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mercoledì 27 febbraio 2013

Horror vacui


Brown Ribbon, nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct", è la nostra rubrica delle polemiche controcorrente, che rischia consapevolmente tackle un po' alti, prese di posizione sfrontate e brutali come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan qui sopra. Sulla scorta del detto sublime"If you can't take a punch, you should play table tennis".

Vertigo, uno dei più celebrati film di Hitchcock, fondato sulla fobìa delle altezze del protagonista impersonato da James Stewart, è niente in confronto all'autentico horror vacui che attanaglia il cronista sportivo medio italico, in generale e del rugby in particolare: la fobìa dei silenzi.
Copri ogni spazio con la tua voce, par raccomandare il corso base del bravo telecronista, altrimenti la gente s'annoia o crede ci sia un guasto e cambia canale. Ma non è la radio, alla tv la gente guarda le figurine che si muovono ...Credo che a detto corso spaventino i cronisti evocando le figure silenti di Celentano in prima serata, oppure li minaccino di far la fine del comandante della Death Star, attanagliato alla gola dalla Forza Oscura di Lord Darth Vader ...
Così non resta un mezzo secondo coperto solo dai cosiddetti "effetti": applausi, fischi, canti ...  Non so a voi, a me è da un po' che 'sta deriva loquendi mi rimane sulla strozza, quindi la brown-ribbonizzo seduta stante.
Vi sarete tutti trovati una volta nella vita, alle prese con mamma o sorella o fidanzata in fase petulante, col vicino attaccabottoni o il collega che borbotta senza sosta; che avete fatto quella volta? Ve ne siete andati, credo e spero, senza picchiare nessuno ma accampando la prima cortese scusa che vi capitava, fino al mitico "esco a comprare le sigarette"(aldilà delle leggende, lo sparire per sempre appartiene solo a culture più individualiste, o dal maggior tasso di criminalità, della nostra). Invece nel tempo libero, mi correggo, nel momento più sublime, privato e maschilista stile "rutto libero" - l'atteso Test Match o la finale del SuperRugby - siamo lì rassegnati a farci sommergere da profluvi di chiacchiere da uno sconosciuto.  Che diremmo alla consorte se osasse "interrompere l'emozione" per venirci a raccontare i fatti suoi?

Attenzione, capiamoci: comprendo e giustifico il ruolo "tecnico" del commentatore e del "flanker" esperto al suo fianco: danno alla telecronaca una apparenza meno formale, più dialogata e spontanea. Aldilà delle competenze, vere o presunte che siano (quanti "solo chiacchiere e distintivo" si trovano in giro!).
Capisco anche enfasi e toni, pur stigmatizzando gli eccessi alla Cecio; comprendo inoltre la necessità "didattica" di illustrare al neofita o al patito dello zapping, quel che sta succedendo: concedo tutto ciò senza difficoltà. Vado anche oltre: la "didattica", come nel percorso scolastico può avvenire a svariati livelli. C'è lo spiegar le regole di base ai frequentatori occasionali (il mitico "bisogna placcare" di Cecinelli), su fino a discernere gli aspetti tattici della gara, commentare quel paio di statistiche o le scelte degli allenatori, qualche retroscena e un po' di name dropping, stile tribuna o terzo tempo che non guasta mai (gioca come Tizio, mi ricorda Caio); fino al puro cazzeggio laterale enciclopedico-morale collegato, purché intelligentemente spiritoso - o spiritosamente intelligente - inaugurato dal grandissimo Dan Peterson e riesce bene quand'è in forma a Vittorio Munari, decisamente più valido in diretta (cioè quand'è spontaneo) che al telefono o in video.

Comprendo e accetto quindi (a volte sopporto) un sacco di cose nelle telecronache, come vedete: so' libberale e tollerante, non ho la puzza sotto il naso, non sono per l'azzeramento del volume: dico solo, c'è una misura per ogni cosa!
Quel che massimamente non tollero in telecronaca, è più forte di me, sono due tipologie di copertura del silenzio.
La prima, gli elenchi di pesi altezza e numero di scarpe di atleti scelti a caso, forniti sistematicamente con titolo di studio allegato; ma che è, un concorso ippico? Va ben uno, due, anche tre volte a livello di curiosità, ma basta poi! Anche perché, ammesso interessi qualcuno, lo smartphone con accesso al web ce l'abbiam tutti oramai. E poi alcuni di questi dati ripetuti ogni volta stile vecchio zio rimba, li stiamo per imparare a memoria!
La seconda cosa insopportabile: quell'aulico riassunto iniziale riguardo i "temi forti" della partita. Fa tanto tema da liceo di provincia, financo corrispondenza di Max Vinella ad Alto Gradimento (per chi c'era), con tutte quelle iperboli tirate per i capelli. E diventan sempre più lunghi, da apnea mentre già scorrono le formazioni! Nel mentre il "secondo" aspetta lì in disparte, insalutato ospite (per fortuna vostra e anche mia).  Me lo vedo la sera prima, l'ex pilone che sbuffa in tinello con la sigaretta accesa davanti alla catasta di fogli bianchi appallottolati, grattandosi la testa e urlando alla bambina, zitta che papà deve finire il cappellotto introduttivo per domani.
Amico sportivo, va ben che siamo nella patria delle chiacchiere, va ben che ti han dato le mostrine da giornalista e quindi devi mostrare ai colleghi di sapere il congiuntivo; ma chi s'è sintonizzato su un evento di sport cosiddetto minore, più o meno è già al corrente; al massimo lancia dei flash, tipo dei titoli-sommario ma per favore risparmiaci gli esercizi di retorica.

Provate a cambiar lingua se avete Sky o guardate la partita in streaming una volta,  fate il confronto tra stili di telecronaca: anche i francesi, buongiorno buonasera, due paroline di circostanza iniziali su chi e cosa presumibilmente si vedrà, poi sentiamo gli inni e scorriamo assieme le formazioni. Con tutte le pause che servono e i silenzi che capitano.
Clamorosa è poi la differenza nella gestione del minuto a primo tempo finito: se in Francia inseguono i giocatori o l'allenatore (disturbati anche durante la partita, ma là sono avanti, lasciamoli pure andare), a Sky Sport se non c'è nulla da dire stan ZITTI, lasciano che scorrano le immagini del campo vuoto (come a dire: sorry non abbiamo venduto tutti gli spazi spot, ma non ci vendichiamo su di voi). Che poi, come sugli spalti anche chi sta a casa a fine del primo tempo o è andato a far pipì o a bere, oppure parla con gli amici; mica starà lì seduto a pendere dalla tv come uno scemo!

E' probabile che con l'avvento dei Google Glass, arriverà una app capace di appiccicare il nome in sovrimpressione dinamica ai giocatori che stiamo guardando (con tanto di numero di scarpe e titolo di studio). A quel punto tv e stadio saranno quasi uguali - non è vero che le partite si vedano meglio in tv: curve a parte, a casa è solo più comodoso e poi appunto c'è il cronista che dà i nomi. Certo che la dose te la spaccia "tagliata" con bel po' di altra roba, spesso au point, altre volte esagerata, mapazzone indigesto.
Quel che il cronista pare ignorare è che non ce ne andremmo anche se stesse qualche secondo in silenzio o dicesse solo i nomi, alla cronista della BundesLiga; quand'anche la tecnologia arrivasse a renderlo  obsoleto, non lo salverebbe certo la "sovrastruttura" da giornalista, al limite le competenze. Dopotutto siamo lì per vedere e "capire" la partita, mica per farci leggere articoli di fondo, men che meno il suo tablet.   

mercoledì 23 gennaio 2013

Bonus - Malus


Brown Ribbon, nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct", è la rubrica di RightRugby delle polemiche controcorrente. Una rubrica che rischia consapevolmente tackle un po' alti e prese di posizione sfrontate e brutali come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan qui sopra. Sulla scorta del detto "If you can't take a punch, you should play table tennis".

La prima, oramai storica puntata di "Brown Ribbon" fu dedicato alle eterne, irrisolte (ma solo a queste Latitudini) diatribe sul Cucchiaio di Legno: secondo la versione "loose" originaria, spetta all'ultimo in classifica del Sei Nazioni, secondo quella  "tight" di emanazione italo-francese, solo a chi perda tutte le partite.
[Inciso: ovviamente la nostra dotta prolusione non risolse nulla, scompose solo illustrissime penne; ma siam qui per questo, a portare e rompere placcaggi sia alti che bassi, come in campo].

Solo apparentemente c'entra poco il Cucchiaio di Legno con le dichiarazioni del coach della Nazionale francese Philippe Saint-André, che s'è dichiarato totalmente contrario all'idea che vàgola nell'aere ufficiale di introdurre i bonus point nel Sei Nazioni, come rivelato a fine anno da The Observer.
Come tutti sanno, nel Sei Nazioni sopravvive un antico sistema di attribuzione punti com'era anche nel calcio una volta: due punti al vincitore, uno ai pareggi, zero agli sconfitti. In contemporanea con la nascita del Sei Nazioni, fu introdotto l'ulteriore criterio dirimente in caso di parità, della differenza tra punti fatti e subiti. Non i bonus point.
E' un retaggio di tempi in cui il Torneo delle Nazioni era tra le quattro Isolane ancora tutte sottomesse alla Corona Britannica: quel che contava era chi batteva chi (in primis chi batteva i "padroni" inglesi, più una buona dose di sano campanile tra le altre). Di tale era sopravvivono a mo' di silenti testimoni il Cucchiaio appunto, l'enfasi sul Grand Slam e il sistema punti "rudimentale".

In questi casi i detrattori dei cambiamenti, in specie nel football versione Union che, mai dimenticare, fu l'ultimo sport ad adottare ufficialmente il Professionismo, fan presto ad additare al nazional-popolare ludibrio un sordido colpevole: i soldi sterco del dimonio. Sarebbero difatti gli sponsor a volerlo, per avere più alternanze nei tabelloni, quindi più contesa e interesse.
Ci par onestamente difficile pensare che il Sei Nazioni soffra di scarso interesse e necessiti di iniezioni di popolarità; più pianamente e con meno occhio ai "complotti", è la mentalità corrente a richiederlo: sarebbe un allineamento, un uniformare il Sei Nazioni alle pratiche correnti nel nostro sport. Vedi il contraltare del Sei Nazioni Down Under, The Championship. Alcuni tifosi (e a volte anche qualche addetto ai lavori) sarebbero confusi da un sistema punti anacronistico e disallineato, diverso da quello oramai abituale ovunque nel Mondo.
Non dovrebbe poi sorprendere che l'idea sorga nel Paese più "tradizionalista" dove si guida imperterriti a sinistra e dove il Torneo è nato: tener da conto le tradizioni non significa conservar tutto come sta, il pragmatismo al contrario delle fissità cartesian-hegeliane impone l'evoluzione, l'attenzione ai tempi che come si dice "corrono". Dopotutto le classifiche ci sono già, ufficiali e pubblicate, si tratterebbe solo di renderle più leggibili e appetibili ai tifosi (o alle gazzette?). Prima degli sponsor, verrebbe piuttosto da pensare che sulle classifiche la gente ci scommette, da cui la richiesta di sistemi "standard" e stimoli più quantificabili che non il raggiungere o meno il Grand Slam.
Adeguamento s'ha da fare dunque, è giunta l'ora? Si ma poi, si adotterebbe il sistema di bonus internazionale o quello più evoluto ancora "alla francese"?

Saint-André nella sua difesa delle tradizioni, fa notare due cose. La prima è che lui che pure dichiara di apprezzare il modo di conteggiar punti coi bonus nei campionati, ricordi come si sia avvicinato al rugby, affascinato dal Torneo delle Cinque Nazioni, "quando esso era tutto e solo una questione di Grand Slam o Wooden Spoon". Condivido la medesima esperienza (e il pensiero va deferente e riconoscente al più grande dei Narratori del Rugby Epico Paolo Rosi), quindi il ragionamento del tecnico francese che spese otto anni in Inghilterra, raccoglie la mia attenzione.
Secondariamente, Saint-André dice che farebbe fatica a giustificarsi un vincitore del Torneo grazie ai punti di bonus, sopra una Nazione che si aggiudichi il Grand Slam. Lo afferma il coach di una Nazionale che procede tra alti e bassi e che sovente segna molto, attenzione.
Non si tratta peraltro di ipotesi del tutto remota, sarebbe già successo: nel 2002 la Francia vinse tutte le partite ma sarebbe stata superata dall'Inghilterra, pur sconfitta sul campo, se fossero stati attribuiti i bonus. Come dargli torto? Anche se, sapendolo prima di scendere in campo, ci si adeguerebbe senza tante discussioni.

Il punto che ci preme sottolineare è che sotto il Sole le Costituzioni son Fisse e Immutabili solo per quelli cui conviene sia così, mentre le tradizioni vive, al contrario di quelle morte, non han problemi ad evolvere. In un'epoca in cui tutti si riempiono Gattopardescamente la bocca con la parola "Riforme" (da pronunciarsi triplicando la erre iniziale), il più è capire a che pro eventualmente cambiare. Se fosse per facilitare il proselitismo attraverso una più agevole comprensione delle classifiche e maggior contendibilità, ben venga. Ma non mi pare che il Sei Nazioni soffra di cali di popolarità o staticità di vincitori.
Se invece, rimossa la foglia di fico un po' boccalona degli "sponsor", la questione fosse orientata al mero agevolare ulteriormente il giro delle scommesse, ah beh allora come Saint-André preferirei tenermi ben strette le nostre ataviche tradizioni.

martedì 11 dicembre 2012

Brown Ribbon: Respect - just a little bit ...


Brown Ribbon, il nastrino di una campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct", è la rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che rischia consapevolmente tackle un po' alti e prese di posizione brutali ed equivoche come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan qui sopra. Sulla scorta di uno dei nostri motti: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Brown Ribbon - bentornato! - stavolta se la prende con uno dei simboli più intoccabili del rugby mondiale: la HAKA. Ma è solo un pretesto per affastellare magari in modo un po' obliquo, diverse altre questioni correlate al rispetto. Alcune delle quali molto vicine a noi.
Iniziamo da molto distante: lo spunto ce lo fornisce una dichiarazione fresca di Eddie Jones, ex coach dei Wallabies poi assistente di Jake White ai mondiali dai suoi Springboks vinti nel 2007 e oggi allenatore del nuovo corso del Giappone, realtà alle prese con una lunga e seria preparazione dei Mondiali 2019 in casa. Jones se la prende con Manu Tuilagi che s'è permesso di irridere gli All Blacks, passeggiando ostentatamente mentre entrava nella loro area di meta nel corso della clamorosa recente vittoria inglese a Twickenham.
Il coach mezzo australiano mezzo giapponese, tra analisi interessanti sull'indicatore "numero di caps" (in sintesi l'Inghilterra allinea circa 250 caps complessivi, necessita a suo avviso di aggiungerne altri 300 per esser più consistente), alza il ditino "educativo" e afferma che "certi atteggiamenti disrespectful and arrogant come quello di Tuilagi (...) non fanno bene al rugby".
Va riconosciuto che Jones ha ragione sul piano formale: innanzitutto Manu è un istintivo - ricorderete il pugno in faccia ad Ashton la scorsa stagione - e quella ostentata passeggiata, peraltro seguita da dita sulla fronte a mo' di elle di Loser (più o meno l'equivalente di latine corna per un anglosassone), aveva intento fin quasi naif da quanto palese era. Appunto: so' ragazzi e allora verrebbe da chiedere al maestrino Jones, chi ha cominciato per primo?
Avete capito dove voglio arrivare: a quella Kapa O' Pango col gesto del taglio di gola che eccita le menti meno sofisticate.
 


Sotto questo profilo c'è da apprezzare molto che la critica non arrivi da un neozelandese: "e loro, muti" come direbbe quel comico. Ci mancherebbe: il commitment, il pubblico impegno sfidante, la Kapa al posto della storica Ka Mate perché sentita più "loro" ma anche molto più volgarmente intimidatoria con quei tagli di gola e pelvi in su (per non dire del gesto dell'ombrello, ma quello lo vediamo solo noi italiani), riservati solo a certuni avversari e non a certaltri. E tutto questo costituirebbe una "forma di particolare riguardo", no kidding! (a parte poi la fola che se la fanno non perdono: a conti fatti, vien da pensare che la Kapa eseguita fuori casa quasi quasi porti sfiga!)

Diciamolo: chi semina vento sa che prima o poi è destinato a raccogliere tempesta. I Kiwi non sono sprovveduti, già sanno: dall'alto del loro 85% e passa di rateo vincente nel Nuovo Millennio, per una che potrebbe venire irrisa hanno altre nove Haka che resteranno "impunite" e quindi gli conviene star muti per preservare il giocattolo dalle polemiche. Frutta molto a livello di marketing, anche se al proposito sarà meglio che trovino un equilibrio tra Test Match e kermesse (Haka inclusa), prima di ridursi a degli Harleem Globetrotters. Forse sarebbe più rispettoso NON andar più all'Olimpico e al Murrayfield a recitar annoiate Ka Mate, oppure sfidarne solo una tra Galles e Inghilterra nella stessa tourneé. It's up to them: la Nuova Zelanda fa pur sempre parte del Pianeta, i suoi abitanti "umani" come gli altri quindi battibili. La batosta epocale rimediata a Twickenham con annesso sfottò pesante di Tuilagi non li rende dei "Loser" ma nemmeno delle vittime che abbisognino di procuratore d'accusa: sicuramente gli farà gran bene, a loro e al rugby tutto, reso ipso facto sport più "contendibile".

Qui nell'oasi dove i moralismi sono banditi e dove la Haka, dopo averne viste suppergiù un centinaio, come si dice a Roma un po' ci ha pisciato, ci piace ricordare ai Jones che questo è uno sport di combattimento intriso di dolore, in cui è cosa buona e giusta che a chi ha fiato per aggiungere pure la sfida, si risponda provocandogli ulteriore dolore ogni volta che si può.
Ai miei tempi (e non son poi tanto vecchio), se uno faceva il cazzone prima o poi trovava, come dire, "pan per i suoi denti" sotto qualche ruck; faccende auto-regolate tra i fioi a mo' di panno sporco lavato in casa, lezione gratuita per il futuro. Al limite in spogliatoio era il tuo capitano a dirti di non farlo più. Funzionava, con buona pace di quelli che no stamping contro l'intimidazione e il bullismo.
Se nel corso di una Haka guidata da un nativo di Niue (macché "Maori"!), un samoano con le treccine  (macché "Maori"!) guarda negli occhi un altro samoano che porta il suo stesso  numero di maglia mentre fa il gesto del taglio di gola, beh alla terza meta diretta o procurata che quest'ultimo marca, superando proprio quello con le treccine nell'ultimo placcaggio rotto, c'è da stupirsi se lo sciagurato rispose?
Fa parte dello spettacolo e alla fine so'ragazzi: ognuno con la sua sensibilità, magari eccessiva, magari che meriterebbe "una regolata" in campo o in spogliatoio e non dal primo solone che passi.
Che è tutta  'sta ansia di portar tutto in piazza, di regolar tutto "politicamente" e "correttamente" dall'esterno alzando il ditino? Va ben che viviamo in un'epoca ipocrita ma dateci tregua, almeno nel rugby. Il rischio è che uno ci prenda gusto, come Ashton che a forza di criticargli  le mete volanti, l'ha fatte diventare trademark personale.

D'altro canto noi capiamo tutti (ma non giustifichiamo nessuno), anche il Jones, cognome gallese e occhi un po' a mandorla. Il quale si preoccupa del rispetto - "it's what Rugby Union is all about" - in quanto proviene dal Paese dove rugby anzi  "football" con buona pace dell'immigrato Del Piero è sinonimo di XIII, quel League dove i comportamenti di alcuni protagonisti in quanto a mancanza di rispetto e arroganza (ma non per le simulazioni di fallo) sono oltre il livello del soccer in Europa: ricordiamo distintamente un giocatore che mentre spicca il volo per atterrare in meta, con una mano tiene l'ovale e l'altra la alza col dito medio in evidenza ....

Per trovare una declinazione completa di "rispetto" per Jones che forse è debole nel concetto di "reciprocità", casca a fagiuolo la questione vicina a noi: Castrogiovanni- Franco Smith post Leicester Tigers- Benetton Treviso.
Certe decisioni che prendono allenatori sono anti rugby , peggio quando hai giocato rugby prima, e fa più schifo quando c’è il tuo capitano”, ha tuonato (si fa per dire: al massimo ha digitato) su twitter il Castro nazionale a fine partita. Ce l'aveva con la decisione nei secondi finali del primo tempo, quando il coach della Benetton ha cambiato tutta la prima linea e capitan Pavanello.
Dico in tutta sincerità: ero convinto di aver colto il senso di quella mossa mentre seguivo la partita. C'era una mischia guadagnata ai 5mt. quindi opportunità di prendersi dei punti inserendo i titolari freschi  - opportunità poi sfumata per decisione arbitrale incomprensibile. A maggior ragione ho apprezzato nel proseguo tale decisione certamente tosta di Smith, quando una Benetton resa pimpante anche in virtù di un riguadagnato controllo di touch e mischia, ha messo alle corde i Tigers e gli ha inflitto un passivo da paura di 7- 18 nel tempo finale, e se non c'era qualche aiutino di Clancy e assistenti, chissà come andava a finire.
Dopo aver letto quel twitter invece mi son sorti dei dubbi: in effetti Smith è un coach un po' così nei rapporti coi giocatori ... buttar fuori tutta una prima linea così, certo che sa di bocciatura ...
La pacata risposta di Smith arriva a stretto giro di posta, parla in sostanza di mosse tattiche concordate anticipatamente coi protagonisti, rimettendo al suo posto l'invadente pilone avversario, un po' nervosuccio in gara e fuori: in fondo, la primaria forma di rispetto è farsi i fatti propri o, come si dice a Milano, "offellee fa el to mesté" (pasticciere limitati al tuo mestiere).

A posto così? No: da impertinenti irrispettosi quali ci vantiamo di essere, sosteniamo che Smith avrebbe avuto ragione anche se le sostituzioni non fossero prestabilite o, come son convinto, se fossero avvenute in anticipo rispetto a quanto concordato. Il  rugby, cari Jones e Castro., è pratica che evidenzia come "rispetto" e "disciplina" siano due facce della medesima medaglia.
Non piace sentirsi "soldati", "risorsa" in mano a un generale su in cabina comando, che ne disponga secondo la sua visione, trascurando immagine e salute del singolo?  Beh, spiacente ma è il suo ruolo, è pagato per farlo. Inoltre l'allenatore-generale paga prima e sovente al posto di altri, se le sue decisioni si rivelano non efficaci. Il rischio è che, in nome della tutela dell'amicizia e della "professionalità", si propugnino situazioni tipiche di altri sport: dove "il Professionista" che vien rimpiazzato insulta la panchina, magari col bavero del piumino sulla bocca per coprire il labiale. Questo difatti sta dicendo inconsapevolmente quel twitter di Castro: sfanculate il coach, per adesso lo faccio io al posto vostro. E questo non sarebbe "anti-rugby"? Perdoniamolo, in fondo è un argentino e davanti ne aveva due. 

martedì 9 ottobre 2012

Benetton perde il posto, o meglio ses fonctions

(Warning: post poco sottilmente sarcastico-didascalico)
Una delle voci messe in giro, ad arte o meno chi lo sa, nei recenti tempi elettorali fu la probabile prossima fuoriuscita dei Benetton dal rugby.
"I" Benetton non si sa che faranno nel medio-lungo periodo, ma che Iddio ce li preservi a lungo - esattamente come il Paese intero, le sorti del movimento sono legate mani e piedi a eccellenze e mecenatismi individuali "fuori dal coro", non certo alle (in-)capacità di chi avrebbe il dovere istituzionale di governarlo; quel che è certo è che  c'è invece un Benetton che da domani stesso se ne andrà.
Trattasi di Philippe (in foto, classica da allenatore francese a bordo campo), fino a oggi allenatore del Béziers storico club in ProD2, salvatosi per un pelo la scorsa stagione. Dopo la sconfitta casalinga col Pau, la dirigenza della società ha detto ca suffit, c'est fini: "I risultati attuali della squadra Pro del ASBH non sono adeguati al budget stanziato e agli obiettivi sportivi prefissati", ha dichiarato il presidente Cédric Bistué, confermando ufficialmente il taglio del directeur.

Béziers, ProD2, Philippe Benetton ...ma di che sa questo, in un blog che ha persin sospeso le analisi sul Top14 durante The Championship, per non rischiare l'abulìa da rugby? Beh, c'è che per una volta anche RR ha deciso di provare il brivido da giornalaio: offrire "informazione" a raffica di tipo calcificato sotto-il-titolone-niente; e adesso andare circolare che non c'è più niente da vedere qui ...


(PS.: la notizia comunque è vera, fonte Eurosport Rugbyrama)

martedì 1 maggio 2012

That win the best


Brown Ribbon, il nastrino di una campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct", ora è il titolo adottivo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan qui sopra. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

A gentile richiesta (un paio di pazze) e per mollar giù la tensione da periodo, riprendiamo il nastrino marrone, la rubrica delle polemiche fini a se stesse. Stavolta ci prendiamo un po' in giro da soli, noi affabulatori di rugby, crooner torrenziali densi di riferimenti tecnici pregnanti e di lezioni tattiche per le masse incolte. Quando in realtà basterebbe toglierci la maschera e rivelare in due righe, pur evitando il dilagante copincolla dei cartellini gara: han vinto i migliori (i nostri) oppure ci han fregato la partita. Perchè ricordatevi tutti, o voi politically correct che ammorbate i bar e il web col vostro pensiero debole: siamo onesti, il pre-giudizio è etimologicamente la base di ogni giudizio.
Nell'esercizio liberatorio ci ispiriamo a un giornalista che ci piace molto, nom de plume Jack O'Malley, tronfio di rivendicato pregiudizio, anglofilo nel suo caso, che spara a zero tranchant in modo del tutto ortogonale al serio opinionismo mainstream del calcio de'noantri. Mitico ad esempio come ti stronca in poche righe il Barca: "Vedere giocare i blaugrana è uno spettacolo – come la donna cannone, la casa degli spettri, la quadriglia, la gara di mangiatori di hamburger". E' quasi quello che noi pensiamo degli All Blacks  ...


That win the best
La stampa irlandese ha minacciato per giorni (arrivando quasi fin sotto casa sua) l'arbitro inglese Wayne Barnes.
Antefatto: il suo arbitraggio aveva decretato la sconfitta casalinga dell'Irlanda contro il Galles nella prima giornata del Sei Nazioni lo scorso febbraio. Offrendo con ciò agli scalcagnati Dragoni, tutti in fuga dal Galles per la grana che manco ai tempi dello sciopero dei minatori contro la Thatcher, il la per abbrancarsi il Grand Slam più regalato della storia del Cinque e Sei Nazioni assieme. Un regalo inferiore solo al Mondiale 2011, trionfalmente vinto - per un punto in casa - da chi anche al Trofeo Topolino si sapeva in anticipo. Solo che non si può dire, altrimenti i neozelandesi s'attapirano che manco Conte quando si osi far cenno ai gol fantasma tolti al Milan.

Ciò ante-detto, torniamo ai nostri giorni: Barnes è designato ad arbitrare la madre di tutte le partite di Heineken Cup, la semifinale Clermont - Leinster di domenica scorsa. La pressione su di lui della stampa irlandese ha assunto i connotati della campagna: o ti riscatti per le decisioni di febbraio o con noi hai chiuso, han scritto in buona sostanza con chiarezza molto british.
E Barnes ha mostrato d'aver imparato quella lezione inflittagli da giovane: quarti di finale Mondiali del 2007, meritata ma destabilizzante sconfitta della nazionale più sopravvalutata dopo la Germania dei mondiali di calcio 2006, gli All Blacks di Graham Henry. Aldilà dei passaggi in avanti non visti, il torto di Barnes in quella occasione fu di non avere tenuto presente ("bear in mind" dicono gli inglesi) che nel rugby di alto livello il vincitore è deciso prima di scendere in campo, sulla base di precise considerazioni geopolitiche. Si chiama, come nel caso di Leinster,  "esperienza di finali", lasciando poi ai commentatori l'onere di dimostrare a posteriori che fu cosa buona e giusta.

Giocare a rugby non è dribblare o indovinare il sette della porta; è spingere, placcare, lottare, sostenere, guadagnar metri: è uno sport di combattimento, non di contatto come dicono ancor oggi i giornalisti locali che com'è noto di rugby non capiscono un biiiip. Come nel pugilato dovrebbe vincere il più forte, nel senso di chi ce n'ha di più. Invece nella semi-finale di Heineken Cup, l'arbitro ha avuto cura che i francesi, più forti fisicamente e tatticamente, venissero fermati con tutti i mezzi: bastava vedere le facce tagliate di Bonnaire, Cudmore e Hines a fine gara, seguire Malzieu, Byrne o Buttin in infermeria o guardare il fastidio de la merdeuse Morgan Parra, che non riusciva mai a metter mani su una palla pulita in ruck. Non una novità del resto, quando i dannati Leprechauns sono in campo.
Barnes ha evangelicamente protetto per tutta la gara i più deboli, concentratissimi solo per quei trenta secondi in cui Kearney regalava la meta a Healy: una perfezione disegnata sulla carta millimetrata, ben pensata ed eseguita.

Nel rugby come nella vita però la bellezza è effimera e i più deboli si difendono non invocando il Cielo ma picchiando scorrettamente, come ben sa chi abbia partecipato a un Petrarca-Amatori Catania di qualsiasi epoca e categoria. L'apoteosi o meglio la rivelazione, la parusia, avviene quando il capitano irlandese Leo Cullen rifila due ganci in Eurovisione al pilone avverso, il più largo che alto Zakriashvili che, a dirla tutta, ai colpi rotola per terra manco fosse un terzino della Ligue 1. L'arbitro serafico chiama il capitano del Leinster e chiede "la sua versione dei fatti", poi lo congeda senza mostrar cartellini: salvato come Gesù con l'adultera, vai e non peccare più.
All'ultimo minuto però si manifesta la Giustizia Divina:  arriva la meritata meta di Wesley Fofana. Fantastico, questo non è calcio, nel rugby deve vincere chi ha la birra, chi spinga di più e più a lungo, azzerando eventuali effimeri volteggi perfetti sul trapezio più alto: il messaggio sia, spazi per i Maradona qui non ce n'è. Ma il ragazzo sente la paura di vincere quasi come Bersani e s'impappina in area di meta. E' rimasto a un paio di centimetri di distanza dal poter sancire il Verbo del Rugby. I franchi insistono e ci tornano anche vicini, ma a quel punto ci pensava Barnes a chiudere la contesa, che la faccenda s'andava ingarbugliando per i suoi riguadagnati amici irlandesi. Sottraendo a noi puristi la visione del Sacrificio della Bellezza sull'altare della Forza, it's what rugby is all about: nel mito, il ratto di Europa (guarda caso) da parte di Zeus in sembianza di toro.
Per i pronipoti di Booney sarà per un'altra volta: mica pretendevano di andare in finale così, da parvenu? Questo è uno sport gestito dai Britons, per cui cue please ....

mercoledì 23 novembre 2011

Poca Challenge, in giro se ne accorgono ...

Planetrugby, tutti la conoscono, è una delle testate storiche più autorevoli di rugby nel web; nella rubrica Who is hot ... and who is not illustra settimanalmente chi va su o giù. Questa volta il primo dei thumbs up  è meritatamente per Ronan O'Gara, il grande vecchio di Munster dato più volte pensionabile, autore di due drop decisivi consecutivi in Heineken Cup. Piuttosto il primo dei pollici versi riguarda anche noi italiani, è cosa che purtroppo ci tocca ribadire da tempo e la nota di PR indica che oramai è impossibile far finta di nulla. Traduciamo, incasellando questo post nella categoria "Brown Ribbon", quello delle nostre polemiche a tempo perso.

"Amlin Challenge Cup mismatches: 49-3... 59-6... 68-0...: Questi sono solo alcuni dei risultati dello scorso weekend, le bastonate continuano a venir dispensate su base regolare nel torneo tra i club europei di seconda fascia. Di primo acchito, l'idea alla base della Amlin Challenge Cup ha un senso. Ma il format attuale produce troppi risultati a senso unico, dove nessuno in realtà vince, anche se si porta a casa risultati tipo cricket (senza scherzi, Brive rifilò 166 punti a El Salvador la scorsa stagione).
Trecento  persone in tutto si sono presentate allo Stadio XXV Aprile di Parma, per vedere i Crociati strapazzati dai rincalzi di Worcester, mandare i quali a farsi un weekend in Italia non è esattamente a buon mercato. Tutti riconosciamo che i Paesi rugbisticamente minori e i club  europei possano trarre benefici da una competizione internazionale, ma quando si ritrovano giganti come  lo Stade Français contro i Bucharest Wolves, dove sta l'interesse?
"

E' triste ma va preso atto che in giro per l'Europa non esiste la "mentalità FA Cup", dove uno Stoke City va oltre se stesso  e arriva a sfidare in finale a Wembley davanti a 80.000 spettatori il Manchester City. La nota di PlanetRugby conclude che forse è ora di pensare a strutturare le competizioni di club europee su tre livelli; un eufemismo per dire, separare i "secondi non in Heineken" delle nazioni evolute dagli altri.
Tant'è, se andrà così sarebbe inutile piangere sul latte versato, dopo che molte italiane da anni partecipano alla Challenge quasi solo "per la grana" elargita dalla Fir, quella procurata da punticini, magari di bonus difensivo, raccattati casualmente. Se il "rilancio del rugby" in Italia passa per davvero dal ridimensionamento semipro (abbiamo dubbi, ma pazienza), allora se ne prenda atto fino in fondo e si scenda a confrontarsi coi pari livello. Ad esempio in un torneo europeo inclusivo di club o franchigie georgiani, portoghesi, spagnoli e rumeni assieme a lituani, russi e ucraini. E i primi quattro salgono in Euro Challenge. Se non altro produrrebbe l'effetto di qualificare solo chi ci creda e ci voglia essere veramente. Ancor più che per i cappotti infatti, non è decisamente nell'interesse del prodotto rugby di alto livello, "svendersi" a 300 tra parenti, fidanzate e junior. 

sabato 22 ottobre 2011

Finale mondiale meno uno: cose serie, farse e Pippe

Warning, post polemico, da categoria Brown Ribbon. Evidentemente la tensione della vigilia fa vittime non solo down under ma anche tra noi ...

Difficile approcciare il day before a una finale mondiale senza scadere nel già detto. Come le formazioni (crf. qui) o il probabile gioco. Ribadiamo comunque, sulla carta sarà pressione montante - qualcuno l'ha definita "claustrofobica" - e sapiente gioco tattico da parte All Blacks,  vs. iniziativa per il territorio e susseguente capitalizzazione dei piazzati e drop dall'altra, in attesa del break decisivo per entrambe  -difficile attendersi tante mete in una finale.
Sulla carta, una riedizione del quarto di finale Nuova Zelanda - Argentina, coi Gauchos sommersi dalla Marea Nera ma dove i padroni di casa soffrirono impastoiati per oltre un'ora; certo che i piazzatori francesi sono un po' più precisi di Contepomi-Rodriguez e la difesa certamente meno fallosa di quella Pumas. In più, il management team francese insiste sulla necessità della aggressione, anche se per la verità tutte le partite importanti degli ultimi anni a partire da quel 2007 (escluso il recente quarto con l'Inghilterra), i franchi l'han vinte con la difesa. Quanto agli All Blacks, non devono guardare in faccia nessuno: sarà la solita performance, vòlta all'affermazione del loro predominio fisico e dinamico.

Siamo in finale, i risvolti mentali saranno densi anche se non sembra sussistere equilibrio tra le forze in campo. D'altro canto, quasi a compensare, i francesi si trovano nella prediletta posizione degli underdogs. Tenderebbero invero a speculare forse un po' troppo, loro e la stampa, sul ruolo di Bestia Nera dei Tutti Neri: risulta difficile pensare che i sorprendenti eventi del 2007 o del 1999 si possano ripetere di per sè, solo per "qualità genetiche".
Sia come sia, conseguenza è ulteriore pressione psicologica scaricata sui padroni di casa: già ne avrebbero abbastanza, con tutta quella messianica attesa nazional-popolare di riscatto dopo 24 anni, manco fossimo nella Argentina del Mundial 1978; la cosa potrebbe diventare dirompente in campo, sottolinea il ct Azzutto Jaques Brunel, se il punteggio rimanesse vicino.

Aldilà del prevedere cosa succederà nei muscoli e nelle teste dei giocatori, restano alcune sensazioni prima che la faccenda venga risolta in modo definitivo e senza appello dalla partita (tutto il resto son solo Pippe,  le nostre per prime).
Ad esempio, la precisa sensazione di un campionato mondiale come "schiacciato", livellato, frenato, ancorato, per diciannove nazionali su venti.
Avete presente un matrimonio? Prima dell'evento tutti gli ospiti, di riguardo o meno, vengono blanditi, pregati quasi di intervenire, quale onore mi faresti etc.etc.; salvo poi prender atto che c'è un solo protagonista, la sposa, per quanto acchiappa-sguardo siano le mise delle damigelle (ebbene si, sovviene Pippa Middleton, in foto).
La sposa da glorificare nel suo giorno più bello, nel nostro caso è chiaramente la nazionale All Blacks; tutte le altre son ospiti, comprimari. Salvo divenire "corpi estranei" da aggredire, appena percepiti come pericolosi dal sistema immunitario predisposto da tempo e a tutti i livelli (regolamenti, arbitri, composizione gironi, opinione pubblica etc.),  affinché tutto vada come DEVE andare.
La splendida e cortese ospitalità  e la capacità organizzativa del piccolo popolo Kiwis non sono ovviamente in questione, anche se sono state sporcate dal miserevole atteggiamento collettivo riservato a Quade Cooper, prodromo di ulteriori alzate d'ingegno dei media e dell'opinione pubblica locale.
Come ad esempio definire la Francia in finale "un insulto".
Si comprende come il Galles fosse probabilmente percepito come sposo più giovane simpatico, carino e semplice da "incastrare", in grado di far risaltare al meglio le doti della sposa. L'Inghilterra di contro sarebbe stato lo sposo di nobile casata decaduto e pure un po' porco, l'Australia il vicino di casa ricco ma boro; ma la Francia, questa Francia per giunta, eh no!

Il fattore antisportivo congenito negli anglosassoni - lo chiamano "competitività", io la definisco necessità culturale di vincere a qualsiasi prezzo - è assurto laggiù a livelli impensabili, francamente ridicoli e farseschi, da mobilitazione nazionale. Frega nulla che troppi addetti ai lavori vivano la cosa con una sorta di invidia, quanti affari se fosse così anche da noi; su queste colonne abbiamo sempre stigmatizzato il bandieròn che diventa irrazionalità e lo facciamo anche coi bravi Kiwis. Ci spiace di fare i soliti bastian contrari, ma noi pensiamo che in Nuova Zelanda abbiano decisamente superato ogni limite, rotto gli argini e anche qualcosa altro. Una cosa insopportabilmente totalizzante, stile 'a Maggica Roma Lazzio in tempo di derby; claustrophobic, come la pressione che i loro giocatori sanno mettere sull'avversario.

Tant'è, tocca assistere a vari scoppi di emboli: come quello dell'ex capitano All Blacks Wayne "Buck" Shelford. Venerdì se n'è uscito sul Nz Herald elencando 10 tipi di falli stile thuggery, antisportivi ('arieccoce, il cieco che vorrebbe guidare il guercio), secondo lui "standard" per i francesi; sempre secondo l'ex All Blacks, verranno sicuramente tutti adottati anche nella finale di domenica.  Da che pulpito, visto che tra gli All Blacks ce n'è uno soprannominato proprio "Thug".
Per inciso, c'è da ringraziare che i neozelandesi si sentano molto forti in mischia ordinata; altrimenti, chissà quali infamità non avrebbero tirato fuori contro Mas & Soci. Dopo San Siro, ricordiamolo, il signor Graham Henry andò a piangere sulla spalla dell'amichetto Paddy O'Brien e nei sei mesi successivi, la vita disciplinare di Martin Castrogiovanni divenne oltremodo pesante. Questa è storia, non Pippe.
Shelford in fondo andrebbe capito, in carriera riportò un molto spiacevole infortunio proprio contro la Francia: ebbe le palle schiacciate (eh si); quel che andrebbe capito assieme però è  l'uso del tutto strumentale dei suoi risentimenti fatto dal giornale, diretto a influenzare l'arbitraggio. Un esempio di azione della famosa regìa affinché tutto vada come DEVE andare.

La stampa neozelandese in genere, pur quella meno esagitata e committed alla "Missione per conto di Dio" dell'intero popolo neozelandese, non s'è nemmeno fatta sfuggire la dichiarazione di Dave Ellis, assistant coach della Francia. Lo sventurato ha semplicemente osato dichiarare che stavano identificando dei punti deboli nella difesa neozelandese, ma la sua dichiarazione secondo Fairfax Media è diventata l'indicazione di un preciso target "underhand" (sottobanco): il piede ferito di Richie McCaw.
Tutti allora all'unisono a ricordare la infame sconfitta del 2007 al Millennium, stavolta senza prendersela con l'arbitro Barnes, che è pur sempre anglosassone e un arbitro (adesso la categoria va rispettata, dopo si vedrà), sottolineando invece l'uscita anzitempo di Dan Carter da quella gara, anche lui evidentemente "targettato" a bella posta dai kattivoni francesi.
Anche nel 2009 a Dunedin, ultima sconfitta in casa degli All Blacks da parte di una Boreale (sempre 'sta Francia!), sia McCaw che Carter erano assenti: ecco allora che tutto torna, secondo l'eccitabile mainstream locale. I media anglosassoni riprendono e rilanciano il tutto in modo apparentemente distaccato e cool, ma è evidente che la prima vittoria Mondiale di una Latina, di una non ex Colonies, risulterebbe poco auspicabile ed accettabile.

Se succedesse l'incredibile e l'indicibile, la scusa insomma è già pronta: sarebbe il risultato non certo della superiorità sportiva ma di un sordido complotto francese, una cospirazione che consisterebbe nel prendere di mira i giocatori chiave All Blacks in campo.
Robe da dire mettendosi la manina dinanzi la boccuccia, come se stessero parlando delle verginelle (eh si, sempre Pippa abbiamo in testa). Eppure ci dicono che nel Paese della Lunga Nuvola Bianca, tutti giochino e conoscano bene il rugby: dovrebbero allora sapere meglio di tutti che l'atteggiamento "darwiniano" in campo, il target sul più debole è norma, fa parte della essenza stessa di questo gioco pitiless.
Si vede che i neozelandesi preferiscono prender di mira gli avversari fuori dal campo: dagli spalti come con Quade, o designando/influenzando gli arbitri.

Il disegno freddo che ci sta sotto è nella realtà provare a mettere pressione sull'arbitro Joubert. La cui designazione sull'onda della semifinale si va rivelando scheggia impazzita, vero spauracchio, fattore sfuggito probabilmente di mano a quella regìa che tutto va predisponendo affinchè "tutto vada come DEVE andare" e che avrebbe probabilmente gradito uno stile arbitraggio più "lasco", meno attento.
Se capita, non gli rimarrà che cercare il tappo delle Isole per toglierlo. Tranquilli comunque, nun càpita. Masseccapita ...

martedì 28 giugno 2011

Manuale di conversazione - Il rugby da salotto e da pub


Brown Ribbon era il nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct"; ora è il titolo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan nel logo. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Stavolta il nastrino marrone s'ispira al recente libro di Andrea Ballarini:"Manuale di conversazione - Come fare bella figura in salotto (senza necessariamente sapere quel che si dice)", nato come godibile rubrica su IlFoglio: il finto Bon Ton nei conversari, stigmatizzando i luoghi comuni e i soporiferi loop para- intellettuali di quella provincia culturale cui è s'è ridotta l'Italia.
Ne allestiamo quindi il capitolo "rugby" nelle conversazioni da pub e da salotto, ma anche in giro per la Rete mica si scherza (ed è grande fonte di ispirazione).
PS.: ogni eventuale contributo nei commenti sarà il benvenuto - e pubblicato!.

Manuale di conversazione - Il rugby
- Il rugby, sport rude ma assolutamente non violento. Stroncare l'adagio citando Berbizier: "Chi non riesce a reggere un cazzotto, meglio si dedichi al tennistavolo". Cogliere l'occasione per stigmatizzare le etichette buoniste.

- "Ecco la ricetta facile facile per risollevare il rugby italiano: basterebbe ...". Freddare l'esaltato col medesimo sguardo che vostro nonno rivolgeva al bar, a chi proponeva la soluzione definitiva per la nebbia in Val Padana.

- Ironizzare sulla definizione "uno sport di contatto": lo è il ballo, mentre il rugby è uno sport di combattimento. Sostituire col termine "lotta" nel caso di ambito intellettual-progressista. Chiosare "à la guerre comme à la guerre" solo nel caso di pronuncia francese impeccabile.

- Destare ilare scalpore notando che molti dei più competenti giornalisti e commentatori specializzati, risultino palesemente inadatti al rugby dal punto di vista fisico. Name dropping consigliabile, ma solo utilizzando cenni affettuosamente familiari. Nel caso di urto di sensibilità personali, deviare prontamente la discussione sui fisici di Brunetta, Cav. o Sarkozy.

- Reagire con sarcasmo venato di gravità ai cenni allo "sport con un ruolo adatto per ogni taglia fisica", qualifica come à la page, "australi". Scagliarsi contro il rugby League, definendolo eccitante quanto un porno ripetuto per due ore, riporta sagacemente ad ambiti più Britons.

- Nel rugby le decisioni dell'arbitro si accettano senza critiche. Convenirne enfaticamente facendo paragoni col calcio, rivela la triste condizione di orecchiante poco informato e per giunta snob. Scusabile solo se proferito da anziano educatore.

- Rivendicare con orgoglio i fischi al piazzatore avversario, rivela capacità di compenetrarsi con la parte più virilmente sana delle passioni  popolari. Scagliarsi contro "quelli che se n'intendono" e biasimano la pratica, invitandoli a visitare stadi neozelandesi o argentini. Evitare di rovinare tutto con un "me ne frego".

- Il rugby è di destra o di sinistra? All'emergere della tesi destra, ricordare Mandela; per la sinistra, lasciar cadere la frase dell'estremista Labour Philiph Toynbee: "A bomb under the West car park at Twickenham on an international day would end fascism in England for a generation". I più non afferreranno lo houmor inglese ma apprezzeranno la vostra dimensione culturale proiettata oltre la provincia.

- Solo chi ha giocato può capire davvero il rugby. Approvare convintamente qualifica automaticamente l'ex o attuale giocatore; far notare come ciò sia condizione necessaria ma spesso non sufficiente, certifica che avete giocato più di un paio di partitelle tra amici e che di rugby e sui suoi commentatori, la sapete lunga.

- Il pack è ambito d'estrazione tipicamente popolare e solidale, i trequarti club elitario individualista; contrapporre che, con l'eccezione degli Argentini, lo schieramento politico medio per reparto risulti sovente l'esatto opposto di quanto ciò parrebbe implicare, testimonia la caustica  irriverenza dell'autentico outsider intellettuale.

- Commentare l'arrivo di Jacques Brunel alla guida della nazionale Azzurra parafrasando il classico detto tra gallesi e inglesi: "Il rapporto tra italiani e francesi è basato sulla fiducia e sulla comprensione. Loro non si fidano e noi non li comprendiamo". Compensare la battuta antigallica - i Transalpini so' permalosoni -  con una critica a caso a Mallett.

- Se la discussione scivolasse sull'omosessualità nel rugby, rammentare l'antico motto degli All Blacks: "Subdue and penetrate" - sottometti e penetra. Farlo ammiccando alle signore sradica ogni equivoco.

- Le nazionali più blasonate si possono permettere degli equiparati perché possono contare su una base solida, mentre noi cosa abbiamo? Osservare pacatamente che non ci sono più le stagioni di una volta e trovare una scusa qualsiasi per recarsi al banco o al buffet.

- In Inghilterra un milione e mezzo circa di iscritti, in Francia quattrocentomila circa, da noi quarantamila compresi i cinquantenni che risultano ancora tesserati, così che la FIR prenda più soldi dall' IRB, pure su questo Dondi ci mangia! Accondiscendere gravemente, fingendo di aver appena ricevuto un sms e spiacersi di dover rispondere con urgenza.

- Comunque non c'è drop, percussione, ruck o mischia di All Blacks che valga un solo dribbling di Messi o un lancio di Pirlo: a chiunque si permetta di fare affermazioni così cheap, dar apertamente dell'Ivan Zazzaroni, ravviando la chioma con affettazione. Allontanarsi poi ridacchiando.

UPDATE FROM A READER:

- Il più bel tifo della Penisola è quello rodigino. Approvare incondizionatamente, apportando aneddoti sulle imprese dei grandi - veramente grandi - Dirk Naudè o Os Wiese; all'obiezione che però a Rovigo non c'è niente altro, rammentare che dopotutto da lì in mezz'ora sei a Padova.

lunedì 30 maggio 2011

Meglio il rugby del calcio, dicono a Londra e non solo


Brown Ribbon era il nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct"; ora è il titolo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan nel logo. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Stavolta il pezzo controcorrente lo scrive per noi il sindaco di Londra, il mercuriale Boris Johnson. Anche se la riflessione decolla in seguito a una cocente sconfitta - per il calcio, inglese (di fatto le vittorie esaltano, ma sono le sconfitte quelle che fan pensare e in definitiva migliorare), noi siamo d'accordo parola per parola con la sua analisi, quindi traduciamo e riportiamo qui parte della sua column apparsa sul Telegraph di domenica.
Il concetto è scorretto, anti-Barca - peggio che bestemmiare in Chiesa al giorno d'oggi - mentre la forma è molto accattivante. Tradotto da noi che veniamo dalla campagna e ci piacciono i concetti chiari, suonerebbe: il calcio è roba da furbi-ma-fisicamente-sfigati del Sud del Mondo, mentre lo sport giusto per nobilitare i nordici, vecchi e nuovi, sottraendoli a un destino da perdenti, si chiama rugby.

"Mi scuserete se lascio cadere nomi, ma stavo parlando con Sir Bobby Charlton alla fine della partita Manchester United-Barcelona di sabato notte, e mi ha colpito come lui abbia saputo andare diritto al cuore del problema. Noi tutti – 87,950 di noi – avevamo partecipato a una superba esibizione di calcio, giocata con grande sportività e energia da due delle migliori squadre del mondo. Wembley era fantastica, la folla si era comportata bene, il tutto era andato nel migliore dei modi.
Ma non c'è modo di smussare la verità: il miglior club inglese era stato totalmente e brutalmente messo in riga dalla squadra spagnola. Il problema, disse Bobby, il cuor-di-leone vincitore del 1966,  era che quelli della squadra del  Barcelona erano tutti piccini, fragili e delicati. "Appena li tocchi con un tackle, quelli cadono per terra", disse "questa è la difficoltà". Al bar, ho poi sentito un ex nazionale inglese sulla medesima lunghezza d'onda. "I giocatori inglesi non vinceranno mai" ha detto " a meno che non si consenta al gioco del calcio di tornare ad essere più fisico".
(...)
Dato che l'altezza media di un giocatore Barça è 170 cm (e Messi tira giù la media di brutto), sembrava una sfida presa dalle pagine di Tolkien  – gli elfi contro i troll.
Il team Catalano ha raggiunto una grazia e una simmetria come nessun altro che io abbia mai veduto. Hanno completato 667 passaggi nella partita, comparati ai 301 dello United, scherzandoli, dettando i tempi come gli pareva. Si poteva avvertire la frustrazione dei più massicci giocatori inglesi che provavano a giocare  a pallone nel classico stile inglese, individualista, omerico quasi – calcia, sali, contendi, carica -solo per venire comprensibilmente spiazzati furbamente ("outfoxed") dagli spagnoli; e nel caso di qualsiasi pur minimo colpo o spinta, il giocatore spagnolo andava giù e quello inglese si beccava il fischio contro.
Questo, per molti di noi, è il problema di fondo nella cultura dominante nell'Association Football. Rooney & Company sono assolutamente dotatissimi, ma se possono essere umiliati così dal Barça, beh pensate alla frustrazione di milioni di ragazzi che hanno solo una piccolissima frazione del talento di quei campioni.
(...)
Sembra che noi non si riesca a fare un tackle non falloso, che non possiamo correre e calciare allo stesso tempo  – allora per questo è una gioia pensare di seguire l'esempio di William Webb Ellis e tirar su con le mani quella cosa rotolante. Se vogliamo una versione più fisica del football, se desideriamo montare e caricare per il piacere del nostro animo, e se questo è il bisogno di fondo - e io penso lo sia - dei molti giovani in questo Paese che non avranno mai gli skill di passaggio millimetrico di Messi & Co., allora perchè non facciamo la cosa ovvia e gli consegniamo tante belle palle ovali?
I benefici sociali sarebbero immensi.
Il Rugby sublima la tua aggressività mentre il football può solo ingabbiarla. Le aree con la maggior densità di rugbisti coincidono con quelle dove si registrano meno crimini violenti, e sebbene ci sia una ovvia correlazione tra campi di rugby e pacifici sobborghi signorili, è anche vero che il rugby è un modo fantastico di sfogarsi. Alla fine di una partita di rugby,  ti siedi nello spogliatoio col sollievo di uno che sia appena sopravvissuto a un pestaggio della polizia segreta. Le tue orecchie fischiano, il fiato rantola, riesci a malapena a mettere a fuoco le chiazze di fango sul pavimento. Non c'è assolutamente alcuna ragione per farsi poi coinvolgere in gang e violenze, semplicemente perchè è esattamente quello che hai già fatto nell'ultimo paio d'ore.
Questo è il motivo per cui sono molto felice per quel programma della polizia metropolitana chiamato  "Hitz", progettato per portare il rugby in parti di Londra – specialmente nord e est – dove i ragazzi difficilmente han mai visto un pallone a uovo in vita loro. Hitz è stato voluto dal Deputy Commissioner Tim Godwin, uno che dall'aspetto sembra che abbia speso del tempo in prima linea di mischia, e merita tutto il supporto possibile.
Quando dei campioni con doti divine come quelli del Manchester United possono venir  ridicolizzati così, è tempo di pensare ai milioni di bambini che trarrebbero gran benefici da un gioco in un certo senso meno tecnico ma molto più fisico del football – ed assolutamente esaltante."  

mercoledì 25 maggio 2011

Tifo ergo non sum


Brown Ribbon era il nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct"; ora è il titolo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan nel logo. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Oggi, qui, adesso: siamo alle soglie di un evento epocale anche se locale. Persino RR dalla sua "turris eburnea" molto cool e tutta rugby internazionale, ne ha dovuto far cenno: la finale per lo Scudetto del rugby in Italia, il primo della Era Eccellente, sarà Rovigo - Petrarca Padova. Sabato prossimo allo Stadio Battaglini, in diretta su RaiSport.
Vittime primarie della "evoluzione" del rugby che ebbe per protagonisti Mediolanum poi Benetton - Rovigo non vince il campionato dal 1990, Padova dal 1987 - forse non è un caso che riemergano quando s'è tornati back to the future al SemiPro. E' uno scontro storico, una rivalità immarcescibile che affonda nei tempi e che trae linfa dal campanilismo tra limitrofi-ma-diversi che pure mai s'ingaggiarono tra loro nel Medioevo e dopo, un po' stile Pisa-Livorno (già ne parlammo diffusamente); è una sorta di derby d'Italia del rugby anche se -strano ma vero - con lo scudetto in palio è avvenuto una volta sola: campionato 1976-77 finito a pari punti, spareggio a Udine, vittoria del Petrarca.

Non approfondiremo qui gli aspetti tecnici della tenzone (peraltro si fa presto: team diretto da Polla Roux dominatore del campionato, miglior attacco e miglior difesa overall e perdipiù in casa; club diretto da Presutti con grandi individualità  - Spragg se ci sarà, Costa Repetto un prima linea metaman del campionato, Barbini, Mercier - e senza nulla da perdere).
Quel che qui dell'evento ci interessa  stigmatizzare, a noi scorretti e fuori dal coro in quest'epoca di perdonismo pro-masse, è l'eccitazione, paradossalmente tanto più forte quanto più "locale" è l'evento.Per chi non sia di Rovigo e Padova, assicuro che nel caso in questione di adrenalina ne scorre letteralmente a fiumi, soprattutto tra Adige e Po.
Nella saggezza universale, gli stati di profonda eccitazione psico-motoria sono dipinti da crudi detti popolari come nemici dell'esercizio delle facoltà razionali. Con buona pace degli addicted e dei cantori delle passioni di massa, troviamo non ci sia nulla di casuale sul fatto che lo si chiami "tifo", che è una malattia tignosa, schifosa e mortale.
Dopotutto l'ommo è una bestia e a volte alcuni lo sono più degli altri (vedi foto), a letto come allo stadio; ma se come diceva il latino, una volta l'anno è lecito impazzire, sarebbe sufficiente l'esserne consapevoli. Dopo aver perso la trebisonda nella copula - o in altre culture più primitive della nostra, nella sbronza - ci si ricomponga, ci si lavi e si ritorni compassati, razionali e "normali". Chi è preda del tifo  - come chi sta scopando o bevendo - non ragiona, da individuo depositario di diritti e doveri, si mimetizza annullandosi nella massa: tifo ergo non sum; poco di buono ma capisc'ammè, se dura poco e se,  passato l'orgasmo e usciti dalla camera, dal bar o dallo stadio, si tornasse nel novero degli esseri razionali ....

E' vero che è sempre un po' penoso veder bravi ragazzi, padri di famiglia o anche gentili donzelle impazzire paonazzi e schiumanti sotto un bandierone in comunione con teppaglia tatuata; basterebbe però la consapevolezza di "aver trasgredito" per ricomporre il tutto in uno scenario di rottura delle convenzioni limitato nel tempo e nello spazio, di cui si ha perfetta consapevolezza. Invece tocca trovare in gito nel web abborracciati tentativi (auto-)giustificatori, cose che servono come il pane non tanto ai bravi ragazzi, quanto alla teppa in cerca di un suo qualche perchè.
Così trovi quello che fa, al tifo magari eccessivo  preferiresti forse gli stadi vuoti ? Quella della "coreografia" è la scusa best seller per giustificare l'esistenza delle Curvesud calcistiche, ma poi che ragionamento è? Come si fa a pensare, o tifo sguaiato o stadio vuoto? La risposta è, mi piacciono le partite in cui la "coreografia" la fa il pubblico normale che applaude i suoi, canta, indossa cappellini, magliette e sciarpe e non gli scemi col bandierone, i fumogeni e i cosiddetti "sfottò".
Ti arriva quell'altro che afferma, io fischio il calciatore avversario come urlo in coro gli sfottò offensivi e volgari. Anche questa che razza di consecutio è? Fischi pure ma si contenga negli "sfottò", qual'è il problema? Personalmente non capisco i Pasdaran del non fischiare - lo si fa regolarmente a Hamilton-Waikato piuttosto che Bloemfontein, anche se trovo molto più intimidente un Thomond Park in silenzio tombale sul calcio dell'avversario - ma il passaggio tra "Neri merda" a "negro di merda" e quindi al tizio in passamontagna col cartello "diffidati", o alla gomma squarciata dell'auto con targa "sbagliata", francamente ci pare minimale. Non che sia un salto che farebbero tutti, ma lì in mezzo qualcuno disposto farlo, c'è. Basta e avanza per far danni, nello sgomento di chi poi si chiede come sia potuto accedere, che il rugby diventa come il calcio.

Concludendo, a Rovigo tifino pure quanto gli pare e piace sventolando il bandierone, ululino tutto il loro odio, si straccino pure le vesti; personalmente lo trovo controproducente, fossi in campo da avversario mi caricherebbe una cifra. Comunque è tutto nel loro pieno diritto, sempre che si fermino in tempo e se dopo prevalesse l'etica del terzo tempo, il vero differenziatore del rugby (e non lo star zitti alle punizioni come crede qualcuno), che in buona sostanza è: tu hai provato a spaccare me, io ho provato a spaccare te e adesso che è finita ci beviamo 'na birra assieme, Nero di merda.
Che bello sarebbe se almeno questo sport fosse libero da chi tenta di dare una giustificazione a prescindere, magari pure sociologica, a una malattia chiamata tifo: non gli basta il calcio - sfogatoio di frustrazioni sociali e personali a questi qui?
Ah, per tornare infine alla finalissima del Battaglini, speriamo stia tutto nei limiti della decenza, dell'immagine positiva per il nostro sport e che vinca il migliore; nel nostro piccolo però aggiungiamo come avrebbe risposto il grande padovano d'adozione,  El Paron Nereo Rocco: "speremo de no".

giovedì 19 maggio 2011

Valori e valorizzazioni nel mondo del rugby


Brown Ribbon era il nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct"; ora è il titolo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan nel logo. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Già il parallelo stesso che proponiamo stavolta è ai limiti del blasfemo: solo degli irredimibili privi di correctness qual siamo, potevano immaginare di accostare il seconda linea italo-argentino Santiago Dellapè - uno cui ben si attaglia la definizione di "mulo degli alpini", per come in campo si sobbarca il peso del lavoro sporco - e il supremo, eccelso, quasi angelico Dan Carter. Calcano le stesse erbe e combattono nello stesso sport ma le cose in comune tra loro, classe a parte, parrebbero finire qui, tipo Bruscolotti e Maradona. Invece c'è dell'altro in comune: entrambi hanno annunciato praticamente in contemporanea quella che si definisce "una scelta di vita".

Il 33-enne italo argentino ha infatti comunicato a sorpresa di non essere più disponibile ad accettare convocazioni nella nazionale italiana, mentre l'apertura neozelandese ha deciso di legarsi alla sua nazionale, gli All Blacks, fino al 2015.
L'informazione locale non s'impegna molto nell'analisi del "gran rifiuto" di Dellapè, del suo "sottrarsi dalla lotta" in un momento cruciale, forse lo considera un elemento di secondo piano; nessuno si sofferma a commentare la prima defezione da quello che veniva spacciato come un "gruppo Azzurro coeso" e allineatissimo con Mallett. Il mainstream si limita a sottolineare la sorpresa, mentre invece all'opposto si scapicolla unanime a celebrare Dan Carter, modello comportamentale in campo e fuori, uno che dice no al "big money" francese per l'attaccamento alla maglia degli All Blacks.

Apparentemente la scelta di Carter è opposta a quella di Dellapè che enuncia in modo molto trasparente le sue motivazioni: "So che sembro pazzo a rinunciare al Mondiale ora, ma io ci sono già stato e so cosa vuol dire a livello fisico e mentale. Alla mia età devo pensare al meglio per me, cioè onorare col massimo impegno i due anni di contratto che mi rimangono con il Racing".
Uno pensa al meglio per se, l'altro al meglio della sua Nazione a costo di rimetterci? Due strade che più divergenti non potrebbero essere, all'apparenza: la scelta egoistica, di mera autotutela, priva di considerazione per la bandiera nazionale da parte del lock italo-argentino, contrapposta all'attaccamento alla Nazione, al romanticismo nazional-popolare "più bandiera meno soldi" con annesso richiamo ai "veri valori" del rugby da parte del campionissimo, vero modello da additare ai ggiovani e speranza per i veci nostalgici.
Ci spiace se deludiamo qualcuno ma forse le cose non stanno esattamente così, le similarità nei due annunci sono più alte di quanto non sembri e soprattutto come spesso succede,  di quanto venga raccontato.

Se andiamo infatti a sfruculiare i motivi a supporto della decisione di Dan Carter di rimanere in Nuova Zelanda fino ai Mondiali Inglesi del 2015, da un lato è sicuro che la "paghetta" (un paio di milioni) che otterrà dalla NZRU non regge il confronto con quanto avrebbe potuto ottenere da contratti euro-based, col Racing-Métro di Jacky Lorenzetti in pole position.
Sull'altro versante però, l'indossare la maglia All Blacks non è solo cuore e nazione, ha anche ottime ricadute di immagine e quindi di business: rafforza il valore dei contratti di sponsorizzazione con Adidas e una casa di lingerie che Carter intasca. Le somme extra che ne ricava non bilanciano certo le entrate dei potenziali contratti francesi, ma riducono notevolmente il divario tra i due income: a starsene a casa suaCarter insomma non ci rimette quanto sembrerebbe a prima vista.
In più c'è un intangible molto importante. cui Carter fa bene a dare il dovuto peso: all'estero inevitabilmente sarebbe non solo "spremuto" ma anche "targettato" (a Perpignan nel 2009 si ruppe il tendine d'Achille nel giro di poche partite), mentre in Nuova Zelanda la Federazione protegge i suoi atleti più rappresentativi con programmi di conditioning che limitano il numero di gare giocate a parità di stipendio.
Emerge il medesimo concetto chiave espresso da Dellapè: l'autotutela, sapendo che a quei livelli, meno si gioca meno si rischia e quindi più si guadagna. Carter glissa sul tema ma gli sfugge un cenno, quando confessa che la Nuova Zelanda gli pare il posto più adatto (e meno caro, aggiungiamo noi) per crescere una famiglia.

Facendo i conti in tasca al nostro, sommando tangibles e intangibles tra avventure europee e il rimanersene "coi fioi" a casa sua, già solo sin qui si arriva quasi alla pari, ma non è tutto.
Chi loda la decisione di Carter di rimanere fedele alla maglia Tutta Nera, non ha fatto caso che nel contratto mica c'è scritto che non potrà più indossarne altre di club esteri, anzi. Una clausola evidentemente nè standard nè presente per caso nel contratto testè firmato con la NZRU, sancisce il diritto del'apertura neozelandese di prendersi dei "Sabbatical leave" (sospensioni del contratto) lunghi sino a un anno, usandoli come crede. Il cavillo del periodo sabbatico è lo stesso che fu usato per liberarlo nel 2009 e lasciarlo andare al Perpignan, evitando la rottura aperta con la Union neozelandese.
Può darsi che il nostro intenda usare tale "leave" solo per sposarsi e farsi una bella luna di miele, e allora auguri e figli ... avanti, ma non si fa peccato a pensare che abbia voluto tale clausola, avendo già in mente qualcosa di altrettanto douce e molto più redditizio. O perlomeno per lasciarsi le porte aperte, sa mai se alla futura mogliettina gli pungesse vaghezza di un paio di milioncini di euro in più per allargare il porch di casa.
Diciamolo allora, se non vogliamo prendere in giro chi legge: siamo sulla medesima linea della l'autotutela annunciata pubblicamente con molta trasparenza dall'onesto lavoratore della palla ovale Dellapè; in più nel caso di Dan Carter siamo oltre, al gran bell'affare secondo le sane e immutabili regole di mercato, come è giusto sia per uno che vale e giustamente lo valorizza. Con buona pace degli inguaribili romanticoni (sempre col portafogli altrui però).

giovedì 12 maggio 2011

Anche il rugby se la fa sotto


Brown Ribbon era il nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct"; ora è il titolo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan nel logo. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Oggi si fa cenno a una decisione della Irb presa lo scorso mese che, come avrebbe detto il mitico Gassman, m'era rimasta nella strozza.
La Irb Pacific Nations Cup è dal 2006 l'equivalente del Sei Nazioni nello spazio Pacifico diciamo così non TriNations, anche se fino a due edizioni fa la Nuova Zelanda vi partecipava con una squadra - i Maori o i Junior All Blacks - e una rappresentativa Australiana fu invitata. Difatti fu sempre vinta dalla Nuova Zelanda, tranne l'ultima edizione in cui non c'era, che vide l'affermazione di Samoa. Le squadre coinvolte sono Samoa, Tonga, Fiji, Giappone: ovviamente rappresenta un appuntamento importante soprattutto per quest'ultima nazione, bisognosa di confrontarsi con rugby più "solidi" e dalle tradizioni più profonde per continuare a crescere. E' una crescita che tocca non solo gli aspetti tecnici ma anche la diffusione, la popolarità: una partita contro Samoa o le Fiji è sicuramente destinata ad attirare più pubblico che non le sfide con il Kazakhstan o gli Emirati Arabi Uniti della Asian Nations Cup. Il tutto fa parte di un programma che passa dai prossimi Mondiali, dove la rappresentativa guidata da John Kirwan inizia a far esperienze d'alto livello e ha come destinazione il 2019, quando i Mondiali di rugby sarano disputati nel Paese del Sol Levante.

Orbene, che ti decide la Irb il mese scorso, dopo che i calendari per la prossima edizione del torneo Pacific Nations previsto per luglio eran già pronti? Contrordine compagni han diramato,  in Giappone non si può più giocare a rugby: tutte le partite casalinghe di quella nazionale, tranne la prima a Tokio il 2 luglio (troppo tardi per spostarla), dovranno essere rilocate alle Fiji  - Suva e Lautoka.
Vi risparmiamo qui gli equilibrismi verbali con cui il presidente Lapasset ha tentato di giustificare la decisione; ovviamente, il motivo ufficiale è il terremoto devastante subito dalla costa NordEst di quel Paese. C'è veramente da rimanere allibiti, il commento migliore da farsi è quello che attraversa l'aspetto umano della questione e arriva proprio da Kirwan: "Sarebbe stata una magnifica opportunità per mostrare la solidarietà del mondo del rugby a un Paese duramente colpito, un modo stupendo per aiutarlo a recuperare senso della "normalità" e morale dopo la catastrofe; ma tant'è, così han deciso, andremo tutti alle Fiji invece di star vicini alla gente".

Notare prego, la decisione degli ineffabili gnomi della Irb è del tutto diversa da quella presa dopo il terremoto di Christchurch: in quel caso la decisione sullo spostamento delle partite previste per i Mondiali fu della Federazione e del Governo locali. Qui invece nessun giapponese ha detto, lo stadio di Tokio piuttosto che di Osaka non sono agibili; c'è stato un diktat estemporaneo dall'Organismo di governo del rugby mondiale.
Aldilà del metodo, colpisce poi il merito: Christchurch è devastata, non sussistono più le condizioni per giocare e quindi, con molto dispiacere per le popolazioni locali, il loro orgoglio e l'aiuto al ritorno alla normalità,  le gare vengono spostate di qualche centinaio di chilometri ma restano nel Paese - Auckland, Dunedin, Napier etc.  In Giappone invece no: pur essendo una nazione vasta, estesa più dell'Italia  e con suppergiù 120 milioni di abitanti, per non parlare di qualità e diffusione delle infrastrutture sportive e non, ebbene la Irb l'ha dichiarato tutto "off limits", da Okinawa a Sapporo.

Sarebbe come se un terremoto a Gemona piuttosto che a Messina, facesse considerar rischioso mesi dopo l'utilizzo dello stadio di Torino. Uno dice naaa, non possono essere così crassamente illogici, ci dev'essere qualcos'altro sotto; non puoi dirmi che alla Irb sian come quel 20% di assenteisti romani in più rispetto agli standard, ieri sulla scia di farlocche profezie di terremoto
.
Quel che ci sta sotto emerge dai balbettii di Lapasset ed è pure peggio di quanto successo a Roma, sul piano della logica e della informazione: quel che fa paura alla Irb di e di converso a tutti i rugbisti del Mondo da essa rappresentati e tutelati, non è il terremoto di livello nove, le scosse d'assestamento o un nuovo tsunami incombente. Nulla di tutto questo: il rugbista mondiale trema, piega le ginocchia  e gira i tacchi di fronte alla Bestia 666 dei tempi nostri: le radiazioni, la catastrofe nucleare, il rischio di morire tutti contaminati.
Basterebbe chiedersi, quante vittime ha fatto 'sta centrale di Fukushima sinora (riposta: zero, compresi i pompieri intervenutici dentro) e quanti ne ha fatti  l'evento in sè, inclusivo di crolli di dighe (14.000 vittime accertate, altrettanti dispersi), si sarebbe già dato da solo tutte le risposte: al limite si sarebbe detto, per massima precauzione ci si tolga da Tokio troppo vicina alla centrale (300km ...).
Ma sicuramente siamo noi che la facciamo troppo facile: è più politicamente corretto abbandonarsi al panico, all'irrazionale, evitare l'analisi e rifugiarsi nella paure millenariste, nelle superstizioni, nel vade retro. Anche per rugbisti che non dovrebbero aver paura di nulla. Se ne deve dedurre che all'alba della seconda decade del nuovo millennnio, l'IGNORANZA e la paura dell'ignoto è più forte dello sport dei forti.
Del resto il panico nucleare ha colpito le opinioni pubbliche europee più ancora che in Italia (ogni tanto una riprova che il Medioevo è radicato più Oltralpe che nella patria del Rinascimento) e la tremebonda e vigliacca decisione della Irb di Lapasset ne è un perfetto riscontro.
Ci sarebbe da riderci sopra e scrollar le spalle se il tutto non risultasse oltre che patetico, offensivo e irriguardoso nei confronti di milioni di giapponesi e di tutti i rugbisti del Mondo, cui i capintesta del movimento fan dire: vorremmo tanto esser solidali, ma siamo attanagliati da una fottuta PAURA dei raggi verdi ...

mercoledì 4 maggio 2011

Arbitri arbitri


Brown Ribbon era il nastrino di una vecchia campagna contro l'ipocrisia "Politically Correct"; ora è il titolo della rubrica di RightRugby per le polemiche controcorrente. Una rubrica che non ha paura di rischiare tackle un po' alti o prese di posizione apparentemente imbarazzanti, come quella di Bakkies Botha su Jimmy Cowan nel logo. Del resto: "If you can't take a punch, you should play table tennis".

Certi post ce li dobbiamo auto-ghettizzare per forza: l'ambiente si va "radicalizzando" e diventa sempre più serioso anche se non serio. Non siamo ancora ai livelli di permalosità del calcio, dove nessun addetto ai lavori si permette as-so-lu-ta-men-te di scherzare su argomenti "sensibili" se non in maniera ostentatamente pagliaccesca - i buffoni fan ridere il re mentre illudono le masse che qualcuno possa "cantargliele" - ma poco di manca.
Il delicatissimo tema "chi-tocca-muore" del post è arbitri arbitri
La vulgata dei Grilli Parlanti recita che in questo sport di arbitri non si deve mai nemmen discutere. Vorrebbero distinguersi dal chiacchiericcio che circonda il calcio, intento senz'altro meritorio, ma senza rendersene conto commettono un Errore Blu.

Nel rugby infatti s'è sempre parlato di arbitri: valutare apertamente la qualità delle decisioni arbitrali non equivale a denegarne la legittimità, la buona fede dell'autore o giustificare le (per fortuna isolate) teste calde che arrivano all'insulto. Casomai il contrario, reprimere le critiche costruttive e le valutazioni delle prestazioni, nel calcio funziona esattamente da amplificatore delle polemiche. Gli unici cui denegare le possiblità di discussione sono ovviamente i tesserati nei club, giocatori tecnici e dirigenti, parte in "conflitto di interessi"; per tutti gli altri, l'unico prerequisito non è la competenza stellare (come la nostra ehmm ehmm...) ma l'accettazione a-priori del risultato del campo qualunque esso sia e comunque venga determinato.
Dirò di più: il nostro sport si distingue tra quelli di squadra, in particolare da tutti gli altri sport con la palla ovale, per essere referee prone, totalmente pilotato e dipendente dall'arbitro. Nel rugby versione Union il giudice non è solo "terzo" con l'ultima parola ma fa anche parte integrante del gioco (come in certe Repubbliche Italiane insomma ...): comanda gli atleti ("release!", "go back!") e il gioco ("it's a maul!", "advantage over", "free ball!"), può anche permettersi di respingere richieste di spiegazioni provenienti dagli unici in campo autorizzati a interpellarlo, i capitani, o definire apertamente silly (sciocco) o chiacchierone un comportamento o un giocatore, microfonato e amplificato davanti a ottantamila spettatori più quelli in tv.
Da tutto ciò deriva giocoforza la necessità quasi terapeutica di una corretta e costante valutazione PUBBLICA dell'operato arbitrale, nei limiti sopraddetti (il risultato del campo non si discute mai). Discussioni che han contribuito ad esempio alla feconda stagione delle ELV o alla pressione per una costante evoluzione delle interpretazioni arbitrali, alla ricerca di maggior spettacolo, chiarezza e minor pericolosità.
A dirla tutta, qualche germoglio di idee critiche più "distruttive" nei riguardi di arbitraggi sorse nel tempo, ma non tanto tra spiriti latini portati alla protesta e spesso sospettosi del complotto, bensì nella più compassata e sportiva delle Colonies, la New Zealand: dopo il famoso arbitraggio dell'allora giovane promessa Wayne Barnes che portò all'estromissione degli All Blacks dai mondiali di Francia. Anche Graham Henry si lamentò pubblicamente nel 2009 di come si fischia in mischia ordinata dopo aver rischiato la figuraccia a San Siro.

S'è fatto qualche cenno agli arbitraggi da queste parti, relativamente alle semifinali delle Coppe Europee e ancora prima, nel Sei Nazioni. La sensazione è che le nuove interpretazioni abbiano decentemente sistemato l'area precedentemente del tutto grigia del breakdown (dove in precedenza sguazzava nel grigio il grandissimo Richie McCaw & difesa All Blacks tutta, come l'Irlanda marcata Munster: da qualche tempo non posson più gioccare borderline tale fase come facevano regolarmente un tempo),  ma che rimangano precise aree di incertezza.
Ad esempio in mischia ordinata, fase che tanto angustiò coach Henry a San Siro: sulla scorta delle sue richieste di adeguamento del metro arbitrale, a molti sembra che le cose si siano non risolte ma addirittura complicate, abbiamo recentemente scritto un post al riguardo. Ad esempio, l'arbitraggio di Clancy delle mischie in Inghilterra-Francia al Sei Nazioni, rimarrà nella memoria di chi ama questo sport, categorizzato "come influenzare negativamente la sfida cruciale di un torneo".
Nelle semifinali Europee è esploso un ulteriore area problematica, da sempre latente: la velocità del gioco ha di fatto messo in crisi di più di un pezz'e nuanta dell'arbitraggio. Abbiamo visto Clancy - sempre lui - denegare una azione regolarissima e spettacolare al Perpignan fischiando un offside inesistente nel più perfetto stile di certe chiamate di fuorigioco calcistiche "dove credi di andare"; Pearson ha estratto un cartellino probabilmente troppo in fretta, per non parlare di Poite duramente constestato al Thomond Park. Il punto non è l'inadeguatezza dei singoli, ma la possibilità di gestire da soli i ritmi attualmente impressi al gioco da squadre di alto livello, quando sono tutt'e due a farlo.
Rimanendo negli sport "ovali" a caccia di idee e "best practices", nel football americano sono in campo sette arbitri, nell'Ozzy Rule autraliano tre field umpires più quattro boundary e due goal umpires, nel rugby versione League hanno sperimentato il doppio arbitro (uno diventa il principale al cambio del possesso, quasi tipo basket); nel rugby Union invece che si fa? Un'idea potrebbe esser quella di responsabilizzare maggiormente i touch referee (guardalinee), senza dargli il fischietto che rimane solo a uno, tanto son tutti miked. Ah, e in più dar la possibilità all'arbitro di interpellare il Tmo non solo sul meta-non-meta ma anche in altre limitate e ben definite casistiche.

Nel frattempo cade a fagiuolo la notizia: sono stati definiti gli arbitri per la fase a pool dei prossimi mondiali di settembre in Nuova Zelanda.
Il nostro Giulio de Sanctis sarà impegnato nella sua specializzazione internazionale di Tmo nella partita di apertura del torneo Nuova Zelanda - Tonga; è previsto ricoprire il medesimo, delicato ruolo anche in Francia-Giappone, Tonga - Canada, Nuova Zelanda - Giappone, Galles-Samoa, Tonga-Giappone, Irlanda - Russia (del girone dell'Italia), Galles - Namibia, Georgia-Romania e Argentina -Georgia. Carlo Damasco scenderà in campo in qualità di Assistant Referee (touch judge o guardalinee) debuttando con Irlanda - Usa (partita del girone dell'Italia) dell'11 settembre, poi Russia-Usa (nel nostro girone), Nuova Zelanda-Francia, Galles - Namibia (con Damasco Tmo) e Francia -Tonga.

Il resto delle designazioni sono più ombre che luci per l'Italia: da preoccuparsi sul serio.
- Australia - Italia del 11/9 a North Shore, Auckland: arbitro Alain Rolland (Irlanda), assistenti Jonathan Kaplan (South Africa), Chris Pollock (New Zealand);
- Italia - Russia del 20/9 a Nelson: arbitro Wayne Barnes (England), assistenti Steve Walsh (Australia), Chris Pollock (New Zealand);
- Italia - Usa del 27/9 a Nelson: arbitro George Clancy (Ireland), assistenti Wayne Barnes (England), Chris Pollock (New Zealand) ;
-Italia-Irlanda del 2/10 a Dunedin: arbitro John Kaplan (South Africa), assistenti Bryce Lawrence (New Zealand) e Chris Pollock (New Zealand).
Gli arbitri vanno giudicati individualmente e non prenderemmo mai in considerazione il fatto che l'Italia abbia, su quattro partite due arbitri irlandesi designati (l'Irlanda ha come unico realistico anche se flebile avversario al passaggio del turno, proprio l''Italia). Anche 'sto Irb Match selection official Committee che ha fatto le scelte, però: benedett'uomini,  a cosa stavano pensando quando han stilato le designazioni?
Tant'è, parliamo delle caratteristiche dei designati: aldilà della nazionalità, qui si nutre la massima diffidenza possibile per il sopravalutato trombone Rolland, un malato di protagonismo, e per il suo degno erede Clancy, un ondivago, imprevedibile come un cavallo, protagonista di alcune delle conduzioni più controverse del 2011. Quanto a Kaplan, fino a un paio di stagioni fa forse il migliore e il più presente, molto pistino e scrupoloso,  ci pare alla fine del suo ciclo dopo l' infortunio nella partita Galles - Irlanda dell'ultimo Sei Nazioni: la meta concessa ai gallesi su una rimessa laterale non eseguibile velocemente. Barnes invece, un nome una garanzia, proprio con la sua bravura sta mostrando tutte le contraddizioni delle regole in mischia ordinata; vedi Quins-Tigers in Premiership, dove rifilò due gialli e meta tecnica durante la stessa interminabile mischia, da lui prolungata per quasi dieci minuti.
Dovevamo pur chiudere con qualche nota si speranza, dopo tutto 'sto dibattito assolutamente incorrect e che arricciare il naso farà, no?

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