebbero venir strozzati. Le mani della Federazione più che su fianchi e ginocchia per alzare i saltatori in terra di Keltia paiono piazzarsi attorno al collo:"Metteremo bocca su tutto. Nessuna imposizione, ma il nostro parere sarà sempre vincolante": peggio di una suocera. Dondi arriva alle minacce: "Nell'accordo con il Board celtico c'è scritto che la FIR è responsabile di tutto e può cambiare le sue squadre in qualsiasi momento". C'è di che stare allegri.
Non solo le rappresentative italiane dovranno competere su tre fronti - Celtic, Heineken e convocazioni in Nazionale - ma non sono ancora chiari i criteri con cui potranno prelevare giocatori in prestito - remunerato - da altri club nazionali mentre il campionato domestico sarà fermo per le finestre internazionali.
Non è chiaro nemmeno chi tra i giocatori "di interesse nazionale" non tesserati a Treviso o Viadana potrà essere chiamato a misurarsi in toto con l'avventura celtica: se prima la Federazione aveva chiarito che il professionismo sarà limitato alla Celtic per limitare i costi in Patria, adesso Dondi ha dichiarato che non intende veder depauperate di giocatori importanti le squadre del campionato domestico. Misteri della Fir.
E le Italo-Celtiche avranno pure un quarto versante da gestire, dal momento che Dondi ha ribadito di volere una loro rappresentativa nel nuovo campionato domestico, ma con ulteriori vincoli e complicazioni:"Dovranno essere realtà a se stanti, anche dal punto di vista societario. E le liste saranno bloccate, un Pro di Celtic non potrà mai giocare in campionato".
Come dire che il Super 12 è già tornato ad essere un Super10 o anche meno, dato che le aventi diritto alla massima serie in forza agli Aironi sono almeno tre - Viadana, Parma e Gran - se non quattro con Noceto, la quale però ha già dichiarato di voler andare avanti per i fatti suoi.
Quasi ci fosse Mao redivivo in Fir: grande la confusione sotto il cielo, la situazione è ottima.

6 Nations, tempo di bilanci - II. Italia

Veniamo a un primo bilancio del Sei nazioni 2010 per l'Italia: i numeri a prima vista non paiono granchè, una partita vinta - meglio dell'anno scorso ma uguale al 2008, più o meno la stessa differenza tra punti fatti e subiti dell'anno scorso.
Ma un anno fa giocammo tre partite in casa; quest'anno segnamo più del doppio delle mete: cinque di cui 4 fuori casa, più delle tre della Scozia e ne subiamo "solo" 12 di cui metà in un episodio solo, siamo rimasti agganciati al Galles che ne ha subite 11.
Se si togliesse una partita dalle cinque -ma non quella con la Francia, piuttosto il primo tempo con la Francia e l'acciaccato secondo con il Galles - la prestazione complessiva non sarebbe malvagia per un anno con tre partite fuori casa e il risultato di quattro mete fatte e sei subite sarebbe stato eccezionale. Se poi fossimo riusciti a segnare una meta all'Inghilterra (nota bene, non abbiamo detto: "se avessimo evitato la marcatura di Tait"), anche non trasformata arrivando al pareggio, sarebbe stato realisticamente un bel risultato storico.

Poi uno nota che coi "se" non si va lontano, son dieci anni che battiamo la Scozia ad anni alterni e sempre lì siamo; francamente però prendersela con Mallett al riguardo - non mi pare sia accusabile di marchiani errori di formazione o tattici quest'anno, a parte forse una prima partita troppo guardinga e contratta contro l'Irlanda - sarebbe imputare a lui i problemi di un intero movimento e ci parrebbe ingeneroso oltre che fuorviante.
Al limite, se ci si vuol sfogare si chieda conto a Dondi e ai suoi decennali approcci top down delle Accademie centralizzate, dei "progetti statura" e dei ridisegni di presenza territoriale, pensati per trascinare il movimento ma che hanno prodotto quantità molto modiche di forze fresche locali - e vorrei anche vedere: è il problema di tutti gli approcci dall'alto, sarebbe come se la Cassa del Mezzogiorno avesse generato posti di lavoro stabili, ripagandosi ...
Se tra i commentatori fosse diffusa la cultura del progetto e degli obiettivi al posto di atteggiamenti da pallonari alla Zamparini, ci si renderebbe conto del percorso progressivo del coach: primo anno a esperimenti selvaggi per identificare il gruppo, secondo anno abbozzo di impianto difensivo, terzo rafforzamento difensivo e primi abbozzi di attacco. Non è un granchè,
ma quando se ne andrà dovremo riconoscere che è il primo coach a lasciare una eredità e non solo dei risultati effimeri, buoni o cattivi che fossero: ha operato una diagnosi spietata ma realistica dello stato del rugby in Italia e ci ha insegnato a difendere per ottanta minuti - dopotutto le case si iniziano dalle fondamenta non dal tetto.
Per il quarto - e ultimo - anno Mallettiano, speriamo gli obiettivi siano l'ampliamento ragionato e non indiscriminato della rosa, tenendo conto di ruoli e situazioni chiave come i piazzati e il gioco al piede e che uno dei limiti del tipo di gioco dispendioso che giochiamo sono gli infortuni; speriamo in una rinnovata enfasi dell'attacco con gli avanti: maul e rimesse laterali a parte dove basterebbe esercitarsi perbene, davanti avremmo degli ottimi ball carrier, speriamo la Scozia dei tre B's (e del tattico e preciso Parks) faccia scuola.

Abbiamo sovente criticato Mallett, i cui limiti sono tanti, nei fatti; ma mollare tutto alla caccia del Sant'Antonio Taumaturgo a un anno dai Mondiali ci parrebbe troppo persino per dei tifosi. Giusto stimolarlo e chiedergli conto come lui fa coi giocatori, ma senza fare i Savonarola per vellicare quelli col bandierone, al fine magari di distrarre da altro.
Se chi critica il coach anglo sudafricano - che ribadiamo non è certo il massimo della simpatia e dell'efficacia - avesse una cultura per obiettivi, dovrebbe misurare la distanza tra dove siamo rispetto a dove vorremmo essere: ci manca una vittoria in più, ma di quali fallimenti stiamo parlando? Capiremmo al limite se se "lo spogliatorio" gli fosse contro ma così non pare essere.
Ci piacerebbe che una analisi sui progressi da imprimere al team Azzurro - fatta con e non contro Mallett- uscisse dal mondo dei sogni del giocare alla pari con la Francia, dai rozzi stilemi da opinionisti del calcio; che la si smettesse di perder tempo sui nomi e si discutesse pacatamente di approcci, mentalità, tattiche e tecniche utilizzando l'esempio della Scozia, riuscita in ciò che noi vorremmo fare - una vittoria importante in trasferta come primo step - facendo leva sui propri plus e non imitando scimmiescamente il rugby "d'attacco" altrui. Ma tant'è, Eleanor Rooselvelt una volta disse che i grandi discutono di idee, i più s'attaccano alla cronaca e i mediocri criticano le persone.
Dopo il Mondiale se ne discuterà: Mallett non ci sarà più e sarà il momento giusto per definire un progetto nuovo, anche per problemi anagrafici di quasi tutti gli attuali "senatori" e identificare un nuovo "skipper". Tra l'altro, viste le prestazioni delle nazionali minori, non ci sarà da star granchè allegri. Ma per quello c'è tempo. Per intanto avanti sempre, se possibile con un briciolo in più di consapevolezza, fiducia e serenità: non ci pare abbiamo molte altre scelte.

6 Nations, tempo di bilanci - I. Le altre

Iniziamo dalla sintesi finale: in linea generale è stato un Sei Nazioni da classico anno di transizione, nè da rivoluzioni post mondiali nè da ultima opportunità per piantare i picchetti psicologici giusti pre mondiale.
In più non va trascurato che esso è caduto a valle di una tournèe Lions particolarmente tosta: come trascurarne l'effetto su Irlanda e Galles?
Una sola squadra emerge e si distacca coi suoi 10 punti, la Francia.
Prima per punti e mete fatte (135 e 13 mete, con la seconda ferma a 113 punti), prima per (meno) punti subiti (69, la seconda 76), seconda per mete subite (6 come l'Irlanda, contro le sole 5 dell'Inghilterra). Avevamo detto in precedenza che tra le prime della classe era assieme all'Irlanda mentre tutte le altre eran sotto; da ieri non più, tutte le altre stanno staccate assieme.
Nessuna squadra ha perso solo con la Francia, a testimonianza del livellamento al di sotto della prima ulteriormente rappresentato da alcuni risultati come le striminzite vittorie del Galles sulla Scozia o dell'Inghilterra in Italia.
Nel "gruppone" lontano quattro punti dalla prima troviamo Irlanda a 6 punti (3 vinte due perse), Inghilterra con 5 (due vinte un pareggio), Galles a 4 punti (due vinte), Scozia 3 punti (una vittoria un pareggio), Italia 2 (una vittoria).
Anche a livello individuale nessuna star conclamata, nessun chiaro metaman: con sole tre mete Tommy Bowe, Keith Earls, Shane Williams, James Hook; nemmeno cecchini infallibili: Stephen Jones e Morgan Parra hanno 61 punti all'attivo, Daniel Parks 57 e Jonny Wilkinson 50, nove in più di Mirco Bergamasco (!).

In tale scenario di transizione la Francia la fa da padrona, a maggior ragione sulla base di statistiche apparentemente sconcertanti: segna più punti e più mete di tutti ma placca tantissimo, appena un pelo meno dell'Italia - segnale classico di partite giocate prevalentemente sulla difensiva - e ne sbaglia di più: dieci placcaggi mancati in più dell'Italia a fronte di quasi venti fatti in meno. E' inoltre penultima davanti solo all'Italia per passaggi fatti e seconda dopo il Galles per errori commessi. Si distingue in positivo nella disciplina (meno penalità concesse di tutti ma anche meno ottenute), nella mischia, nelle maul, nei break e nei turnover.
Un quadro generale interessante, che par disegnare una prevalenza non caratterizzata da un singolo reparto o fase di gioco o dalla propensione all'attacco ma piuttosto dalla solidità generale, da una certa propensione al rischio e ai recuperi difensivi, dalle ripartenze.
Aldilà dei numeri la Francia ha mostrato la profondità del bacino di atleti da cui può attingere (Andreu, Palisson, lo stesso Domingo: chi li conosceva prima a questi livelli?) e allo stesso tempo è finalmente uscita dalle incertezze dell'assenza assoluta di punti fermi. Ora ne ha, ma a parte l'affermarsi di Parra come si fa a far nomi aldilà dei soliti Harinordoquy e Dusatoir, quando ad esempio di uno ritenuto imprescindibile come Ouedraogo non s'è sentita la mancanza? Idem per i vari Heymans, Traille, Clerc, Medard. Lievremont ha mostrato inoltre di riuscire finalmente a chiudere una striscia di sei gare (con l'ultima del torneo 2009) senza sconfitte.

Quanto alle altre, abbiamo Inghilterra e Scozia che finiscono con le note alte, Irlanda decisamente in ribasso, Galles che fa pfiuuu so' finiti i tempi cupi, ma servirebbe ben altro per far rientrare nella tomba i vampiri locali.

I bianchi con la Rosa si riscattano solo alla fine, pagando alcuni incaponimenti di coach Johnson: se ha avuto ragione nel privilegiare l'esperienza nel pack (l'Inghilterra è l'unica a rompere il monopolio francese sui punti subiti, essendo la nazionale che ha subito meno mete), avrebbe chiaramente bisogno di essere affiancato da un esperto di trequarti, in grado di consigliargli i giocatori più motivati e in forma, come ha rivelato l'ultima partita. Un po' alla Mallett, Johnson ha privilegiato la "rocciosità" difensiva rispetto al dinamismo d'attacco, ma forse è stato tradito dal momento di forma bassa dei trequarti che aveva scelto e dal non voler consegnare le chiavi della squadra a Wilkinson, al contrario di quanto fatto da Robinson a un certo punto con Parks.
Albione ha comunque mostrato ancora una volta, se ce ne fosse il bisogno, di essere squadra sempre pronta alla chiamata: quando c'è un obiettivo significativo in ballo - la Coppa del Mondo, far tremare i francesi - loro si alzano sempre. Sono un po' il contrario della Nuova Zelanda, quella sempre vincente negli anni non Mondiali.

Per i Trifogli è presto per parlare di declino, di generazione finita: lo sarà dopo i Mondiali, per intanto Kidney con una mossa sola ha fatto riposare e ha instillato sana competizione su O'Gara, facendo toccar con mano a Sexton che la Nazionale è altra roba rispetto ai club. Reparto arretrato e pack non discutibili, con due leader della classifica dei metaman, deve solo fare una bella riflessione sulla prima linea e su certi meccanismi tattici.

Il Galles invece non ha convinto: una squadra dal potenziale immenso in puro stato confusionale, completamente dipendente dall'estro individuale dei suoi fuoriclasse. Con il reparto arretrato sconclusionato primeggia in tutte le statistiche negative per la difesa: punti e mete subite etc. Il Paese del Cardo e dei Dragoni è la riprova che l'attacco è la miglior difesa solo nella misura in cui la difesa rappresenta il miglior attacco - come del resto saggezza popolare e senza dover arrivare in America, dove il detto è "l'attacco serve per vendere i biglietti, la difesa per vincere le partite".

Grandi lodi merita il lavoro tutto buon senso e saggezza di coach Robinson con la Scozia: non è stato un "pronti via", ma nell'arco del torneo ha saputo uscire dalle secche di una squadra Paterson-dipendente, illusa da una vittoria sull'Australia nei Test, che credeva di saper attaccare coi reparti arretrati ma in realtà si sfiancava finalizzando molto meno di quanto seminasse. Robinson ha prima di tutto identificato una terza linea di livello mondiale in grado di "raddrizzare" rispetto alle cavalcate in orizzontale dei suoi trequarti, poi un leader del gioco tattico e un piede affidabile in Parks, infine una prima e una seconda estremamente tecniche, in grado di mettere in crisi le fonti del gioco avversarie.
Se un nome dovesse essere fatto come giocatore rivelazione del torneo e perno della sua squadra, forse Daniel Parks verrebbe prima di Morgan Parra.

UPDATE 22/3: una occhiata al ranking mondiale Irb post 6Nazioni.
Francia quarta a una incollatura dall'Australia che se partirà male nel prossimo Tri Nations rischia di scendere dal podio; quinta staccata l'Irlanda, gap poi settima Inghilterra, Galles ottavo e Scozia salita al nono posto; Italia rimane undicesima ma staccata di quasi tre punti dalla Scozia.

RB World Rankings - 22 March 2010
Position (last week)Member UnionRating Point
1(1)NZLNEW ZEALAND91.68
2(2)RSASOUTH AFRICA88.60
3(3)AUSAUSTRALIA85.56
4(4)FRAFRANCE85.43
5(5)IREIRELAND82.61
6(6)ARGARGENTINA80.56
7(7)ENGENGLAND80.10
8(8)WALWALES78.91
9(10) SCOSCOTLAND76.79
10(9) FJIFIJI75.90
11(11)ITAITALY72.97
12(12)SAMSAMOA72.08
13(13)JPNJAPAN70.59

domenica 21 marzo 2010

6 Nations: le Grand Chelem fatiguè

La Francia batte 12-10 l'Inghilterra allo Stade de France e vince il 6 Nations 2010, conquistando anche il Grand Slam. Inglese la sola meta, quella di Ben Foden, più un calcio di punizione del subentrato Wilkinson. Per i transalpini valgono i calci di Parra e il drop di Trinh-Duc. Partita tesa, giocata sul filo di un equilibrio instabile, frenata dalla posta in palio, con la migliore Inghilterra vista sinora con l'inziativa costantemente in mano e una grande prova di controllo e maturità offerta dalla Francia. Battaglia nella battaglia la partita tattica tra management, con attenti botta e risposta tattici nelle sostituzioni.
Purtroppo per gli inglesi l'inferiorità del pack in mischia ordinata nel primo tempo risulterà decisiva nel far pendere il risultato di quel tanto che basta dal lato Bleu: su tale elemento riesce ad incardinarsi il belief francese, messo a dura prova dalla determinazione del bulldog inglese e dalla rinnovata spregiudicatezza del giusto amalgama dietro.


La cronaca: Trinh-Duc apre con nonchalance le marcature con un drop centrato d'un pelo al quarto minuto, finalizzando una incursione di Harinordoquy nei 22m avversari.
Si vede subito che l'Inghilterra non è quella lenta, impacciata, timorosa e conservativa vista sinora: il trio in fondo Cueto -Foden -Ashton si propone costantemente, il pack macina, la mediana Care - Flood estrae palla e la fa girare velocemente, persino Flutey prende iniziative e Tindall annichila Bastareaud, mentre l'esperta seconda e terza linea si lanciano in un testa a testa con gli esperti avanti francesi. L'esperienza a volte però si paga: Simon Shaw è subito costretto al forfait per infortunio, rimpiazzato da Palmer.
Arriva subito la meta inglese: veloce azione alla mano sul lato sinistro, Ashton riceve, Andreu si precipita su di lui in blitz, le mani velocissime della giovane ala di Northampton girano palla al volo al suo compagno di club Foden inseritosi al largo; inutile il recupero dell'altra ala Palisson e meta per gli inglesi: 3 - 7 dopo la conversione non semplice di Flood.
La giornata pare girare per gli inglesi: nella pioggia sempre più fastidiosa Parra sbaglia un tentativo di penalty da lontano, mentre Tindall marca a uomo Bastareaud e lo annichila, ma al 18' viene beccato dall'arbitro a non rotolare via, Parra calcia e accorcia sul 6-7.
Da qui s'inizia il quarto di gara di passione per la prima linea inglese che risulterà decisivo: Dan Cole viene messo regolarmente in crisi da Thomas Domingo, provocando coi falli prima il sorpasso francese, poi il 12-7 con cui si chiude il primo tempo.

Alla ripresa Johnson sistema la prima linea: fuori il solito nervosone Hartley - autore tra l'altro del medesimo fallo costato a Mauro Bergamasco il giallo, cioè uno spintone all'avversario in blocco in fuorigioco, visto dall'arbitro Lawrence e sanzionato con un semplice richiamo e un calcio di punizione; fuori anche il pilone tight Cole, rimpiazzato da David Wilson dieci centimentri più basso assieme all'esperto tallonatore Steve Thompson: la mischia ordinata risulterà fissata, inaridendo le opportunità disciplinari per la Francia che infatti non metterà più a segno un punto e subirà la pressione inglese, incostante e fallosa ma molto più pericolosa degli attacchi dei preoccupati francesi.
Danny Care gioca una partita intelligente e precisa sia nel primo che nel secondo tempo: un suo calcetto nel box rotola fuori con Foden pericolosamente sopraggiungente. Ma l'occasione più ghiotta è di Ashton. L'ala forte sfonda dopo un offload sulla sinistra, davanti gli resta solo Poitrenaud, il quale ancora lontano fa la cosa giusta: segue l'istinto del più sottile davanti al più grosso, si volta e corre indietro esattamente mentre la giovane ala inglese decide di scavalcarlo con un calcio in area di meta. Bastava che Ashton tenesse palla per un attimo verificando le intenzioni del francese ed era meta certa, se non altro per differenza di peso; invece l'estremo francese lo precede in area di meta annullando il frettoloso calcio.
A parte queste due e un paio di ficcanti penetrazioni di Cueto, il tempo atmosferico e l'attitudine portano l'Inghilterra a giocare serie su serie di pick-and-go, in un gioco ruvido in cui la scivolosità e la determinata esperienza dei padroni di casa hanno buon gioco nello sfruttare imprecisioni, palle sfuggenti, indiscipline e furbatine regolarmente punite dall'attento arbitro.
Comunque i francesi rimanogno sulle loro, guardinghi, addirittura usando liberazioni tattiche per tener lontana la pressione inglese; è il momento peggiore per un nervoso e petulante Parra, più loquace persino del torrenziale Professor Pierantozzi.
A metà del tempo Lievremont sostituisce l'inutile e marcatissimo Bastareaud col più agile Marty e Johnson risponde facendo uscire Tindall - mission accomplished - con Tait. Infine tocca a Wilkinson entrare a posto di Flutey più attivo del solito, con Flood che si sposta al primo centro davanti aun insolitamente disoccupato Jauzion, alla caccia dello "schema inglese" per i finali che contano (il drop).
Al 67' Wilkinson compie la prima parte della sua misisone, centrando una difficilissima punizione lontana sul lato sinistro causata da Parra che non rotola via dall'attivissimo Cueto. Sarà l'unica marcatura del secondo tempo, siamo 12-10. L'attento controllo di palla francese non offre più opportunità di segnare e la Francia riesce con fatica e qualche brivido ma in controllo a portare a casa un meritato Trofeo arricchito da Grande Slam.

6 Nations: la Scozia che vorremmo essere


Croke Park, Dublin: Ireland 20 - 23 Scotland
(primo tempo 7 -14; 80.313 spettatori; arbitro Kaplan, Sfa).

La Scozia batte l'Irlanda al Croke Park, schivando il Cucchiaio di Legno e dirottandolo verso Sud. Due mete degli irlandesi - la prima di Brian O'Driscoll forse viziata da un passaggio in avanti, la seconda di Tommy Bowe forse fuori controllo nell'istante del grounding per il parziale pareggio, una punizione e una trasformazione a testa per Sexton e O'Gara, non bastano a recuperare una meta scozzese di Johnnie Beattie, più le decisive cinque punizioni e un drop di Parks. Per quest'ultimo è il terzo Man of the Match Award in quattro partite giocate da titolare. La Scozia non ottiene questo risultato per caso o improvvisandosi ciò che non è, nè sapendo finalmente rendere produttivi i suoi celebrati attacchi indefessi alla linea avversaria, ma al contrario applicando con metodo ed efficacia una strategia di gara consona alle sue caratteristiche.


La cronaca: l'Irlanda parte all'attacco, sicura e quasi spavalda: evita il gioco al piede e muove palla mirando all'aggiramento e allo sfondamento in velocità, usando begli offload ma rivelando per due volte in fila problemi di precisione nei passaggi finali (14 saranno gli errori a fine gara, contro 7 degli scozzesi). Appena entra in possesso della palla la Scozia fa vedere qual'è il suo game plan: controllo territoriale, delle fonti di gioco e pressione, basta con quei loro stucchevoli giretti in orizzontale palla in mano lungo la linea, a cercare improbabili buchi e offload.
Bilancio dei primi sei minuti: due palle perse per l'Irlanda, tre punti per la Scozia. I padroni di casa riprendono a macinare il loro gioco d'attacco spumeggiante e all'11' passano con un loop tra Sexton e d'Arcy che lancia in meta O'Driscoll, ma l'ultimo offload è in odore di in avanti. Sexton trasforma, siamo 7 -3, partita ricondotta nell'alveo delle previsioni.
La Scozia riprende aderente al suo piano col guadagno territoriale e replica in pochi minuti: percussione dritta di Ross Ford e Kelly Brown con la collaborazione del centro Graeme Morrison, palla a Beattie che passa sopra a O'Connell before e si allunga fino alla meta sull'angolo sinistro. Parks sbaglia la trasformazione ma siamo 8-7 per la Scozia.
Questa continua a applicarsi in ruck e a causare problemi alla mischia chiusa irlandese, e andando poi ad aggiungere il tassello finale di quello che sarà il suo predominio finale: la rimessa laterale, dove Kellock e Hamilton infliggeranno ai migliori specialisti dell'Emisfero un cocente e mai visto prma 7 rimesse perse contro 10 vinte su loro lancio.
Ci mette del suo anche Sexton, falendo un difficile calcio da lontano che probabilmente ne incrina il morale, mentre Parks infila la sua e centra anche un drop da 35 metri che porta la Scozia a guidare per 7 -14 a fine primo tempo.
La musica non cambia a inizio secondo tempo: irlandesi veementi all'attacco, scozzesi a difendere con rucking vigoroso, gioco tattico e inaridendo le fonti del gioco avversario; Sexton a fallire un ulteriore piazzato mentre Parks invece è preciso nel suo tentativo da 40 metri, e siamo 7 -17.
Al 50' brutta scenetta: O'Gara si presenta per la sostituzione quando l'Irlanda ha l'opportunità di piazzare, Sexton è rassegnato a lasciare il pitch ma le regole parlano chiaro, non può essere sostituito prima del penalty. Sexton centra il piazzato ed esce sul 10-17.
L'Irlanda si scatena alla caccia della meta del pareggio e infine ci riesce al 65' con Tommy Bowe sull'angolo destro e O'gara che trasforma da posizione difficile: 17 -17, nella testa dei fan scozzesi si materializza il disastro della gara con il Galles.
Dopo uno scambio di punizioni tra Parks e O'Gara siamo sul 20-20 a cinque minuti dalla fine: ennesimo calcio tattico, palla a Kearney sotto pressione nei suoi 22 metri, il quale commette l'errore fatale di tentare di ripartire e viene imbragato. Palla trattenuta, punizione angolata per Parks (in foto) che non fallisce nemmeno questa volta.

La prima vittoria della Scozia di Robinson nel Sei nazioni comporta un sacco di certezze infrante: a cominciare dalla mancata quinta Triple Crown in sette anni a portata di mano degli irlandesi, sconfitti tra l'altro nell'ultima partita di rugby al Croke Park.
Un bilancio che per gli ex campioni in corsa formale per il titolo fino all'ultima gara si fa negativo - sempre perdente in trasferta, ne perde una anche in casa- e positivo per la Scozia: una vittoria fuori, un pareggio con gli inglesi, una sconfitta per un pelo col Galles e una buona prova iniziale coi francesi, l'unica macchia essendo la sconfitta romana; quel che conta di più, il Cucchiaio di Legno che aleggiava viene rispedito ad altri lidi, oimè più caldi del Canale d'Irlanda.

Questa vittoria manda un messaggio chiaro e forte per tutti, noi per primi: è vero che nel rugby non si bluffa ma non si deve nemmeno partire rassegnati.
Significa: fatto salvo che non si può pretendere di improvvisarsi ciò che non si è, se si riesce a individuare ed accentuare per bene execution, perseveranza e aderenza per ottanta minuti ottanta alle proprie caratteristiche positive, qualche impresa la si coglie.
Fino a ieri i loro trequarti vagolavano orizzontali per il campo; finalmente coach Robinson ha responsabilizzato al massimo l'intelligenza e la precisione nel gioco tattico e la capacitaà di punire ogni indisciplina avversaria di Parks, sfruttando le doti di centri e terze linee nella percussione, provocando indisciplina, difendendo con attenzione e sfruttando l'esperienza e la preparazione dle pack. Oggi han saputo aggiungere la ciliegina fondamentale che ha legittimato il successo, rubare le rimesse ai maestri.
Gli Highlanders ci sono arrivati lentamente: sviati dalla prima gara con la Francia ancora in rodaggio, si sono schiantati per asfissia contro un Galles che li ha fatti correre e poi ha corso sopra le loro asfissie e infortuni; tornati sconnessi e poco incisivi, sono stati puniti dall'Italia più fisica di loro; sfiorata l'impresa contro una Inghilterra involuta, sono riusciti a perfezionarsi e a trovare l apropri adimensione perfetta e a non sbagliare nulla nella prova più difficile.
Agevolati, va detto, dalla imprecisione di tutta l'Irlanda, non solo di Sexton; ma si sa, come sono rari gli errori non provocati a questi livelli, così si vince anchesapendo aprofittare di debolezze ed errori dell'avversario.
Robinson alla fine ha vinto perchè ha saputo far smettere ai suoi di attaccare per attaccare quando han mostrato di non essere in grado di trovare i guizzi finali per finalizzare moli di lavoro inutile; ha valorizzato il gioco tattico di Parks alzandolo al massimo della ribalta (tre Man of The Mathc Award vinti in quattro partite giocate da titolare) e ha sfruttato le armi apportate da uno dei pack più tecnici visti quest'anno.
Gioco saggio, tattico, concentrato sulle fonti, tremendamente efficace, davanti, senza andar a sfidare gli avverari sui loro terreni. E gli orecchianti vi verranno a raccontare, avendo in testa il chiodo fisso dei problemi di casa nostra, che la Scozia ha vinto perchè ha attaccato muovendo la palla ...
La Scozia che vorremmo essere, come da titolo, non si riferisce alla loro fantomatica, poco reale propensione all'attacco, ma piuttosto al loro saper valorizzare le loro caratteristiche positive. Che guarda caso potrebbero somigliar molto alle nostre.

sabato 20 marzo 2010

6 Nations 2010: l'Italia si ritrova di legno


Millenniun Stadium, Cardiff; Wales 33 - 10 Italy

Wales: L Byrne (Ospreys); T Prydie (Ospreys), J Hook (Ospreys), J Roberts (Cardiff Blues), S Williams (Ospreys); S Jones (Scarlets), M Phillips (Ospreys); G Jenkins (Cardiff Blues), M Rees (Scarlets), A Jones (Ospreys), B Davies (Cardiff Blues), L Charteris (Newport Gwent Dragons), J Thomas (Ospreys), S Warburton (Cardiff Blues), R Jones (Ospreys, capt)

Replacements: H Bennett (Ospreys), P James (Ospreys), I Gough (Ospreys), G Delve (Gloucester), D Peel (Sale Sharks), A Bishop (Ospreys), T Shanklin (Cardiff Blues)

Italy: L McLean (Benetton Treviso); K Robertson (Viadana), G Canale (Clermont Auvergne), G Garcia (Benetton Treviso), M Bergamasco (Stade Francais); C Gower (Bayonne), P Canavosio (Viadana); S Perugini (Bayonne), L Ghiraldini (Benetton Treviso), M Castrogiovanni (Leicester), M Bortolami (Gloucester), J Sole (Viadana), M Bergamasco (Stade Francais), A Zanni (Benetton Treviso)

Replacements: M Aguero (Saracens), F Ongaro (Saracens), V Bernabo (Roma), Manoa Vosawai (Parma), T Tebaldi (Gran Parma), R Bocchino (Rovigo), M Pratichetti (Viadana)

Referee: Wayne Barnes (Eng)

La linea del Piave stavolta ha ceduto: nell’ultimo appuntamento di questo 6 Nazioni l’Italia finisce la benzina, fa i conti con gli uomini contati ed esce dal Millennium Stadium senza fiato e con il cucchiaio di legno. Già, perché la Scozia vince in Irlanda 23-20 e nonostante la vittoria del Flaminio proprio sugli scozzesi, l’Italia finisce ultima nella classifica finale, due punti contro i tre degli scozzesi: stando alla tradizione British, quella che ha partorito il rugby, gli spetta dunque il wooden spoon. Per quest'anno l'Italia s'è risparmiata il whitewash (tutte sconfitte), un piccolo passettino avanti rispetto al 2009 ma ottiene lo stesso risultato del 2008, lontano dal quarto posto del 2007.

In ottanta minuti la nazionale di Mallett passa dal purgatorio all’inferno contro un Galles che riscatta con una mediocre vittoria un torneo terribile. E dire che gli Azzurri erano partiti bene, schiacciando gli avversari nella loro metà campo.

La cronaca - Un’offensiva che costa il primo infortunio: al 3’ Canale lascia il posto a Pratichetti per problemi alle costole. Succede in uno sport di contatto che comporta un logoramento fisico non da poco dopo più di un mese di grandi scontri. I gallesi superano il vallo dopo cinque minuti e da quel momento prendono in mano l’ovale. Stephen Jones, Man of The Match, apre la marcature all’8’ da un penalty, la risposta di Mirco Bergamasco sbatte invece sul palo. Il Galles va alla ricerca della marcatura grossa, ma tra il 18’ e il 23’ trova la trincea azzurra che con quattro contro ruck gli sfila il pallone: il risvolto della medaglia, è che l’Italia non ha buoni palloni da giocare per appoggiarsi alla rimessa laterale dove i gallesi non sono affatto organizzati.

E poi ci sono i forfait: al 24’ Canavosio cede le chiavi della linea mediana a Tebaldi per problemi al ginocchio, mentre sia Zanni che Gower mostrano segni di cedimento fisico. Stephen Jones centra nuovamente i pali al 21’ per il 9-0, Lee Byrne al 28’ trova il varco nella nostra trincea, ma il passaggio da Shane Williams è in avanti. Nel frattempo la mischia italiana si leva la soddisfazione di mettere sotto la prima linea gallese che ha dato filo da torce al Sud Africa con i British Lions. Jones segna altri tre punti al 34’ per il 12-0 sul quale si va negli spogliatoi dove l’Italia lascia le ultime energie.

La sensazione che la birra sia finita diventa realtà all’inizio del secondo tempo, quando in cabina di regia sale Mike Phillips, il mediano di mischia che è mancato al Galles in tutto questo torneo: esplora gli spazi come un centro e ha la visione di gioco di un numero 9. Al 47’ Gower placca Hook lanciato in meta e che colpevolmente non serve il 18enne Tom Prydie tutto solo al suo fianco, negandoli la gioia della marcatura alla sua prima con la nazionale. Hook si fa perdonare poco dopo, da un attacco partito da una mischia ai 5 metri e si ripete al 56’ grazie sempre agli spazi che Phillips sa creare.

Giro di cambi: dentro Aguero per Perugini, Wosawai per Sole. Al 58’ Mauro Bergamasco si becca un giallo troppo generoso da parte dell’arbitro Wayne Barnes, altrimenti perfetto nella gestione del match. Ma quando non c’è fiato nelle gambe, anche la disciplina ci rimette. Al 63’ tocca a Bocchino prendere il posto di mediano di mischia, perché anche Tebaldi non ce la fa più.

Il punteggio azzurro si sblocca al 65’ con un calcio di Bergamirco beccato dal pubblico per alcune brighe con Phillips. Pur non giocando bene, il Galles gestisce il pallino della situazione: disorganizzati e confusi, contro un’Italia sulle gambe è come se rubassero in chiesa e Shane Williams al 68’ segna un’altra meta.

Per quanto alle corde, gli Azzurri si tolgono lo sfizio di rispondergli con McLean che al 74’ dribla la linea dei dragoni rossi. Finisce di fatto qui, con la conversione di Bergamirco, il cui piede, per lo meno, non è legnoso.

A caldo: la coperta corta (by Ringo) - Il 6 Nazioni azzurro è finito nel peggiore dei modi. A Cardiff l’Italia è arrivata a corto di ossigeno e uomini, che già non sono molti. Lo sa anche Nick Mallett: "Aver preso solo tre mete in queste condizioni è stata un'impresa, un'altra Italia ne avrebbe incassate almeno 8". In compenso si ritrova tra le mani un cucchiaio di legno che azzera in parte la vittoria sulla Scozia. Perché in parte? Perché comunque qualcosa rimane, tipo la difesa e la determinazione che gli Azzurri hanno messo in mostro anche contro il Galles, respingendo l’avversario quando il suo peso era ormai a ridosso della linea di meta. Ci siamo stretti a coorte e abbiamo resistito. Non è facile cambiare tre volte il proprio piano di gara: gli infortuni in settimana (Masi, Derbyshire, Del Fava), la formazione rimaneggiata e nuovi altri guai in partita. Il guaio grosso è che a dieci anni dallo sbarco nel The Championship del rugby, siamo sempre lì, a confrontarci con gli uomini in kilt.

Le cose da aggiustare: senza dubbio la trasmissione del pallone. Spesso lenta, mette in difficoltà l’uomo che riceve l’ovale e la difesa di turno può organizzarsi. Senza birra non si fa festa e questa nazionale è davvero arrivata stanca all’ultimo appuntamento e, al solito, non può fare affidamento su ricambi di qualità in tutti i reparti, grosso ostacolo di una coperta troppo corta.

Un dato che aiuta a capire il tracollo azzurro arriva dai metri percorsi con la palla tra le mani: nel primo quarto d’ora di match, l’Italia copre almeno 120 metri; nei settanta minuti successivi si ferma a 160. Troppi poi i falli concessi quando ad arbitrare c’è uno dei migliori fischietti in circolazione, l’inglese Barnes: se le cose non vanno inevitabile giunge la frustrazione.

Il sipario si chiude ed è comunque il caso di ricordare che questa squadra ha trovato tre nuovi protagonisti: Gower, regista sia in attacco che in difesa; Zanni, un combattente da trincea; McLean, un giovane con le idee chiare.

A caldo: l'Italia di sempre, gran cuore e asfissia (by Abr) - Vi diranno, che schifo non se ne può più di sola difesa - gli stessi che la settimana scorsa vi han detto che non sappiamo più difendere. La domanda sorge spontanea: come si fa a prendersela con una squadra che ne lascia tre fuori prima ancora di cominciare, che al terzo minuto perde Canale e manda in campo Pratichetti (!), poi perde anche Canavosio e fa rientrare Tebaldi che s'acciacca anche lui al ginocchio, seguito- preceduto da Sole, Bortolami e tanti altri? E chiude con Bocchino mediano di mischia per quindici minuti? Il punto vero sarebbe: ecco gli effetti delle rose ristrette, della mancanza di alternative. Ma imputare anche questo a Mallett lo troveremmo un po' ingeneroso, vedi caso Derbyshire.

In verità l'Italia inizia alla carica e per cinque minuti buoni non fa toccare palla a un avversario invero mediocre, in cui spicca in positivo unicamente il rientro di Phillips (se avesse segnato la meta che gli ha negato Mirco poi finalizzata da Shane Williams, avrebbe meritato il Man of the Match) e in negativo molto del resto, a partire da una rimessa laterale imbarazzante per finire con l'egoismo miope di Hook, cui giustamente è stato sottratto il Man of the Match nonostante le due mete per darlo all'onesto ma nientedechè Stephen Jones.

Il massimo i nostri lo toccano al terzo minuto con undici fasi consecutive concluse da un calcio orrido di Gower verso il lato destro nostro dov'era solo soletto Shane Williams, forse intento a scaccolarsi; fatto sta che ne è tanto sopreso che per fortuna non riesce ad afferrare il ghiotto passaggio. Nel mezzo di tali fasi d'attacco c'è la penetrazione che costa cara a Canale, peraltro molto incisiva. Non siamo abituati a essere granchè produttivi in attacco e lo sforzo ci costa caro, accelerando l'entrata in riserva degli acciaccati, trasformando gli Azzurri in una parata di Enrico Toti con poco più della stampella da lanciare verso il nemico.

I gallesi, come tutti gli anglosassoni poco sensibili alle nostre menate da perdenti sull'onore delle armi o la pietas nei confronti dei deboli, se nei primi minuti ci han lasciati sfogare facendoci raccogliere in tutto un palo, poi ci schiacciano senza pietà tra le grida della folla inebriata dall'odore del sangue, gongolante a ogni punizione non piazzata spedita verso una rimessa sui 5 metri nostri. Fin che l'ossigeno arriva a cervelli e muscoli siamo bravi a difenderci con un certo ordine ed efficacia, anche se con un po' di falli (alle fine le punizioni concesse saranno 14, quante ai francesi), poi nella seconda frazione occasionalmente cediamo, tre o quattro volte, e arrivano tre mete. Una alla fine la segnamo. Non lo troviamo un bilancio scandaloso. Questa è l'Italia ridotta in riserva signori: grandissimo cuore, spirito di sacrificio e pochi mezzi, se ci è consentito l'azzardo poco rispettoso essa è del tutto allineata all'epica nazionale standard del "mancarono i mezzi non l'onore", dal Carso a El Alamein passando per Nikolajewka. Il che non è una giustificazione, ovviamente. Faremo un bilancio a mente fredda.

Ah dimenticavo, arbitraggio così così di Barnes: buon controllo dei fatti di mischia, gli sfugge un po' di acredine accumulata tra Mirco, Phillips e Hook che alla fine degenera e poi commette la perla dell'espulsione temporanea di Bergamauro. Il quale ha il torto di farsi giustizia da sè (uno spintone a Hook in chiara posizione di fuorigioco e di blocco vicino alla ruck) che tutto era tranne che ingresso laterale come sostenuto dall'arbitro. Azione assolutamente analoga di Dylan Hartley qualche centinaio di km più a sud verrà più correttamente sanzionata dall'arbitro neozelandese Lawrence con richiamo e calcio di punizione.


venerdì 19 marzo 2010

6 Nations: Mallett si gioca la fiducia

Ultime dal ritiro azzurro alla vigilia della partita con il Galles. Il ct Nick Mallett ha dovuto fare i conti, come già riportato, con gli infortuni di Masi, Del Fava e Derbyshire, rimaneggiando quello che era il XV dato per partente: “E’ il rugby, impossibile prevedere o prevenire infortuni del genere”, ha detto in conferenza stampa.

Così, da chi scendeva in campo per giocarsi anche una chance alla prima da titolare – vedi Derbyshire – o nel ruolo a lui più congeniale – leggi Masi -, ecco che per gente come Bortolami c’è a disposizione una carta nuova da giocare per scrollarsi di dosso qualche prestazione un po’ opaca: “Credo che la gara di domani rappresenti una chance per Bortolami, Canale e Sole, che avrebbero dovuto partire dalla panchina, di dimostrare che la loro prestazione contro i francesi è stata solo un passo falso. Ma mi aspetto che tutta la squadra migliori la performance rispetto a domenica scorsa”

Mallett torna a focalizzarsi sulla difesa: “La sconfitta di Parigi non mi fa dimenticare i progressi che abbiamo compiuto da giugno a questa parte, soprattutto da un punto di vista difensivo. Francia e Galles giocano un rugby d’attacco, molto diverso da quello di Irlanda, Inghilterra o Scozia, domani capiremo se la nostra difesa ha mancato un colpo allo Stade de France o se abbiamo davvero un problema a difendere contro squadre come i bleus o i Dragoni”.

Poi punta sul fattore fiducia: “Sono molto orgoglioso della squadra per quello che ha fatto in questo Torneo: i giocatori hanno dimostrato di avere un grande cuore e di aver accresciuto la fiducia nei propri mezzi. Sono convinto che domani ritroveranno quello che forse è un po’ mancato contro la Francia”. “Il Galles – ha aggiunto Mallett parlando degli avversari – merita tutto il nostro rispetto: domani schiererà la prima linea dei British Lions e, nel complesso, è una squadra di enorme valore, che solo due anni fa ha centrato il Grande Slam. Un Sei Nazioni non particolarmente brillante non vuol dire che siano diventati una squadra modesta: insieme alla Francia, i loro trequarti sono i più pericolosi del 6 Nazioni”.

La partita di domani nelle intenzioni del coach sudafricano “può rappresentare un punto di svolta nel nostro 6 Nazioni. Credo che, al di là dei primi sessanta minuti contro la Francia, il nostro sia stato un torneo positivo, nel quale siamo cresciuti sia in difesa che in attacco. Sapevamo che le ultime due partite contro Francia e Galles, per il rugby che giocano queste formazioni, sarebbero state molto dure per noi ma domani abbiamo una chance importante per continuare nella nostra crescita”.

Ghiraldini ripassa il match con la Francia – Nel corso della conferenza stampa del pomeriggio è intervenuto anche il capitano dell’Italia, Leonardo Ghiraldini, che ha raccontato la settimana della nazionale: “Ci siamo concentrati molto sulla comprensione di quanto non ha funzionato allo Stade de France e abbiamo lavorato sul nostro rugby e su come migliorare nella partita di domani. E’ indubbio che abbiamo avuto dei problemi domenica scorsa, forse abbiamo approcciato la partita con troppa confidenza dopo la vittoria sulla Scozia, ma alla fine abbiamo finito per subire la Francia da un punto di vista psicologico: ci è già successo in passato contro i francesi. Forse con un’altra squadra la nostra prestazione sarebbe stata più efficace, saremmo riusciti a rientrare in partita, ma abbiamo subito molto la pressione avversaria”.

Una fase da sistemare è certamente quella delle rimesse laterali che “non hanno funzionato a dovere e sappiamo tutti che si tratta di una fase critica del gioco. Ci siamo impegnati per ritrovare fiducia in questa situazione di gioco e sono sicuro che non ripeteremo gli errori che abbiamo commesso contro la Francia”.

Le Crunch: un po' di numeri e cinque suggerimenti per vincerlo


UPDATE: Steve Borthwick non è stato giudicato fit quindi non sarà della partita sabato sera. Al suo posto in seconda linea sale titolare Louis Deacon, in panchina arriva Tom Palmer dello Stade Francais. Capitano dell'Inghilterra a grande richiesta sarà Lewis Moody.

Sulla carta la partita di domani tra Francia e Inghilterra dovrebbe essere vinta dai galletti: ma se è vero come è vero che nel rugby bluffare è difficile, è altrettanto vero che la carta non è la bibbia della palla ovale. Perché di mezzo c’è anche un Grand Slam che les bleus di Lièvremont rincorrono dall’inizio del 6 Nations 2010; perché l’Inghilterra di Martin Johnson ha voglia di vendere cara la pelle nel cosiddetto “Le Crunch”. L’ultima sfida per la gloria da una parte, l’ultima opportunità di ringhiare dall’altra.
Il fattore campo però pesa dal momento che giocare allo Stade de France non è facile per nessuno, se non per i neozelandesi quando non si tratta di affrontare i transalpini in un match di Coppa del Mondo. “Hai bisogno del tuo miglior rugby per vincere lì”, ha assicurato in un’occasione Nick Easter (nella foto con Johnny Wilkinson e contrastato da Dusatoir).
Il vero dilemma sta nel modo di approccio dei padroni di casa, in questo caso. La Francia è forte, ma ha sempre un sassolino da levarsi dalle scarpette quando affronta gli inglesi. Nel 2007 furono decapitati per 14-9 in semifinale dalla squadra allenata da Brian Ashton. Nel 6 Nations 2008 finì, a Parigi, 24-13 per gli ospiti. Un anno fa 34-10 a Twickenham. E allora assumono un aspetto logico i timori e le raccomandazioni che circolano sui media francesi.
“Lo Stade de France è uno dei miei stadi preferiti”, ha svelato sempre Easter, Man of the Match nella versione 2009 del big match, “è la performance in trasferta che ricordi di più. E’ un grande stadio che ti accoglie e devi goderti momenti del genere”. La chiave di volta, manco a dirlo, è la bravura e l’abilità nell’imporre il proprio piano di gioco.
Come si fa? Da Oltremanica arrivano alcuni suggerimenti: la rivista Rugby World sottolinea le “Five things England must do on 20 March”, le 5 cose da fare: 1) giocare alla pari in prima linea; 2) vincere la collisione; 3) giocare meglio al piede rispetto a quanto mostrato con il Galles e non venire soffocati dalla difesa francese; 4) assicurarsi che la Francia giochi palloni lenti e nel caso accada, provocare turnover; 5) dominare l’area di breakdown. Per riuscirci occorre un assiduo sostegno al portatore di palla.
Giusto per la statistica, l’ultimo pareggio tra le due è datato 2 febbraio 1985, 9-9, a Londra. Quel 5 Nations lo vinse l’Irlanda con 7 punti contro i 6 della Francia, che in classifica aveva un pareggio di troppo, quello appunto contro l’Inghilterra. L’altro era il 15-15 con gli stessi irlandesi.
Ricapitolando, nell’epoca del 5 Nations si disputarono 70 “Le Crunch”: 36 vittorie dell’Inghilterra, 27 della Francia, 7 pareggio. Nel 6 Nations, dopo dieci incontri, gli inglesi guidano per 6 vittorie a 4. I confronti al di fuori dei due tornei ammontano a otto: 5 vittorie albioniche, 3 transalpine.

giovedì 18 marzo 2010

6 Nations, Italia: tutto come previsto, cambi compresi

UPDATE 19/3, ore 11.00:
siamo alla fine di un torneo fisicamente impegnativo e ci sta, ma la sfiga colpisce tutta assieme: anche Andrea Masi non ce la fa, si è svegliato stamane preda di una lombosciatalgia acuta. Il suo posto di titolare al centro verrà preso da Gonzalo Canale, sostituito in panchina da Matteo Pratichetti. Sfumata l'occasione per Masi di farsi rivedere nel suo ruolo vero.

ULTIM'ORA - 21.09
, dal sito Fir: (...)
Gli esami strumentali hanno evidenziato per Del Fava una lesione muscolare di primo grado dei flessori della gamba destra guaribile in venti giorni, mentre Derbyshire ha riportato una lesione di secondo grado del retto femorale (...)
I due atleti - entrambi inseriti inizialmente nel XV titolare dell'Italia - non potranno quindi prendere parte alla quinta ed ultima giornata dell'RBS 6 Nazioni 2010. Marco Bortolami prenderà il posto di Del Fava in seconda linea, mentre Josh Sole rimpiazzerà Derbyshire con la maglia numero 6.
In panchina prenderanno posto il seconda linea Valerio Bernabò (Futura Park Rugby Roma, 13 caps) ed il flanker Manoa Vosawai (Banca Monte Parma, 5 caps) che sono stati aggregati in serata al gruppo originario di ventiquattro convocati.
Sic transit.

Come dire: il cambiamento era nell’aria. Nick Mallett ha fatto le sue scelte in vista del Galles e sono quattro i cambi rispetto alle precedenti due formazioni. Tra l'altro rispondendo a esordiente (Prydie) con esordiente (Derbyshire al primo cap da titolare, sempre che ci sia).
Che qualcosa sarebbe cambiato lo si era intuito già nel corso della partita contro la Francia, quando Tito Tebaldi ha ceduto il posto nel corso del primo tempo a Pablo Canavosio. E l’autore di due mete nelle ultime due partite, se c'era ancora bisogno di conferme, s'e' conquistato il posto di mediano di mischia titolare: sarà quindi lui l’uomo chiamato a gestire le scelte d'avvio del gioco d'attacco Azzurro, vuoi al piede ravvicinato, vuoi di percussione o vuoi di apertura che gli Azzurri tra alti e bassi stanno mettendo in pratica in questo 6 Nations. Con un occhio di riguardo alle incursioni del mediano avversario, che afflissero il buon Tito in due partite su quattro con O'Leary e Parra.
Cambi anche nei trequarti per rispondere al XV che ha scelto Gatland. Kaine Robertson torna all’ala, l’ultima volta che è partito titolare in quella posizione è stato contro l’Irlanda nella prima del torneo, segnando anche la meta dell’Italia sul pasticcio del triangolo allargato irlandese in uno degli spostamenti al piede operati dagli Azzurri. Andrea Masi viene schierato come secondo centro, di fianco a Gonzalo Garcia. E così Canale va in panchina.
In seconda linea Quintino Geldenhuys chi lo tocca, e' la rivelazione azzurra per consistenza in questo 6Nazioni; ma si potrebbe assistere al ritorno dal primo minuto di Carlo Del Fava al posto di Marco Bortolami; in terza al primo cap da titolare di Paul Derbyshire nella posizione solitamente occupata da Josh Sole, anche se per averne la certezza occorrerà attendere le prossime ore dopo i test sulle condizioni fisiche dei due interessati, in mattinata preoccupanti tanto da far arrivare in tutta fretta a rincalzo Wosawai e Bernabò. La prima linea invece non viene toccata, l’unico reparto che è rimasto immune ai cambiamenti apportati da Mallett. Girava voce che Fabio Ongaro fosse stato in corsa per sostituire Leonardo Ghiraldini, il capitano, ma erano per l’appunto solo rumors dal ritiro.

Scelte nell'ambito del possibile, scelte logiche quelle di Mallett: non siamo la Francia con 30 titolari potenziali e un occhio all'amalgama e alla preventiva esposizione alle intensita' a questi livelli non va trascurata; quindi, anche se molti premerebbero per stravolgere tutto all'ultima tappa (per curiosita'?), i cambi ci sono ma sono a nostro avviso correttamente "localizzati": secondo avversario e secondo merito.
Canavosio è in forma, Tebaldi no; il secondo inoltre appare attualmente in fase involuta, gli manca la dimestichezza con le intensità di questi livelli, a maggior ragione se di là c'è uno come Phillips. Il Pablo inoltre sa seguire il portatore di palla per proporsi all'offload: chissa' che ci aiuti a riscoprire un'arma ultimamente poco usata per dar spazio alle aperture e al gioco tattico: le percussioni degli avanti, potrebbero risultare decisive.
Altrettanto logico era contrapporre a Shane Williams uno che riesca a stargli dietro in scatto e velocità come Kaino. Al centro serviva massa e placcatori da contrapporre al solido Jamie Roberts e allo scattoso James Hook, giocoforza tra i tre centri a disposizione propendere per Garcia e Masi, sicuramente dopo apposito fervorino riguardante la freddezza e il controllo rivolto a quest'ultimo.

Rimane un potenziale mismatch all'altra ala: Mirco perdeva metri dietro ad Andreu per non dire dei tagli verso il centro campo, vedremo con questo Prydie, speriamo di non dover assistere a un altro Speedy Gonzales vs. Gatto Silvestro.
Nel pack bisognerà aspettare a dita incrociate l'esito dei test di fitness per i due promossi sul campo: Del Fava dovrebbe rimpiazzare l'inconsistenza di Bortolami in touch; Derbyshire entrerebbe oltre che per meriti anche per la relativa minor stazza delle terze linee gallesi, che consiglia di tener fuori Sole, e speriamo bene in rimessa laterale: Josh è stato sinora il saltatore alternativo più usato ed efficace.
Sarà in prima linea una bella sfida molto "tecnica" e di esperienza; uno come Ongaro non sfigurerebbe, ma solo per venti minuti/mezz'ora - non crediamo il nostro "senatore" in forza ai Saracens abbia più nelle gambe l'ora e oltre a questi livelli; anche se quando entra si fa sentire, anche dall'arbitro.
Chissà infine che la panchina serva a "smuovere" Gonzo Canale. Difficile vederlo far cappelle o perder la capa come l'altro Gonzo, ma la sensazione che dà è di non dare mai veramente tutto quel che potrebbe: percussioni con offload come quella che favorì la meta di Canavosio agli scozzesi non dovrebbero essere eccezioni per lui.

Italia: L McLean (Benetton Treviso); K Robertson (Viadana), G Canale (Clermont), G Garcia (Benetton Treviso), M Bergamasco (Stade Francais); C Gower (Bayonne), P Canavosio (Viadana); S Perugini (Bayonne), L Ghiraldini (Benetton Treviso), M Castrogiovanni (Leicester), M Bortolami (Gloucester), Quintin Geldhenuys (Mps Viadana); J Sole (Viadana), M Bergamasco (Stade Francais), A Zanni (Benetton Treviso)
Rincalzi: M Aguero (Saracens), F Ongaro (Saracens), V Bernabo (Roma), Manoa Vosawai (Parma), T Tebaldi (Gran Parma), R Bocchino (Rovigo), M Pratichetti (Viadana)

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