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mercoledì 6 novembre 2013

Italia - Australia, parliamone

Nel vero senso della parola: siamo stati ospiti del podcast "Let's Talk Rugby", curato da Scott Allen, allenatore e analista australiano, in vista del Test Match di sabato a Torino tra Italia e Australia. Tra fusi orari (notte qui, mattina del giorno dopo laggiù), chiacchiere a microfoni spenti e battute, con noi c'era anche Matt Cockbain, ex seconda linea internazionale e oggi membro dello staff tecnico dei Melbourne Rebels. Gente seria, a parte il sottoscritto sonnambulo. Buon ascolto.

lunedì 21 ottobre 2013

XV o 23?

Mentre le squadre d'Europa si affrontavano tanto in Heineken Cup quanto in Amlin Challenge Cup, sul Telegraph Mick Cleary ripensando al primo turno giungeva alla conclusione che il rugby è uno sport da XV e non da 23. Lo spunto gli è giunto dalla partita tra Exeter Chiefs e Cardiff Blues, con i padroni di casa vincenti e in grado di volare sul 41-3, prima che il match si chiudesse sul 44-29 e con i gallesi in grado di portare a casa almeno un punto di bonus per le quattro mete marcate - punto di bonus diventato pesante dopo la vittoria sul Tolone nello scorsa giornata, alla luce anche della sconfitta degli inglesi contro i Glasgow Warriors, tutto questo nella Pool 2 dove a comandare sono i Chiefs per una meta sui transalpini. 

La sfilza di sostituzioni, sostiene Cleary, ha permesso ai gallesi di rimediare ad una situazione imbarazzante, manifestata dai loro visi rossi nelle magliette rosa, senza fiato a rincorrere gli avversari che arrivavano a segno da tutti gli angoli. Dopo il refresh operato dallo staff tecnico, Exeter ha vistosamente ceduto - ma è anche vero che si è ritrovata in tredici con due gialli tra il 61' e il 62' e il cronista inglese si limita a ricordare questo passaggio del tabellino e non che le ultime due mete dei Blues sono arrivate proprio tra il 65' e il 71'. Essere sotto di due uomini fa una gran bella differenza, lo sa bene anche il Benetton Treviso in trasferta al Welford Road.

E' uno sport da XV, è l'opinione di Cleary per cui oggi saremmo tutti ricchi se avessimo scommesso un penny ogni volta che viene riproposta l'affermazione che in realtà è una disciplina praticata da ventitré uomini. Oggi più che mai, viene da aggiungere, in un periodo di sorprendente sforzo fisico e di logoramento ben visibile. Ottanta minuti con lo stesso blocco mantenuto sul campo è fuori dagli schemi. Qualche lettore del Telegraph tenta una via di mezzo, indicando le sostituzioni chiave quelle che riguardano i primi quattro uomini (i due piloni, il tallonatore ed una second row), gli altri insomma per completare la lista dei convocati. Ma intanto, così scrivendo, sostengono che non è più un affare per soli XV - è un continuo lavorare sulle regole e i tempi di ingaggio per preservare pure la salute della prime linee (così dicono), se non ci fossero i cambi sarebbe un guaio, no? 

E se i Chiefs con i replacements ci hanno smenato, si avvera anche il contrario, in particolare nelle mischie ordinate quando, dopo il giro di cambi, gli equilibri cambiano a vantaggio di una della due formazioni schierate. Inoltre: la meta al 77' che ha regalato ai Blues la vittoria sul Tolone è firmata dal numero 22 Gareth Davies, entrato cinque minuti prima per Rhys Patchell all'apertura. Il pilone Jack McGrath ha firmato il touchdown all'ingresso dell'ultimo quarto per il Leinster contro il Castres, per il break che ha concesso agli irlandesi di imporsi infine per 19-7 sui campioni in carico di Top 14 nella Pool 1 dove i detentori del Pro12 sono al comando. Il Perpignan, nella Pool 6, ha tenuto a bada Edimburgo per 31-14 (primo tempo chiuso sul 7-3 per gli scozzesi) con una doppietta nella ripresa di Wandie Mjekevu (foto), trequarti 22 anni sudafricano, partito dalla panchina. Ora i catalani guidano il gruppo, con una lunghezza di vantaggio sul Munster, sconfitto la settimana precedente al Murrayfield dai Gunners.

Non è che se ne stiano propriamente tutti lì a scaldare la panchina. 

venerdì 30 agosto 2013

Mani avanti in mischia

La morale della dichiaraziona di Richard Cockerill è semplice: potevano alzare la cornetta e farci uno squillo, avremmo risposto volentieri. Il manager dei campioni in carica Leicester Tigers prende la misure ai nuovi tempi che regolano la mischia ad una settimana dall'inizio del Premiership, che vedrà contrapporsi nell'anticipo del venerdì i Newcastle Falcons e Bath. "Quando modificano queste regole, nessuno si rivolge agli allenatori del Premiership per quelle della mischia", ha affermato Cockerill. 

"Dicono siano per la sicurezza. Ma nell'emisfero sud sembra piuttosto che vogliano depotenziare la mischia, con la palla che entra ed esce. Ti viene da pensare che la gente che opera questi cambiamenti consulti gli allenatori invece di farli e basta", ha proseguito il manager che prova a fare il punto della situazione sulla base anche dell'esperienza della sua squadra con i nuovi tempi di ingaggio: "E' stato un casino. Ora stiamo ricevendo diverse indicazioni, ma la mischia è ancora un caos quindi dovremo capire come si sistemerà. In una delle partire del Rugby Championship abbiamo visto due dei migliori mediani di mischia prendersi in giro a vicenda perché erano preoccupati sull'introduzione e sul ritrovarsi ammoniti".  

Ha commentato anche Dean Richards, l'head coach dei Falcons che ha ricordato come già in altre occasioni l'emisfero sud nella propria agenda si fosse mosso per venire a patti con le regole. "Ti piace pensare che ciò che dicono, che i tempi siano stati cambiati per la sicurezza, sia vero, che sia l'unico motivo per cui abbiano agito in questa direzione. Se non lo fosse, ti sentiresti piuttosto rammaricato". 

Intanto è giunta conferma che grazie agli investimenti del Premiership Rugby Board, gli arbitri saranno affiancati dal TMO in tutte le partite della stagione, anche quelle che non saranno trasmesse in televisione. "Le nostre analisi hanno dimostrato che molti arbitri potevano essere aiutati in parecchie partite non andate in onda, se le telecamere aggiuntive fossero state posizionate", ha detto Phil Winstanley, Rugby Director del board, considerando quanto possano pesare le scelte dei giudici in campo in una competizione dove il margine di vittoria è il più basso tra tutti gli altri campionati (una media di 11.1 punti a partita). Sempre nella scorsa stagione furono trasmessi 69 incontri su un totale di 135. 

Con l'annata 2013/14, in fase sperimentale gli arbitri potranno rivolgersi al TMO per chiedere che si proceda fino all'analisi di due fasi precedenti alla marcatura della meta. 

martedì 20 agosto 2013

Tribolazioni alla prima (linea)


Prima di dedicarci ad analizzare i risultati del Top14 (chi è interessato già li sa), un commento di interesse generale riguarda la novità in mischia ordinata, importantissima in un campionato attento a guadagnare il minimo vantaggio lavorando sui piccoli dettagli, per di più molto fisico e contemporaneamente tattico, dove tutte le minnows si difendono (sovente molto bene) dosando i ritmi e impegnando gli avversari più quotati davanti.  
Per quel che ho potuto vedere, la nota positiva in un momento di ovvia transizione e adattamento è che in Francia almeno l'idea di base su come gestire la novità paiono averla chiara tutti, chi più (Perpignan) e chi meno (Biarritz); non come i Pumas che parevano ignari, gli All Blacks che han cercato sempre la scorciatoia della introduzione palesemente storta o i Wallabies indecisi se e quando alzare la gambetta.

Paragonando la prima giornata con l'inizio della stagione scorsa, ancora sul piano positivo c'è una evidente adesione generalizzata allo spirito delle nuove regole. E' il contrario della reazione negativa ai cambiamenti introdotti l'anno scorso, subito apparsi contraddittori rispetto all'obiettivo dichiarato. Allora ci fu in più l'impennata della maggior severità complessiva degli arbitri di fronte al gioco iper-fisico, che portò alla media record di 28 punizioni a partita nella seconda giornata del Top14 scorso, col record di 42 punizioni "piene" e 5 "mezze" nella sola partita tra le ruvide Castres e Grenoble; il tutto conflagrò portando l'ambiente sull'orlo della rivolta tra irrigidimenti reciproci.

Non è così oggi, non ancora; certo però l'effetto complessivo iniziale è frustrante, il contrario di quello voluto (la sicurezza si, ma anche la consistenza e i tempi di gioco): i crolli ci sono ancora e ben il 70% delle mischie della prima giornata sono abortite in punizioni, vuoi a braccio dritto o cassé. La maggior parte degli allenatori mugugna, ma si comprende che gli arbitri per ora fischiano di tutto e un po' alla volta andranno anche loro a selezionare cosa meriti attenzione, guidando quindi i giocatori a concentrarsi su quello.
Il percorso minaccia però di somigliare a quello della stagione scorsa: il directeur degli arbitri Didier Mené a fronte del mugugno ha minacciato "encore plus de severité". I franchi ovviamente non si fanno certo intimidire, prova ne sia l'atteggiamento di Guy Novés, uno non certo fumino: s'è presentato livido in conferenza stampa post partita col tablet e ha illustrato alla moviola gli errori arbitrali che a suo dire son costati la partita al Tolosa - la mischia ordinata però c'entra solo di striscio (l'arbitro era Cardona, quello del rosso all'irrispettoso Parisse la stagione scorsa).

L'obbligo di legarsi anticipatamente - "bind" o "liez" subito dopo il "flexion"- ha risolto le instabilità del pericoloso "hit" iniziale, anche se le prime linee tentano ancora di tenersi "un po' di gas" distanziandosi il più possibile, ed è la causa dei collassi ancora presenti: gli arbitri "svegli" fanno difatti avvicinare le prime linee riottose. Un altro problema della nuova mischia è il comando "set", in franco sarebbe l'ambiguo "entrez" o peggio l'assolutamente infedele ma usato "jeu" o "jouez", che viene inteso alla lettera, come fosse "entrate in spinta" e non il  "pronti (a giocare)" prima del via. Vale anche fuor di Francia, è stato regolarmente tollerato nel The Champioship. Tutto apparentemente risolto dal fatto che l'arbitro deve valutare se la mischia è stabile prima di autorizzare l'introduzione, ma se solo guardi le tiratine in giù che si danno i piloni nel frattempo ...
Un altro tema è stato evidenziato nella partita che ha presentato le mischie forse meno "vessate" dall'arbitro, il posticipo serale Perpignan-Castres: il pack con l'introduzione a favore, qualunque fosse, ha subito sovente la spinta di quello in difesa. Evidenza di come alzare il piede del tallonatore anche per solo un secondo, risulti sommamente pericoloso. Gli "stappamenti" sono nuovamente frequenti; si tratta di trovar strade alternative, ad esempio colmassimo coordinamento tra introduzione e spinta a otto. Come han fatto quelli del Perpignan nella serie di mischie finali decisive, impegnandosi prima a spingere che a tallonare.
E' anche ricomparso al proposito l'antico colpetto col pallone sulla schiena del pilone loosehead da parte del mediano a mo' di segnale, stile anni Ottanta, che secondo alcuni non sarebbe legale: è l'arbitro ad avvisare tutti dicendo "Oui neuf" ma Mené per fortuna non vuole complicare ulteriormente lo scenario e pensa che il segnale del mediano sia tollerabile, purché non sia dato "en maniére furtive", qualunque cosa significhi (quindi mai più "prop whisperers"?).

Certo che se manca quel minimo anticipo per chi introduce, è dura spingere in sette contro otto anche per solo un secondo; quanto al supposto vantaggio del loosehead nei confronti del tighthead che non parte più "di rincorsa", c'è solo sul lato opposto alla introduzione, per chi difende (e difatti si rivedono tante mischie in girotondo).
Ci si aiuta ancora con l'introduzione storta ma non sfacciatamente come fa il Tutto Nero Aaron Smith: maestro è Rory Kockott mediano del Castres che tiene l'ovale per lungo, lo rilascia delicatamente e poi solleva le manine quasi a dire "visto che ligio?"; nel mentre la palla rotola pianin pianeo tra loosehead e seconda linea, passando dietro ai piedi del tallonatore: merito della spinta, dev'essere così, si convince l'arbitro che tanto desidera tagliar corto.
Grande è la confusione sotto il cielo: è un inizio promettente, diceva quello ...

martedì 13 agosto 2013

Ne vedremo delle belle ... di mischie?

Bando alle ciance, alla fine di questa settimana si parte davvero col nuovo sistema di ingaggio della mischia. Saranno (quasi) in contemporanea gli inizi ufficiali di The Rugby Championship a livello internazionale e il Top14 francese a livello locale (per primo con l'anticipo di venerdì sera Montpellier-Toulon), a mostrare di che si tratti e cosa risolva il nuovo metodo.
Così almeno dicono tutti; nella realtà le nuove regole sono già attive da una settimana nella Currie Cup - Premier Division e lì almeno una partita (Sharks - Griquas) o meglio due (Western Province-Blue Bulls) su tre se non addirittura tutte e tre, la mischia chiusa ha prodotto punti fondamentali e "chiari", con meno ricorsi al solito "50-50" arbitrale.
Tant'è, diciamo che il grande pubblico - e i giornalisti meno attenti - vedrà la "nuova mischia" all'opera in televisione da questo weekend.

Di che cosa si tratti lo sanno oramai tutti, ma per spiegarlo per bene traduciamo le parole di un esperto, Matt Ferguson allenatore della mischia a Bristol, posto di antiche tradizioni al proposito, su Scrum.com:
"Il cambiamento si esplicita nella sequenza delle chiamate arbitrali. Il primo comando non cambia, sarà 'crouch' com'è da un pezzo. La seconda chiamata sarà 'bind', al che i piloni opposti dovranno legarsi tra loro, uno di lato all'altezza dell'ascella e l'altro sulla spalla, mai sul braccio, è illegale.
Una volta legati i piloni, al 'set' dell'arbitro si congiungeranno le seconde e terze linee. Nel momento in cui l'arbitro giudicherà che la mischia sia diritta e stabile, darà al mediano l'istruzione "In nine",  controllando che l'inserimento dell'ovale in mischia sia corretto. A palla inserita si può spingere e da qui in poi non c'è nessuna differenza tra vecchie e nuove mischie
".

Grazie Matt, detta così pare tutto molto chiaro: impatti meno potenti, mischie più sicure e più ... "ordinate", senza ridurre la contestabilità dell'ovale e la necessità di sviluppo tecnico specialista. Quel che cambia son diverse cose.
- Primo e più macroscopico effetto, basta "hit" - la bòtta - quello schianto di ottocento chili accelerati addosso ad altri otto, col terza centro a dargli pure la spintarella; si è calcolato che con le nuove regole la forza sviluppata in mischia dovrebbe calare del 25%.
Ciò implicherà un cambiamento nelle dimensioni delle prime linee, un nuovo passo verso quella "standardizzazione" dimensionale stile League (quasi tutti attorno ai cento chili e sull'unoeottanacinque)? Per niente secondo Ferguson: "La differenza casomai è che riemergeranno le competenze su come si "manipola" la mischia mentre questa si sviluppa, non più solo al "set" dell'arbitro mediante la rapidità dell'impatto".
 Per l'allenatore della mischia inglese campione del Mondo 2003 Phil-Keith Roach (nella foto con la prima linea inglese Flatman, Vickery e Thompson), con le nuove regole i piloni più forti avranno il sopravvento "senza che quelli più deboli possano più far collassare la mischia andando direttamente a terra, dicendo che non è colpa loro".
Secondo l'irlandese Bernard Jackman, ex tallonatore ora assistente a Grenoble, non sarà solo questione di dimensioni: "Ora i piloni più piccoli e compatti potranno sopravvivere meglio nel confronto con quelli più potenti e veloci. Non sarà più solo impatto, le mischie dureranno più a lungo e la pressione sarà costante. Dominerà il team che saprà coordinare il movimento di 16 piedi all'unisono".
Un sacco di opinioni positive nei confronti del cambiamento, cui fa da contraltare il disincantato realismo, diciamo così, di Massimo Cuttitta allenatore della mischia scozzese: "Credo che l'inizio dell'applicazione delle nuove regola sarà problematico, più per gli arbitri che per i giocatori. Vedremo molti collassamenti". E come se non bastasse: "Gli avanti troveranno nuovi modi per imbrogliare". Per fortuna il nostro aggiunge che la sua non è una posizione del tutto negativa: prima o poi si troverà un nuovo equilibrio. Ad avviso dell'ex pilone azzurro le nuove regole avvantaggiano il loosehead prop: "Non doversi legare era un vantaggio dei tight head e al loosehead spesso non rimaneva che cadere. Non potendo più dar la bòtta, non gli resta che diventar più tecnici".

- Secondo, le nuove regole potrebbero cambiare il lavoro dei tallonatori. Gli arbitri dovranno finalmente controllare che l'ovale venga introdotto diritto e non direttamente in seconda linea come accadeva sovente. Il "ritorno al passato" comporta però che il tallonatore sollevi il piede quindi si tolga dalla spinta e a quel punto il pack che difende applicherà il massimo della spinta. "Servirà gente capace di tenere la pressione usando il corpo e la spalla destra", dice Jackman, "recuperando velocemente la posizione di spinta dopo aver tallonato". Ecco allora che la massa può far comodo anche in mezzo alla prima linea.
L'Australia ad esempio, nella lista dei 30 Wallabies convocati per The Championship ha un giovane tallonatore uncapped, Albert Anae che aveva iniziato la stagione nei Reds come terza scelta: sostituisce in nazionale il veterano Tatafu Polota Nau infortunato ma coach McKenzie che di tallonaggio se n'intende, afferma: "Albert possiede le dimensioni (117kg per 1,82m! ndr) e la forza appropriate per adattarsi in modo positivo alle nuove leggi". Altro che le dimensioni ora contano meno, anche a livello di tallonatore.

- Terzo cambiamento, si scopre che nella realtà dai tre comandi arbitrali si è tornati a quattro: ora c'è anche "In nine", invito rivolto al mediano che significa "la mischia è stabile, introduci adesso". E' ciò che cambia  rispetto agli anni Ottanta, allora era il mediano a decidere quando introdurre e lo comunicava al loosehead colpendolo con la palla sulla schiena, in modo da dargli il vantaggio di iniziare la spinta, cosa che controbilanciava il mezzo uomo in meno per via del tallonatore che contemporaneamente alzava la gamba. Adesso invece l'invito dell'arbitro sarà udibile, credo, contemporaneamente alle due parti.
Prima di dare il comando, l'arbitro dovrà assicurarsi che la mischia sia stabile e diritta, cioè che nessuno sia già in spinta. Sarà ancora nel gioco di anticipi che, almeno all'inizio, vedremo i collassamenti, mascherati da scivoloni. Come prima insomma, solo senza bòtta inziale. E qui si ricade nella solita questione ineliminabile, la preparazione e la personalità dell'arbitro. Non per dar ragione a Cuttitta ma in  Currie Cup si vedono "hit" sia pur ridotti al comando "set" e lì s'inizia a spingere, altro che all'introduzione ...

Attendiamo curiosi ma fiduciosi di vedere le nuove regole all'opera ai massimi livelli, consci che ci vorrà comunque del tempo per allineare le interpretazioni arbitrali coi nuovi comportamenti richiesti ai giocatori -  i dirigenti tecnici Irb si sono lungamente intrattenuti con gli arbitri designati a dirigere le partite del The Rugby Championship e in questi giorni han tenuto un seminario ai 31 arbitri francesi.
Personalmente stavolta, sulla base di quel poco visto in Currie Cup - too little, too early - sono più ottimista rispetto al taglio di un comando dalla sequenza introdotto l'anno scorso, che come dicemmo subito non arrivava manco a sfiorare il cuore del problema: come incentivare la "stabilità dinamica" di un organismo con 32 piedi, sedici cervelli e almeno due obiettivi contrastanti.
Per adesso comunque vincono ancora le chiacchiere: come quelle dello scrum coach degli Hurricanes Dan Cron che ha già capito tutto, dichiarando al giornale di Wellington Dominion Post che le nuove regole avvantaggeranno i Kiwis e penalizzeranno i sudafricani. Senza lo "hit" iniziale, afferma, tutti i  tighthead prop sudafricani han davanti una lunga strada "to sharpen up a bit". Senza conoscere Cron ma conoscendo i nostri polli, sospettiamo tanto l'interpretazione giornalistica. 

lunedì 12 agosto 2013

Buoni propositi per la stagione alle porte di Premiership

"I giorni delle mischie introdotte in modo sbilenco sono finiti", libera - ma nemmeno troppo - traduzione del pensiero di Ed Morrison, il capo degli arbitri nella Rugby Football Union, a poche settimane dall'inizio del campionato 2013/14 e a ridosso dell'introduzione dei tre nuovi tempi dell'ingaggio, crouch-bind-set. Il boss dei fischietti ha promesso che non verranno fatti sconti e ha voluto mettere in chiaro un punto su tutti: "Saremo giudicati su come la palla verrà introdotta", ha dichiarato al giornale The Rugby Paper, ricordando come il mediano di mischia dovrebbe aspettare a mettere a disposizione l'ovale fino a quando la mischia non è consolidata. 

Morrison ha così aggiunto che gli arbitri si stanno esercitando molto su questo aspetto e che i club sono stati avvertiti: "I giorni in cui l'inserimento del pallone avveniva tra le seconde linee sono passati. Gestiremo l'ingaggio in maniera molto accurata". A questo proposito, gli arbitri stanno lavorando a fianco delle società, tanto nel Premiership quanto nel Championship, per prendere le dovute misure. "Sarà una sfida, ma le nuove regole ci sono e dobbiamo farle funzionare", ha ribadito Morrison. "Il processo creerà dei problemi? E' inevitabile, ma se funziona potremo vedere il gioco aprirsi completamente. Non c'è miglior posizione per attaccare dal set-piece, in particolare la mischia, e le squadre brave avranno ancora l'opportunità di dominare gli avversari se saranno tecnicamente forti abbastanza". 

Infine ha confidato ciò che gli ha detto un pilone più anziano, dopo aver assaggiato le prime mischie con i nuovi tempi d'ingaggio e la forza all'impatto ridotta, secondo gli auspici, del 25%: "Grazie mille, mi avete concesso altri tre anni di carriera!". Ne vedremo comunque delle belle in termini di adattamento: le nuove regole impongono spinta progressiva e non più solo bòtta dinamica al set, quindi non è detto che nuovi tipi di "professionalità" diciamo, vengano sviluppate dai più esperti. 

Non solo mischia: Morrison ha affermato che il TMO opererà in tutte le partite del Premiership con la nuova stagione e non solo in quelle trasmesse in televisione, ma ha precisato che la RFU è al lavoro per migliorare e gestire l'utilizzo del Television Match Official: "C'è sempre qualcosa che dobbiamo rivedere. Gli arbitri sono decision-maker e i migliori e contrariamente a quello che qualcuno potrebbe dire, non commettono così tanti errori. Mi piace pensare che i TMO non verranno coinvolti ulteriormente, ma mi fa piacere anche il fatto che saranno presenti ai match non trasmessi in tv, dando maggiore credibilità alla competizione".

giovedì 16 maggio 2013

Robshaw sa come perdere: l'ha imparato a scuola

Chris Robshaw è un capitano particolare: la sua Inghilterra sa vincere e perdere alla grande nello stesso tempo. A novembre la nazionale allenata da Stuart Lancaster uscì sconfitta per un punto contro il Sud Africa (16-15) e la cronaca dei minuti finali di quel Test Match comprende la scelta di Robshaw di andare per i pali piuttosto che giocare una rimessa nell'angolo a tre minuti dalla fine, con il punteggio sul 16-12 per gli Springboks. Decisione destinata a scatenare feroci critiche e a minare la credibilità del suo ruolo di capitano. Pochi giorni più tardi, ad inizio dicembre, quell'Inghilterra riuscì a battere la Nuova Zelanda 38-21, con gli All Blacks che si presentarono a Twickenham con una striscia di imbattibilità lunga 20 partite. 
Nuovo anno, dal trionfo al dramma sportivo: il 6 Nations 2013 smarrito a Cardiff nello scontro diretto con il Galles, dopo la brutta prestazione contro l'Italia nel turno precedente. Sempre Robshaw alla guida sul campo del gruppo e probabilmente il capitombolo gli è costato il posto nei British & Irish Lions di Warren Gatland, se è vero - come ha ricordato il manager neozelandese - che la scelta della rosa si è basata molto sul Championship. Niente tour in Australia per Robshaw che nel frattempo ha perso con gli Harlequins i quarti di finale in casa di Heineken Cup con Munster e nello scorso fine settimana ha detto addio ai sogni di conservare il titolo di campione della Premier, con i Quins eliminati ai play-off dai Tigers.  

Robshaw si è confessato in un'intervista al Telegraph ricordando i giorni di scuola - da studente ha dovuto anche fare i conti con la dislessia. La terza linea ha frequentato la Millfield School, che raccoglie ragazzi dai 13 ai 18 anni. Istituto di alto livello, dove lo sport conta parecchio: "Mi ha dato l'opportunità di fare ciò che sono oggi", ha raccontato Robshaw. Grazie alla carriera sportiva durante gli anni scolastici arrivò a giocare per la selezione England Schools Under 18 e già ai tempi era capitano della prima squadra del college: "A scuola impari a perdere. Non eravamo un XV senza sconfitte. E' tutta una questione su come reagisci, come prosegui, su come metti da parte quei ricordi da usare in futuro". 
Nel corso dell'intervista, il giornalista Gareth Davies porge una domanda interessante: perché la scuola fornisce così tanti sportivi eccezionali? La risposta: "Ti forniscono le opportunità, attraverso allenamenti e attrezzature di alta classe. In tutti gli sport. Non è una sorpresa che la scuola abbia prodotto top player come Gareth Edwards, JPR Williams, John Mallett - che poi è tornato ad allenarci - e Mako Vunipola".  

Il codice di condotta rugbistico dalla Millfield rispecchia da vicino quello stilato dalla RFU, mentre nella pagina dedicata alle Job Vacancies c'è spazio per un assistente allenatore di nuovo (25 sterline all'ora, 16 ore a settimana) oppure per un performance coach di tennis (15.000 sterline all'anno, inclusa sistemazione e pranzo). Se avete il cv in regola, potreste farci un pensierino. 

venerdì 10 maggio 2013

Mischia, un passo per volta

Lenta ma inesorabile, procede la ridefinizione del processo di ingaggio in mischia ordinata ("scrum").
E' un approccio sperimentale quello instaurato dagli organismi tecnici della IRB, iterativo, per tentativi e (correzione degli) errori, piccoli passi e low profile per quanto possibile: forse pesa ancora nelle coscienze dei direttori dell'evoluzione del rugby,  le fughe in avanti e le retromarce del periodo delle "Experimental Law Variations" - ELV - tra 2008 e 2010.
Questa settimana è stato annunciata dalla IRB l'adozione (sempre sperimentale e soggetta a valutazioni) di una triade modificata di comandi per l'ingaggio in mischia, raccomandata dallo IRB Scrum Steering Grup che ha usato anche nuovi studi sulle dinamiche in gioco prodotti all'Università di Bath. La nuova sequenza di comandi sarà "crouch, bind, set", attiva a partire dal prossimo inizio di stagione in ambedue gli Emisferi (agosto 2013, febbraio 2014).

In sostanza,  dopo il primo passo della riduzione dei comandi da quattro a tre ("crouch, touch, set") della stagione corrente, in Irb han preso atto che la meccanica dell'esecuzione dell'impatto sia variata di poco rispetto a prima e i problemi non siano stati granché risolti.  Han deciso quindi di intervenire con un "fix": dopo il piegamento (crouch), ora i piloni opposti dovranno legarsi tra loro (bind) col braccio esterno, non più solo toccarsi per verificare che la distanza sia corretta, poi  entrare in spinta al comando (set). Al che il mediano introduce.
La scusa avanzata dalla Irb per il cambiamento è la sempre valida sicurezza: si afferma che lo scopo del cambio di routine per l'ingaggio sia ridurre il rischio di infortuni, diminuendo la forza all'impatto fino al 25%. Ora, non vi è dubbio che così la forza dell'impatto diminuisca - lo assicurano gli studi dell'Università di Bath - ma nella realtà, altri studi dimostrano che gli infortuni in mischia ordinata sono da tempo stati ridotti a livelli trascurabili: non tanto per le regole adottate, quanto per via della fitness dei giocatori (eh si, paradossalmente più grossi sono meno male si fanno: la dimensione conta).  E' ovvio piuttosto che lo scopo sia ridurre  la quantità di reset (mischie ripetute) che fan perdere tempo di gioco: "(...) extensive evaluation of the sequence (...) indicated the possible delivery of a more stable platform leading to fewer resets and more successful scrums", chiarisce lo stesso comunicato della Irb un po' dopo le (dovute) menate sulla sicurezza.   Sia come sia, con buona pace degli "strateghi" dell'affossamento, in prima linea ora si dovran elaborare nuove strategie d'ingaggio.

Gli immobilisti calciofili gné gné ovviamente van storcendo il nasino: già si fasciano la testa, affermando alla Eduardo "o' presepe nun me piace". Ritengono forse inevitabili fatalità i ripetuti crolli, conclusi da decisione a papocchio dell'arbitrino di turno?
Noi preferiamo aspettare e vedere sul campo vero, prima di giudicare: siamo dei non conformisti cui piace si "fissi" ciò che non funziona e si conservi il "buono", quel che va e fa identità. In tal senso invitiamo a riflettere sul fatto che l'essenza del rugby Union NON stia nell'avere o meno la mischia ordinata, ma piuttosto nella costante contendibilità dell'ovale in ogni fase, fatto unico in tutti i giochi con la palla ovale. La mischia è un mezzo per ottenere detta contendibilità anche in fase di ripresa del gioco dopo fallo "veniale" (passaggio in avanti e palla non giocabile). Di fatto la mischia in tempi recenti, più che contendibile era diventata un autoscontro, seguito da lancio della monetina da parte dell'arbitro.
Ecco quindi che questo cambio di routine in linea di principio ci pare interessante: piuttosto di quel che c'è adesso, che va sviluppando  professionisti di un wrestling deteriore e molto cheating in prima linea, meglio provar qualcosa d'altro.
Di più, l'innovazione ci riporta alla mente com'era in tempi non lontanissimi, quando le prime linee si legavano tra loro prima ancora che con le proprie seconde e terze, il mediano introduceva l'ovale, solo allora si spingeva e il tallonatore tallonava, fondamentale perduto nel rugby moderno. Il tutto senza che l'arbitro dicesse una sola parola, intento solo a controllare che l'introduzione fosse diritta. Tanto che a quei tempi c'era il mediano che prima di introdurre, dava la bòtta al suo loosehead per avvisarlo, guarda che ora introduco, adesso spingi. 

martedì 6 novembre 2012

Mettere a frutto i talenti

Inghilterra, casa madre del rugby - basta la parola stessa e un numero classico:  un milione di praticanti.  E' l'invidia dei Paesi grandi come la Francia e meta irraggiungibile per quelli piccoli ancorché addicted come il Galles o la Nuova Zelanda. Si, il rugby come lo conosciamo ora - o quasi   - sarà anche nato lì come si narra (non è vero: s'è giocato  ovunque ed evolve da sempre, almeno dai tempi dei legionari romani) ma sta di fatto che gli inglesi non hanno mai dormito sugli allori, come han fatto purtroppo per loro col calcio, pagandone ancora adesso le conseguenze.

Non lo fanno neppure oggi e siamo arrivati alla fine del preambolone per arrivare alla notizia: a tre anni esatti dal Mondiale 2015 di Londra, la Rugby Football Union per bocca del Chief Executive Ian Ritchie, del responsabile del Rugby Development - da loro c'è - Steve Grainger assieme al giocatore inglese con più caps della storia, Jason Leonard, hanno presentato il Master Plan "Participation Legacy" titolato 2015 and beyond.
Si tratta delle guidelines per lasciare al Paese e al Mondo intero del rugby una eredità in solido (legacy appunto), in modo che i Mondiali non passino di lì per caso, incidano nel profondo  e non lascino le cose come stavano prima.
Ah la mentalità anglosassone: sintetica, straight to the point, a volte anche retorica ma mai bizantina, obliqua ("florentine", si traduce non a caso da loro), senza vane trombonate. Soprattutto niente fuffa qualitativa: son buoni tutti, persino i partiti politici italiani, a fare un programma senza commettersi in precisi traguardi quantificabili.
Così il piano per costruire l'eredità rugbistica da lasciare al Paese col progetto Mondiali, è articolato in sette obiettivi  precisi e quantificati; elementari se vogliamo, addirittura minimalisti non per risorse ma per il contesto apparentemente poco exciting, fatto di basics e low profile. Robe che in Italia si lascerebbero presentare e gestire al sottocomitato. Qui invece se ne occupa il capintesta esecutivo, il responsabile dello sviluppo del movimento e una leggenda:   solo chi semina e quindi ara nel profondo, poi raccoglie.
I punti su cui la Federazione inglese si focalizzerà dunque, letti da un italiano:

1. Strutture: da noi si inizia col censimento - manco sappiamo dove siamo e su cosa possiamo contare; in Inghilterra si parte con lo stanziare 10 milioni di sterline che ne faranno muovere altri 25, per ,igliorare le strutture dei club della nazione. Non stiamo parlando del nuovo Stade de France né degli stadi dove si giocherà il mondiale: i soldi andranno "a pioggia" ai campi e campetti di oltre 500 club,  a finanziare gli equipaggiamenti, le magliette i sistemi di drenaggio del campo, i nuovi spogliatoi etc.etc.
2. Personale: un milione di sterline investite in Accademia, questa è la sintesi. Con l'avvertenza che da loro Accademia significa ... anziani, cioè sviluppare maestri prima che allievi. L'obiettivo è  formare nel periodo più di 6.500 (seimilacinquecento) nuovi arbitri e coach. Elementare Watson. Non solo maestri ma anche ... no non allievi bensì "bidelli": la Federazione pianifica di  contribuire ad attirare nei club più di 5.000 nuovi volontari. Gli allievi poi arrivano da sé, se ci sono le strutture  in place e il personale che le rende funzionali.
3. Scuole. Lancio del programma "All School" che ha come bersaglio le 4.000 scuole secondarie inglesi dove NON si pratica rugby: interessante per l'Italia? L'intento è di incentivare gli istituti con pacchetti di risorse a loro dedicati, al fine di raggiungere col rugby un milione di ragazzi in più. Immaginate l'efficacia di un piano analogo nelle scuole italiane, esposte a tagli di ogni tipo che ne falcidiano la capacità di erogare il tempo pieno.
4. Ex giocatori: la Federazione inglese destinerà risorse per recuperare una quota - si parla di migliaia -  di 16-24enni che han giocato ma che per qualsiasi motivo si siano allontanati, per riportarli nei club con qualche ruolo anche attorno se non dentro il campo. Si dirà che noi non abbiamo quel problema, semmai l'opposto e invece no, gli ex perduti ci sono anche da noi: uno sta seduto sulla mia sedia, anche se non ha più 24 anni.
5. Touch rugby: fare in modo di avere 15.000 muovi giocatori di touch, mediante la costituzione di 200 nuovi club e 100 centri basati nelle Università. Modo furbo e ludico, poco invasivo per attirare gente nel "tunnel".
6. Fuori dall'Inghilterra: promuovere e approfondire i legami con almeno 15 realtà nazionali dove il rugby sia in fase di sviluppo. Altro modo furbo per creare legami e selezionare giovani promettenti.
7. Cultura del rugby: dall'arte alla fotografia, l'intento è trovar scuse affinché si parli costantemente di rugby nelle Comunità. Non nelle televisioni, tra la gente. Poi magari il servizio al tiggì o a Buona Domenica ci scappa pure.

Meditate gente, meditate.
In una delle parabole meno amate da preti popolari e dai buonisti, quella dei "talenti", Gesù apostrofa così il servo sciocco che aveva nascosto l'unica moneta datagli dal padrone per paura di perderla, invece di farla fruttare: "Toglieteli dunque il talento, e datelo a chi ha dieci talenti. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre: là sarà pianto e stridore di denti" (Mt 25,14-30; cfr. Lc 19,12-27). E' esattamente questo: chi ha tanti praticanti pianifica la sua legacy e mette a frutto i talenti che ha; chi ne ha pochi come noi, se continua così a vivere di contingenze e a non partire mai dalle fondamenta, perderà anche quel poco che gli resta. 

giovedì 4 ottobre 2012

Anche gli arbitri mangiano fagioli

Anche i migliori arbitri come gli angeli, ogni tanto fan delle ... puzzette.
La Irb ha stabilito che fu un "errore umano"
dell'esperto arbitro internazionale Alain Rolland e dei suoi assistenti, a lasciare in 14 per quasi dieci minuti i Wallabies nel finale del match contro il Sudafrica di sabato scorso. Partita abbondantemente persa dagli Australiani, non è quello il punto: ne facciamo cenno non per contestare il risultato né tantomeno biasimare (troppo) il saputello Rolland, il quale "cade" in un errore invero sottile come vedremo, mentre altri arbitri semplicemente non sanno che pesci pigliare in casi ben più frequenti e palesi, tipo ruck o mischia ordinata.

Ricorderete cosa accadde lo scorso weekend, nella partita del Championship tra Sudafrica e Australia a Pretoria: al 71' il tallonatore Tatafu Polota-Nau stava per essere sostituito da Saia Fainga'a ma l'arbitro fu avvisato che l'Australia aveva già effettuato sette sostituzioni, pur essendo non ancora entrato uno dei sette in panchina, Fainga'a appunto. Era stato il pilone Benn Robinson ad entrar due volte, da titolare e poi come sostituto, a mettere in confusione i quarti quinti o sesti uomini "in nero". Rolland negò il cambio - notevole lo sguardo da elettroencefalogramma piatto di capitan Sharpe mentre l'arbitro gli spiegava il motivo: ooookkkeiii...
Una decisione pesante, che lasciava i Wallabies in 14 e imponeva mischie no constest (oltre ai lanci in rimessa di un pilone) per il resto della partita.
La Irb ora chiarisce come interpretare la Law 3.12 exception 2,  che dalla lettera parrebbe dar ragione all'arbitro: "Un giocatore sostituito può rimpiazzare un giocatore della prima linea che si è infortunato (...) a meno che (...) la squadra abbia usato tutti i rimpiazzi e sostituzioni concessi". Quindi "tutti i rimpiazzi e sostituzioni concessi" va inteso come "numero di sostituti concessi" (sette giocatorim nomi e cognomi) e non quantità di sostituzioni effettuate

A mio modesto avviso Rolland commise anche un altro errore: quando a Fainga'a viene impedito di entrare, Polota-Nau torna sui suoi passi dicendo "change my mind, no sub". L'arbitro invece rispedisce indietro pure lui, sostenendo che era uscito "sotto osservazione medica".  Il regolamento parla di uscita obbligatoria fino al rimedio solo nel caso di "ferite aperte" (Law 3.11 a) e la lettera del regolamento consente all'arbitro di ritardare, non negare un rientro in campo (Law 3.11 b: "Un giocatore che lascia l’incontro a causa di un infortunio oppure per altra ragione, non può rientrare a giocare fino a che l’arbitro non dà il suo consenso al rientro").  La stessa motivazione presentata da Rolland pare inconsistente: non risulta che il nuovo "concussion protocol" sia già attivo. Buon senso avrebbe imposto a Rolland di concedere al tallonatore di giocare, se non altro per evitare l'intermezzo scaccia-spettatori delle mischie no contest.
Una decisione sbagliata sovrapposta a una legge male interpretata, che ha compromesso gli ultimi minuti di gioco ma fortunatamente non il risultato. Arbitri, usate di più il buon senso. 

martedì 2 ottobre 2012

Noi e la Scozia - e la pallavolo

Altri numeri, su fronte giovanile del rugby made in Italy. Ce li offre al solito GiorgioXT che pone in confronto quelli di casa nostra con quelli scozzesi. Scozzesi perché, sottolinea il nostro lettore, la Scozia ha 5,8 milioni di abitanti, uno in più del solo Veneto e uno in meno del Triveneto. E anche al di là del Vallo, non è certo la palla ovale la disciplina sportiva più diffusa, ma il calcio. E detto fra noi, è il nostro punto di riferimento da 12 anni a questa parte, che piaccia o meno, ogni volta che facciamo il conto alla fine del 6 Nations - o la Coppa del mondo. Poche squadre giovanili che giocano meno partite rispetto ai nostri competitor

Ecco il panorama d'Italia sulle squadre Under 20 (NB: sarebbe più corretto definirla U.18+8 fuori quota U.19 visto che questa stagione giocheranno '96, '95 e 8 '94... Nei paesi celtici ed Inghilterra le under sono riferite all'età compiuta al 1° di settembre): 

- Sardegna 5
- Sicilia 8 
- Puglia 6
- Centro Sud 19
- Emilia Romagna U20 24
- Marche, Toscana, Umbria, Abruzzo 27
- Lombardia, Piemonte, Liguria 38
- Triveneto 38
- Totale 165



Quanto agli Scots:
  • Scottish Borders Semi-Junior League 12
  • Caledonia Midlands U18 Div 1 4
  • Caledonia Midlands U18 Div 2 8
  • Caledonia North U18 Div 1 8
  • Caledonia North U18 Div 2 6
  • Edinburgh & Lothians U18 League 12
  • West Regional U18 Div 1 10
  • West Regional U18 Development League 10
  • Brewin Dolphin U18 Scottish School Cup 16
  • Brewin Dolphin U18 Central & WL Reg Plate & Bowl 8
  • Brewin Dolphin U18 Grampian Regional Plate & Bowl 16
  • Brewin Dolphin U18 High & Isles Reg Plate & Bowl 8
  • Brewin Dolphin U18 Tayside & Fife Reg Plate & Bowl 22
  • Brewin Dolphin U18 Borders & East Lothian Plate 10
  • Brewin Dolphin U18 Edinburgh & Mid Lothian Plate 10
  • Brewin Dolphin U18 Glasgow North Plate 14
  • Brewin Dolphin U18 Glasgow North Bowl 6
  • Brewin Dolphin U18 Glasgow South Bowl 5
  • Totale 185
Dalla Scozia, di nuovo in Italia per un altro confronto, stavolta con un altro sport come il volley, dove i colori azzurri sono al vertice nel panorama mondiale. In ambito maschile, si contano:

- U13 (3 v. 3): finale nazionale a 42 squadre
- U13 (6 v. 6): svolgimento fino alla finale regionale - U14: finale nazionale a 21 squadre (23-26 maggio 2013)
- U15: fase interregionale l'11 e il 12 maggio 2013 / finale nazionale a 16 squadre (30 maggio - 2 giugno 2013)
- U17: fase interregionale il 18 e il 18 maggio 2013 / finale nazionale a 16 squadre (6-9 giugno 2013)
- U19: finale nazionale a 21 squadre (27 marzo - 1 aprile 2013)


La struttura dei campionati, precisa Giorgio XT, è questa : 

 - U.15 - Fase Provinciale (almeno 8 partite) + Fase Regionale + Fase Interregionale + Fase Nazionale a 16 squadre; 
- U.17 - Fase Provinciale (almeno 8 partite) + Fase Regionale + Fase Interregionale + Fase Nazionale a 16 squadre; 
- U.19 - Fase Provinciale (almeno 8 partite) + Fase Regionale + Fase Nazionale a 21 squadre - 27 marzo - 1 aprile 2013

(Qui la prima puntata sul rugby giovanile italiano)

venerdì 28 settembre 2012

Mischia che dibattito!

Altrove - raramente da noi -  l'informazione condivide tanta bella roba.
Ad esempio giovedì su Rugbyrama s'è celebrata una conferenza a porte (web) aperte: da Tolosa in diretta chat gli Etats Généraux de la Mêléegli Stati Generali della mischia (ordinata). Attorno al tavolo nomi eccellenti: Barrière, Retière, Garuet, Moscato, Conquet, Simon, Bru, Sanchez. Tutti a condividere in diretta le loro considerazioni ed esperienze sul tema, il più scottante - in particolare in Francia in questi primi turni di Top14, con scambi di veri e propri insulti al riguardo tra rappresentati sindacali dei giocatori e classe arbitrale - e caratterizzante lo sport del Rugby nella versione Union.
Alcune delle parti più interessanti emerse dal dibattito, a giudizio personale:

- Jean-Pierre Garuet [pilone del Lourdes, nazionale dal 1983 al 1990, finalista al Mondiale 1987]: il rugby è l'unico sport in cui si trovi un combattimento otto contro otto. In tal senso la mischia ricopre un posto particolare all'interno del rugby stesso: è un mondo a parte.

- Secondo Vincent Moscato[tallonatore classe 1965, campione di Francia col Bégles] la mischia è un modo di ricreare la guerra, ritualizzandola. Questo spiega come mai il rugby sia lo sport principale praticato all'Accademia di West Point- incredibile, data la diffusione ridicola del rugby negli States; un ufficiale americano gli chiarì che il rugby possiede una dimensione tattica particolarmente interessante per formare i futuri ufficiali.

- Per Raoul Barrière [pilone, poi allenatore, nato nel 1928 a Beziers], la mischia è un "affare precipuamente latino" (frase nostra: lui dice "affare francese e argentino") perchè si fonda sulla intimidazione: in tali culture è fondamentale la pressione fisica.

- Moscato apporta due considerazioni connesse: ci sono pochi incidenti gravi in prima linea. Perché sono tutti molto ben preparati. Per cui si dovrebbe smettere di sanzionare le mischie del tutto: non sono pericolose e poi, è impossibile codificare qualcosa che non lo può essere.

- Serge Simon [pilone, classe 1967, collega di Moscato al Bégles] appoggia: per lui oggi le mischie sono diventate uno sprint. Tale scontro improvviso  è diventato troppo instabile.

- Per Simon, rifare una mischia è un paradosso. Se la prima volta non era regolare, come si fa a domandare a dei giocatori già fiaccati o dominati tecnicamente, di rifarla meglio di prima?
Per lui una mischia è una cosa inerentemente imperfetta, non può essere lineare, immobile, liscia.

- Bàrriere rimarca come il tallonatore entri oggi in mischia con gli appoggi sul medesimo asse, subendo un forte disequilibrio in avanti. E se prima le terze linee stabilizzavano semplicemente i piloni, oggi li spingono con tutta la loro forza.

- Pierre Conquet [oggi scrittore di rugby] indica come l'allenamento con le macchine di mischia sia fuorviante: sono per forza fisse, stabili, mentre si dovrebbe cercare di ricreare la situazione reale di inerente disequilibrio tra forze opposte vere, "umane".

- Nella seconda parte del dibattito, Didier Retière [ex allenatore degli avanti della nazionale francese con Lievremont] afferma che la mischia oggi è ridotta a una battaglia all'impatto. Per cui la mischia termina nel momento in cui inizia. Secondo lui dovrebbe invece venir premiata e valorizzata la fase di potenza, di spinta.

- Yannick Bru [nuovo allenatore degli avanti della nazionale francese con Saint-Andrè] afferma che "la colpa" di ciò ricade sui neozleandesi, i primi a puntare tutto sull'impatto, a valle di studi biodinamici.
E aggiunge che si dovrebbe reintrodurre un tempo di stasi, pausa, latenza nei comandi! Per valorizzare al fase di potenza, di spinta. Invece si sta facendo esattamente l'opposto.
Infine rammenta un problema apparentemente banale: le magliette aderenti di nuovo tipo sono un disastro (non solo estetico) per i giocatori di prima linea: non trovano appigli.

- Didier Sanchez [tallonatore, poi allenatore classe 1956] nota il numero di piloni stranieri presenti nel Top14: circa il 40% non è eleggibile nei Bleus.

- Interessante la posizione di Simon: imporre che la mischia sia stabile è deleterio. Se una mischia è dominante nei confronti di un'altra, è giusto che possa sfruttarlo fino in fondo. Come un pilone destro così solido e tecnico da riuscire a sbilanciare il tallonatore spingendo di traverso: se ci riesce e non è facile, perché l'arbitro dovrebbe sanzionarlo? Al limite, quel pilone si esporrà alla ritorsione degli avversari!

Tanta roba: un sacco di spunti eterogenei, affastellati e confusionari (è lo stile francese) ma tutti estremamente "centrati" ed interessanti.
Personalmente ho trovato notevole ad esempio che anche a quel livello siano in molti a raccomandare-sognare (come il sottoscritto) una deregolamentazione complessiva della mischia ordinata.  Cioè semplicemente meno interventismo arbitrale invece di cercare la sequenza di comandi perfetta.
La mischia è instabile e gira o il pilone destro "punta" il tallonatore? Laissez faire, laissez passer! Ricordo i tempi in cui l'arbitro non scandiva comandi, li dava il mediano mentre il primo controllava che l'introduzione fosse diritta. Qualcuno degli esperti notava nel dibattito, negli anni '80 una mischia durava in media dieci secondi, oggi ne prende settanta ...
Cibo per i pensieri, come si dice tra gli angli; aria fresca e pulita che è un piacere respirarla.

martedì 25 settembre 2012

Fronte della gioventù

La notizia è che in Inghilterra hanno inaugurato una nuova accademia riservata a 30 ragazzi attentamente selezionati per aiutarli nei loro progressi. Una performance academy sponsorizzata da BMW che raggrupperà giovani provenienti dall'Under 16, 18, 20 e da quelli che hanno più di vent'anni e sono ad un passo dal passare ai piani alti del rugby britannico. Saranno seguiti da specialisti, diremmo, per migliore qualità e prestazioni, sulla base dell'Individual Development Plan (IDP), con un occhio ovviamente rivolto alla Rugby World Cup 2015
Alla prima della BMW Performance Academy c'era l'allenatore della nazionale inglese Stuart Lancaster che ha voluto sottolineare la collaborazione con gli staff tecnici dei club, per assicurare l'apporto "dentro e fuori dal campo". Interessante, interessante. Un vero boot - camp come li chiamano da quelle parti un corso di formazione integrale. In programma anche corsi di guida e dopo tutto è normale e scontato, visto chi sponsorizza e tenendo conto che la BMW ha già delle Academy nell'ambiente motoristico. La base operativa è Reading: 144mila abitanti, sede di una delle università più prestigiose di tutto il Regno Unito, distante poco meno di 60 km dal centro di Londra e casa anche dei London Irish, che disputano le gare interne al Madjeski Stadium. Ci siamo intesi, giusto? 

L'occasione è propizia per ringraziare il lettore GiorgioXT che ci ha girato un riassunto su rugby giovanile e formazione degli atleti, comparando la situazione italiana con quella di Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia, i nostri diretti rivali nel 6 Nations, nei campionati e nelle coppe europee. I nostri reali "concorrenti" insomma. e quindi anche modelli, perché no. Sono dati raccolti, avvisa GiorgioXT, dai siti ufficiali e nel caso qualcuno avesse da fare delle obiezioni o delle precisazioni, le accoglieremmo volentieri. Mettiamo in chiaro una cosa sin dall'inizio: i confronti se male gestiti ed interpretati fanno male, malissimo e soprattutto aumentano il senso di insofferenza. Perché da noi, per esempio, di accademie ne possiamo parlare purché siano federali - perché se non c'è la federazione, eh eh eh... Orbene, procediamo (cliccare sull'immagine per vederla in alta risoluzione). 

Francia. Oltralpe vanno a scuola. Ecole de Rugby, la chiamano infatti, per ragazzini dai 6 ai 13 anni. Sempre nella classe Minirugby c'è la categoria Minimes: sotto i 14 anni e sotto i 15 anni. Quest'ultimi ormai rientrano nel gruppo rugby giovanile e per chi prosegue giunge la qualifica di cadetto: Cadets under 16 e under 17. Oramai nel mondo dei grandi, i ragazzi diventano Crabos (sotto i 19 anni), quindi Reichel (sotto i 21) e infine Espoir (sotto i 23): le speranze del rugby transalpino, attenzione, vengono coltivate nei centri di formazione dei grandi club.  

Inghilterra. Due percorsi paralleli: da una parte i club, dall'altra ... no non la federazione ma le scuole. E quindi Club minis e School minis, dai 6 ai 14 anni, dopodiché si approda allo stadio superiore. Mentre a livello di società ci sono gli Under 16, a livello scolastico c'è il campionato Daily Mail Under 15 (ne avevamo parlato indirettamente a luglio). E se come club si procede verso il National Under 17, parallelamente si disputa il Daily Mail Under 18. Tutto alla fine per confluire nel National Under 20, quando ormai il cammino è avviato verso il club, passando per le Academy di ogni club, l'anticamera per la prima squadra. 

Irlanda. Il sistema club / school è quasi identico anche nell'altra isola, quella verde che sta a fianco ad Albione e - come vedremo - negli altri regni (o principati?) UK. In Irlanda sono folkloristici e gli gnomi li hanno anche a rugby: la base-base-base del rugby giovanile, i Leprechaun, che raccoglie i bambini sotto i sette anni. A quel punto, superato il settimo anno, si diventa  minis: come club o come scuola, fino ai 14 anni. E quindi Under 15, Under 16, Under 17 e Under 18, da una parte e dall'altra (ora è chiaro, no?, perché spesso nelle distinte delle franchigie irlandese è indicato l'istituto scolastico di provenienza del convocato). Al vertice, prima delle franchigie, ci sono le Academies Under 20. Come dice, Connacht? C'entra nulla: da molti confusa come una Super Accademia sul campo, un po' come la nostra Tirrenia iscritta alla Serie A, nella realtà è una Regione come le altre tre, solo meno sviluppata. 

Galles e Scozia. Dunque, sempre minis per cominciare: club or school, doesn't matter, dai 6 ai 14 anni. I percorsi nei due regni sono similari dal momento che in seguito subentrano squadre - e campionati -  Under 15, Under 16 e Under 18. La differenza sta nel fatto che in Galles ci sono i campionati National e Regional, mentre in Scozia sono National o School. E se in Galles si approda alle Academies Under 20, in Scozia si continua con l'università: c'è l'Under 20 Development League e c'è l'Under 20-22 University (mens sana in corpore sano). Chiude il cerchio con la prima squadra l'ultimo tassello di sviluppo scozzese, l'Elite development Players. Da notare come anche in Galles le franchigie abbiano rafforzato i rapporti con la sfera scolastica e pure accademica, offrendosi di garantire il sostegno logistico affinché gli atleti possano proseguire gli studi e nel contempo essere tenuto sott'occhio per una carriera professionistica.

Siamo alfin giunti all'Italia. Prima della "rivoluzione Gavazziana" annunciata, con 24 centri giovanili e altri 12 Accademie, il percorso è questo: il Minirugby raggruppa Under 6, 8, 10, 12, per quindi passare agli Under 14 e Under 16. Da quest'ultimi inizia ad attingere l'Accademia Under 18, che a sua volta è serbatoio per l'Accademia "terminale" di Tirrenia. Nel mezzo tra la Prima squadra e le giovanili c'è ancora uno step, l'Under 20. In Prima squadra approdano gli atleti provenienti sia dal settore giovanile "normale" che dalla formazione in Accademia - accade pure con la Zebre, la franchigia federale di Pro12 che nei comunicati stampa esattamente come la Nazionale,  invade di asterischi le formazioni, ad indicare quanto formino bene a Tirrenia e quanto meritevoli siano quelli che han pensato di investirvi ... nessuno sa quanto.

Raccontato com'è, ora un rapido commento per non lasciarvi "soli" come fan tutti davanti a cifre e fatti.
Primo elemento che salta all'occhio, da noi c'è uno step ogni due: se altrove c'è una squadra Under per ogni anno tipo classi scolastiche, da noi gli si fa fare due anni in uno. Qui dopo la U16 c'è la U18; la cosa è storica, è così in quasi tutti gli sport di squadra (l'antica suddivisione Cadetti, Allievi, Juniores). La cosa più grave è che altrove la squadra Under qualcosa implica che esiste un campionato in cui gareggiano gli Under qualcosa o addirittura due - National e Regional come nel Galles; da noi non è assolutamente detto. Clamoroso è il caso di Tirrenia, iscritta alla serie A invece di creare un sano e utilissimo campionato U20, magari con un paio di "fuori quota" per team.
Esperienze "diradate" e sporadiche, expertise concentrati in alcuni punti di un territorio non solo dieci volte più vasto del Galles ma anche mille volte più densamente popolato, con tutti i problemi di spostamento che ne discendono. Trovar mamme disposte a mandare il loro figliolo Under16 a studiare in collegio anche solo 50 kilometri da casa?! Ma anche i ragazzini stessi: la fidanzatina cheffà?
Non credo che la soluzione sia "infittire" le Accademie Federali; buon senso direbbe, piuttosto si incentivino i vivai dei club locali, facendoli monitorare regolarmente da tecnici - ispettori itineranti (far muovere pochi adulti e non tanti ragazzini) e le Accademie siano dedicate a formare i formatori, con richiami periodici, senza diventare una sorta di "colonia marina" stile Ventennio Fascista. Ah, e facciamoli giocare 'sti ragazzi, creiamo campionati per loro! Invece da noi la diffidenza generalizzata e l'ossessione per il mantenimento del Potere  ad ogni costo, portano a confondere "controllo" e "regole" con "proprietà diretta". E così si emargina il privato, prono a inconfessabili obiettivi di lercio profitto; al suo posto c'è un ... "pubblico" poco pubblico, dai bilanci occulti, dalle pratiche oscure e ricolmo di parenti. Sonnolento e inefficiente quindi, come ogni ministero. 

lunedì 20 agosto 2012

Mind your head, sir

La stagione regolare per i campionati europei che è ormai alle porte - o che è già cominciata come in Francia con il Top 14 - porta con sé alcuni cambiamenti nel regolamento: dall'ingaggio in mischia al tempo a disposizione per i mediani di rimettere in gioco il pallone fuori dai raggruppamenti. C'è dell'altro che si muove nel frattempo, come mostreranno le partite di Premier: più assistenza agli arbitri, più attenzione nei riguardi dei giocatori per quanto riguarda le concussion, vale a dire commozioni celebrali e più in generale i colpi alla testa. 

Sul primo punto, già se ne era parlato lo scorso marzo quando il match tra Gloucester ed Exeter Chiefs era stato seguito da un TMO nonostante l'assenza di telecamere visto che l'incontro non veniva trasmesso in televisione: a sedere di fronte al monitor c'era però Tony Spreadbury, vecchia conoscenza della classe arbitrale inglese. I TMO valuteranno i placcaggi alti e pericolosi, l'intera azione che porta ad una meta nel caso il referee ritenga necessaria una supervisione e assicureranno il collega in campo che il pallone sia passato davvero in mezzo ai pali nei casi di trasformazione dubbia. E se i club della Premier chiedono che il Television Match Official sia presente su tutti i campi, per ora si fanno riferimento alle partite che saranno trasmesse Oltremanica tanto dalla ESPN quanto da Sky Sport. 

Più "poteri" (meglio forse dire spazi più larghi di manovra) per i TMO (previa richiesta dell'arbitro) e più controlli per quei giocatori finiti a terra per un brutto colpo alla testa. Anche della prevenzione delle concussion si discute da tempo e nuove misure saranno adottate da settembre, quando la Premier partirà ufficialmente. Gli atleti potranno non solo essere sottoposti al Maddock test, con il quale si valutano immediatamente le condizioni dell'incidentato per quanto riguarda memoria, funzioni celebrali ed equilibrio: come nei casi di sostituzioni per sangue, potranno lasciare temporaneamente il terreno per essere sottoposti ad ulteriori esami. Notare come il regolamento vieti che il nuovo entrato possa presentarsi alla piazzola per i calci (il Bloodgate insegna). L'arbitro comunicherà il cambio sia parlando con i collaboratori che indicandolo con un gesto: tre tocchi sulla testa. Tutto ciò è previsto dal nuovoo protocollo chiamato Pitch-Side Concussion Assessment (PSCA). Nel caso dai seguenti accertamenti dovesse risultare un sospetto di commozione cerebrale, la sostituzione diverrà automaticamente definitiva. 

lunedì 25 giugno 2012

Dual registration, un modello

 Una volta gli italiani erano maestri ad adattare ed adattarsi; oggi invece più il mondo si globalizza, più timidi impauriti e chiusi paiono diventare. Ehhh ma noi mica abbiamo le risorse dei francesi ... WTF, siete mai stati a Castres, par di essere ad Ascoli Piceno, con tutto il rispetto!
Sarebbe invece così semplice e pure interessante e motivante, guardare cosa fanno gli altri (quelli più bravi), adattarlo e portarlo nella propria provincia.  Nulla di male a copiare bene, è  un approccio di management molto diffuso con tanto di nome altisonante -  Best Practices - traducibile in "perchè perder tempo a reinventare l'acqua calda, quando basta copiare da chi l'ha già scoperta?". Non si tratta di ingegneria superiore: per avanzare e far bene nel rugby sotto il profilo organizzativo, basta passione, apertura mentale, curiosità, disponibilità a mettersi in discussione, saper le lingue (cioè le mentalità) e spostare baricentro e mirino all'estero. Nel nostro piccolissimo, è l'ispirazione di questo blog.

Arriviamo alla notizia - spunto di riflessione per la Provincia dove ancora ci s'accapiglia sul tipo di "separè" da tenere tra Celtiche ed Eccellenti.
Il club londinese dei Saracens annuncia il rinnovo di un accordo di dual registration (doppio tesseramento) di atleti con il Bedford, club che milita nella Championship (equiparabile all'Eccellenza italiana).  Sulla base dell'accordo nove giocatori dei Sarries saranno tesserati anche nell'altro club (più uno, Luke Baldwin, che sarà oggetto di un loan - prestito - per tutta la stagione) e da esso potranno essere schierati, in accordo con le esigenze concordate.
I nove sono: Will Fraser (back row), George Kruis (second row), Ben Ransom (full back), Scott Spurling (hooker), Sam Stanley (centre), James Short (wing, nella foto), Duncan Taylor (centre/wing), Mako Vunipola (prop), Jackson Wray (back row).
L'accordo era già stato siglato la scorsa stagione e riguardava otto giocatori, ma per via dei Mondiali e dei conseguenti problemi di infortuni non era stato sfruttato granché. Nella prossima stagione ci s'attende un rilancio della pratica: il Ceo dei Sarries Edward Griffiths così la caratterizza: "This is a partnership between equals".
La logica è difatti il reciproco vantaggio, il famoso win-win: affinché qualcuno di quei giocatori possa esser davvero utile in Premiership e avere una opportunità di mettersi in luce, dev'essere in piena forma nel momento in cui serva, cosa che mal si concilia con mesi passati in tribuna. L'accordo consente appunto che tali atleti si tengano pronti nell'unico modo possibile, giocando, e facendo fare nel contempo il salto di qualità al club della Championship (avremmo voluto aggiungere con sarcasmo rivolto ai provinciali de'noantri"falsando il campionato", ma ci auto censuriamo per carità di patria).

Nove doppi tesserati. Tra club formalmente e fiscalmente indipendenti. Capito perché vien da ridere, quando da noi si sente parlare di massimo tre/cinque "permit players" a stagione? In Premiership si fa l'esatto opposto, i club Pro apportano giocatori al campionato SemiPro in quantità, mentre da noi franchigie celtiche federali vengono costruite sottraendo giocatori al campionato nazionale. Tale "tratta" non "falsa" forse  il campionato d'Eccellenza? Mah ...
Giusto per venire a noi, in epoca di campagne elettorali federali e quindi di promesse di cambiamento e rrriforme.
Non si ritiene opportuno, per una serie di motivi più livellatori verso il basso che egalitari, tornare alle situazioni passate, quando le Società Italiane di Rugby eran libere di iscrivere le seconde squadre ai campionati inferiori? Era soluzione normale, lo "stato di natura": c'erano Allievi, Juniores, seconde e prime squadre, senza soluzioni di continuità.  Va bene, ecco allora una alternativa inglese potabile e referenziata, la possibilità del "doppio tesseramento": un interessante compromesso, cambiando ovviamente quel che c'è da cambiare per adattarlo alla nostra piccola provincia antica.
Questo è solo un esempio di Best Practice importabile a costo zero e benefici infiniti. Non ci vuol tanto a dare un'occhiata attorno fuor di Provincia e copiare quel che di buono c'è già, invece di farsi venire tante "belle idee" si, ma purché siano "nel segno della continuità con gli ultimi sedici anni", come ha detto il candidato presidente dell'establishment - tradotto, purché non disturbino le rendite acquisite e le cadreghe degli amici. 

martedì 19 giugno 2012

Azzurri, dove tirare?

Se il Sei Nazioni era unanimemente considerato troppo presto per poter vedere "la mano" di Coach Jaques Brunel sulla nazionale Azzurra, si può ricavare qualche indicazione dai due test match Azzurri di giugno sinora effettuati? Dopotutto il coach ha pressocché completato lo staff ed ha approfittato del livello medio degli avversari per darsi agli esperimenti, asserendo che il primo obiettivo del tour è quello di "allargare la rosa".
Tralasceremmo in questa fase analisi delle prestazioni dei singoli. Il momento stagionale è pessimo e inoltre siamo convinti che sarà la prossima stagione Celtica e in parte anche Eccellente, quella che dovrà dire chi c'è e chi no, vecchi e nuovi, inclusa una ultima chance concessa a cavalli di ritorno su cui molto s'è investito come Bocchino e Tebaldi. Ci sembra invece effettivamente il momento di provare a cogliere qualche elemento della filosofia Bruneliana, inserendola in considerazioni generali sulla direzione dove pare spingere l'aria che tira ai livelli alti del rugby, per quel che stiamo vedendo nei Test Match.

Vista da lontano, la sconfitta con i Pumas (o erano i Jaguars? Non fossero stati ufficialmente impegnati nella Nations Cup ...) è stata chiaramente imputabile ad errori in fase di non possesso - volgarmente detta "difesa". La prima meta evitabile con un minimo di attenzione, nella seconda a un pilone 35enne in disarmo è stato concesso di correre come fosse un centro, nelle altre due mete nel finale i nostri arrivano con la lingua fuori - e non alla Maori. In fase di possesso - "attacco" -  gli Azzurri sono arrivati alle marcature grazie alla solita vecchia mischia: una meta di penalità, un'altra su guizzo del mediano da dietro una mischia ordinata.
Invece Brunel ha nella sua analisi posto l'accento sulle perdite di possesso degli Azzurri, sia in termini di errori di handling che di scelte tattiche: "Non si possono perdere così tanti palloni come abbiamo fatto sabato scorso. Diciannove possessi regalati e tredici scelte sbagliate nel gioco al piede hanno fatto la differenza a favore dei Pumas. Mi aspetto progressi in questo senso: gioco al piede migliorato ed una migliore conservazione della palla". Non una parola sugli errori in fase difensiva.
Saremo anche arroganti come pensa qualcuno ma non siamo presuntuosi: se il coach non l'ha detto non è perché non se ne sia accorto, del peggioramento nella solidità difensiva e nella tenuta fisica (i fatti sono collegati) rispetto ai tempi Mallettiani. Anche perché s'era già notato nel Sei Nazioni. Ci siamo fatti l'idea che Brunel stia procedendo in modo focalizzato: per la difesa c'è tempo, la si (ri-)metterà a posto più avanti, ora si tratta di rivoluzionare l'approccio classico del rugby italiano, arrivando ad imporre l'iniziativa agli avversari, banalmente tenendosi più a lungo il possesso e provando a sfruttarlo allargando il gioco.
Idee corroborate dai commenti post vittoria col Canada, dove per Brunel la squadra ha saputo rimontare "dimostrando maggiore convinzione" e "di essere realmente scesa in campo per vincere", ma rimane che ''abbiamo commesso ancora qualche errore di troppo nella trasmissione della palla". Focus sul mantenimento del possesso; anche lì la meta la facciamo con una maul ...

Per gli errori di handling c'è poco da fare: si tratterebbe di provare provare provare, oltre che organizzare il gioco dietro e in generale in modo il più produttivo  e "espansivo" possibile. C'è però una scuola di pensiero, quella Vittoriana (da Vittorio Munari), la quale sostiene che la fiducia e lo stimolo non bastano. Le abilità con le mani e coi piedi sono basic skills, cosa affatto diversa dagli schemi tattici, non te le insegna l'allenatore di prima squadra né tantomeno il ct  della nazionale: o le hai sviluppate da giovane o non le avrai mai. Purtroppo ha ragione: funziona così in tutti gli sport, salvo rarissimi casi di teste quedre capaci di applicarsi alla morte e migliorare anche in età matura. Ci vorrà una intera generazione per ovviare, ammesso si parta ora e badate, da quelli di otto nove anni, altro che Accademia a sedici-diciotto! Comunque ci sono le scorciatoie: nel passato gli oriundi, ora gli equiparati.

Gli errori possono essere anche tattici, cioè calciare via il proprio possesso in modo poco appropriato o addirittura pericoloso. Guarda caso, il tema hot del rugby di altissimo livello è proprio il kicking game, la singola causa più importante delle vittorie del rugby australe in questo scorcio di stagione.
Il rugbista italiano medio invece appena sente parlare di piede, immediatamente fa scattare l'associazione mentale con l'apertura. Quaggiù siam tutti orfani inconsolabili di Diego Dominguez, non ce ne siamo fatti ancora una ragione. Brunel tuona contro quelle "tredici scelte sbagliate nel gioco al piede" e tutti, anche nei giornali (IlGazzettino ad esempio) si voltano a guardar Kris Burton. Beh, forse un po' ne ha calciate anche Tito Tebaldi e prima di lui Ugo Gori a San Juan. Forse più che non Kris. Invece di associare piede ad apertura tout court, faremmo bene a scindere i problemi.
Problema uno, identificare un piazzatore degno di tale nome e dargli fiducia; c'entra nulla col gioco tattico e a rigore nemmeno con l'apertura, può essere l'estremo, un centro o un'ala. Dobbiamo solo metterci in testa che è figura indispensabile per il pack prima che per i trequarti: se il gioco abrasivo davanti non viene finalizzato con regolarità, le sensibilità dei primi otto vengono frustrate, poverini e non c'è nulla di più destabilizzante che far fatica per niente.
Problema due, comprendere come il gioco moderno sia diventato così veloce che la maggior parte delle scelte tattiche, calci inclusi, volenti o nolenti le compie il mediano; quando la palla arriva all'apertura è già troppo tardi, con tutte le "spie" in giro di opzioni non ce n'è più.

C'è anche di più: le Australi han capito presto che per via delle nuove interpretazioni arbitrali sul punto di incontro, oggi è un attimo beccarsi una punizione contro in fase di possesso palla, durante le percussioni dei propri avanti a risalire il campo. Infatti è sufficiente che chi porta il sostegno al placcato, scivoli un attimo avanti o scalzi il grillotalpa avversario malamente, ed è fischio per sealing off. Esageriamo per spiegarci, ma non siamo tanto distanti dalla realtà dei fatti.
Ragion per cui, sin da prima del Mondiale i Neozelandesi e poi gli altri del Sud han deciso che quando si è nella propria metà campo, il gioco di risalire il campo tenendo il possesso non vale la candela, si deve preferire il tirar via di territorio, andare a giocare lontani dai propri pali. Da cui la rinascita dei calci tattici di spostamento.
Se ne stanno accorgendo anche i Boreali più svegli: sapete dove han portato l'intera nazionale irlandese poco prima del secondo Test? A vedersi la gara due dello State of Origin, il massimo dei massimi del Rugby League: per guardar bene tra l'altro, come si fa a dar via il possesso ogni sei fasi nel modo più indolore e possibilmente più produttivo.
Da opzione "passiva", la rinascita del kicking game tattico s'è difatti già sviluppata in "attiva": nel SuperXV e nei Test Match il calcio si calibra (alto per i sudafricani, preciso per i neozelandesi) in modo che ovale e pressione difensiva arrivino sistematicamente assieme sul malcapitato che riceve. Abbiamo visto gli All Blacks recuperare tutti i propri calci di ripresa del gioco contro l'Irlanda - la singola scelta tattica più innovativa di tutta la partita; non è un caso che Israel Dagg si sia beccato un giallo proprio mentre portava pressione a Kearney su palla alta, è un rischio calcolato.

Se inquadrata in tali sviluppi Mondiali, a nostro avviso la ramanzina di Brunel avrebbe senso. Ma allora sarebbe stato più corretto prendersela anche con una linea che non sale veloce o con la latitanza di "frecce" deputate a portar pressione, stile Habana e Pietersen  - morirò col sogno irrealizzato di una Italia che attui un gioco d'attacco "alla sudafricana": linea difensiva che sale composta, frecce dai lati a fiondarsi alternativamente sulla palla calciata e tutto il resto è testate; sarebbe così adatto alla nostra mentalità.
Peccato che la priorità Bruneliana paia invece esser legata al mantenimento del possesso: mentre le Grandi s'interrogano su come gestire al meglio il non-possesso (calci tattici e ripartenze), noi ancora una volta ci troveremmo un giro indietro. Fatalità, è anche la impasse in cui si dibatte il rugby francese, l'unico potenzialmente all'altezza di quello Australe in modo non episodico.
Nella realtà gli All Blacks non da ieri fanno delle ripartenze al cambio del possesso la loro vera arma vincente. E gli Springboks o meglio gli Stormers per adesso, fanno dello scrambling difensivo in caso di possesso perso la miglior medicina per tamponare gli errori, inevitabili quando chi ti sta davanti è all'altezza di portar pressione.
Appunti tattici presi in fretta, in attesa di capirne di più in un ammasso di roccia appena appena sbozzato dal maitre pirenaico.

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