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domenica 6 ottobre 2013

La miglior partita dell'anno

Sudafrica - Nuova Zelanda:  degnissima, epica sfida prima contro seconda, in tempi di "diluizione" delle altre in caduta libera nel ranking - Australia e Argentina a Rosario han confermato con quel gioco costantemente "rotto", individuale e prono agli errori, il gap attualmente intercorrente tra le prime e le seconde due.
C'è stato tutto in questa partita: la sfida aperta, la suspence, il pallino in mano ora all'una ora all'altra, la fisicità solidale dei sudafricani e la mai fredda, sempre vitale expertise All Blacks. 

RSA
Score
27
Team
NZL
S
38

South Africa versus New Zealand

PlayersHabana (18min, 20min), le Roux (46min), de Villiers (58min)Tries4Tries5PlayersSmith (12min), Messam (26min, 41min), Barrett (61min), Read (65min)
PlayersSteyn 2/4 (50%)Conversions2Conversions5PlayersCruden 3/3 (100%), Barrett 2/2 (100%)
PlayersSteyn 1/1 (100%)Penalty goals1Penalty goals1PlayersBarrett 1/1 (100%)
PlayersDrop goals0Drop goals0Players

La conclusione forte è che anche per quest'anno non ce n'è per nessuno, le speranze europee per il novembre di Test si riducono. Gli All Blacks si prendono il torneo ma questo era già abbastanza scontato (avrebbero dovuto perdere subendo più di quattro mete e senza prendere bonus difensivo); soprattutto respingono la sfida aperta dei rampanti sudafricani e li battono ancora in casa.
La posta in gioco di fatto non era il titolo nel The Championship - che comunque male non fa; era piuttosto la vittoria del duello. Siamo a metà del cammin verso i mondiali di Londra e gli Springboks, ancora un po' verdi nel senso di inesperti ma fisici e coesi come non mai, gestiti alla perfezione minimalista dai due registi Fourie Du Preez e Morne Steyn, eran pronti e motivati, alla luce dell'andamento della gara d'andata, a piantare un potente picchetto difficile da svellere: in 15 contro 15 vinciamo noi. Gli All Blacks han raccolto la sfida e rivelato immediatamente cosa fossero venuti a fare: la Kapa O' Pango dice son lì per vincere ad ogni costo, senza calcoletti di punti di bonus, come novelli Saturno per troncare nella culla le velleità dei pretendenti al trono supremo.
Prima di andare a vedere come i Tutti Neri han mantenuto l'impegno preso davanti a tutti, una parola di plauso all'arbitraggio: Nigel Owens ha dimostrato a tutto il mondo come si arbitra. Ha usato l'autorevolezza coi giocatori ma anche coi collaboratori a partire dal Tmo, mai lasciato solo con la sua moviola ("io ho visto così e colà, confermami che è andata così") e soprattutto correndo, fin a quasi strapparsi alla fine (è sempre col fiatone alla fine delle interminabili fasi e controfasi: bravo). Ha mostrato inoltre come si arbitrano in particolare gli All Blacks: senza farsi intimidire, tanto si adattano e vincono lo stesso; certo che viaggiare a una media di due puniti a partita prima o poi diventerà tosta anche per loro, ci ricordano l'Inghilterra pre-mondiale.
Altra nota pre-cronaca: quanti esami dovrà ancora superare Beauden Barrett prima di sottrarre definitivamente la titolarità della maglia numero 10 All Blacks al più fragile e anche meno preciso Aaron Cruden? Un motivo in realtà c'è ed è il gioco tattico (con buona pace di quelli che ancora adesso "gli All Blacks giocano espansivo, i sudafricani calciano") ed è la ragione per cui Dan Carter è ancora nel giro.
Ultimo elemento preventivo: la prestazione sudafricana è stata enorme, epica, grandiosa, meritevole di miglior fortuna. Ma non è la fortuna quella che è mancata; han trovato i veri numeri uno, la coesione c'è e la copertura dei ruoli anche come i rincalzi ma han bisogno di fare esperienza, di maturare ulteriormente: le scelte, la disciplina (che è già in via di miglioramento), la capacità di finalizzare quando si deve farlo. Una serie di dettagli che analizzeremo. Ne hanno il tempo: ci sarà un altro The Championship prima dei Mondiali. Obbiettivo, presentarsi a Londra come l'Australia arrivò in Nuova Zelanda?  Brrr brividi: coach Heyneke Meyer pare aver scelto la strada opposta, quella calcistica di evitare il peso dei favoriti o del pericolo pubblico, definendo gli avversari "la squadra più forte del mondo" per diverse volte in conferenza stampa, mentre lodava i suoi giocatori.

- La cronaca in sintesi 
I primi venti minuti sono da antologia. La partita non è certo perfetta, ad esempio i sudafricani perdono il possesso nei primi due calci di ripresa del gioco (iniziale e sul 3-0 di Steyn al 9'). Ma quale intensità!
L'obiettivo dei Tutti Neri è quello delle compagini forti: macché possesso, macché tikitaka, è gestire il gioco stando nella metà campo avversa e rallentare se non fermare le avanzate altrui, attendendo quindi l'inevitabile liberazione, imponendosi poi mediante la superiorità nel gioco tattico e la capacità di sfruttare le ripartenze. Il che non significa marcare solo in contropiede o a gioco rotto ma saper gestire attivamente il possesso avversario; quando poi gli eventi portano in zona rossa, si cambia marcia e non si esce di lì senza punti. Gli Springboks invece le ripartenze se le tengono buone per l'ultimo quarto di partita, prima vogliono schiantare il pack avversario puntando al dominio davanti sia in fase statica che dinamica.
A inizio gara la tattica All Blacks è di mettere in crisi il pack verdeoro sul piano dinamico: han schierato il meglio del meglio come esperienza in terza, McCaw, Messam e Read per domare i meno esperti ultra fisici Louw, Alberts e Vermeulen; Brodie Retallick e Sam Whitelock in seconda hanno il fisico per reggere l'intimidatore Eben Etzebeth e il più aereo Juandre Kruger ed è proprio dalla loro pressione sulle palle iniziali che gli All Blacks possono attaccare. I padroni di casa reggono la prima serie di possessi avversi dentro la loro metà campo, non la seconda dopo aver marcato il 3-0: su quell'ovale recuperato, al 10' il solito splendido Read approfitta di mezzo metro di ritardo di Alberts per aprire al produttivo Ben Smith sull'estrema destra; questi riesce a piantare due difensori, convergere al centro e arrivare alla meta, al 99% invenzione pura dal suo cappello più che capacità corale di aprir varchi. Ma grande squadra è anche grandi individualità. A proposito di individualità, Israel Dagg ultimamente un po' discusso, apre alla grande con un paio di incursioni ma poi ripiega sulla routine del preciso gioco tattico, senza peraltro offrire garanzie "estreme" agli sfondamenti della linea difensiva e anzi soffrendo il piccolo Willie LeRoux su qualche palla alta e la velocità di JJ Engelbrecht.

E' 3-7, partita in salita per chi vuole mettere i bastoni tra le ruote ai campioni in carica. Si riparte, i Boks iniziano pian piano a imporre la propria fisicità, impegnando non solo col pack ma anche con le incursioni di Zane Kirchner la difesa All Blacks.  Già prima del 3-0, era subito chiaro che la battaglia statica è vinta dai sudafricani: Faumuina davanti soffre Mtawarira, forse il miglior numero uno mondiale con le nuove regole, mentre i DuPlessis Bros. reggono bene i veterani Hore e Woodcock.
Lo scardinamento dei Tutti Neri che pare fatale, arriva non dalle fasi statiche, in cui tra l'altro i Boks ripeteranno i soliti errori "da Bulls" - calciare in rimessa due volte piazzati ravvicinati, per farsi fregare nelle maul con le buone e soprattutto con le cattive. Comunque il varco viene trovato due volte in fila, al 17' e al 19', sempre con percussioni su sviluppi da destra verso sinistra, il lato di Bryan Habana: prima è Vermeulen a rompere il placcaggio di Hore in ritardo e infilarsi alle spalle di Ma'a Nonu, aprendo alla perfezione per l'ala, che dal lungolinea va a marcare dietro ai pali;  poi è Louw infilare la linea Tutta Nera alla ripresa del gioco, aprendo a metà campo dietro al placcatore, un passaggio in sapore di in avanti (ma anche il Tmo "premierà l'azione"); Habana riceve in corsa, calcia per se stesso a scavalcare l'ultimo difensore ed è meta splendida. Un uno-due da pugno in mezzo agli occhi, che porta i padroni di casa a ribaltare il risultato 15-7 (una trasformazione su due per Steyn). La doppietta di Habana lo rende il miglior marca-mete della storia del TriNations/Championship alla vigilia del suo rientro in Francia, scavalcando Chris Cullen.

Proprio quando i giochi sembrano farsi interessanti per i padroni di casa e per lo spettacolo, il secondo quarto inizia con un campanello d'allarme per i Boks, l'infortunio ad Habana che deve lasciare al 21'; entra Serfontein, spaesato nel ruolo non suo. I Tutti Neri reagiscono, entrano in zona rossa grazie a una iniziativa sgusciante di Aaron Smith e qualche placcaggio mancato, una volta lì dentro il contratto a cottimo impone che non si fermino, l'ultimo metro lo fa Liam Messam "abbracciato" da Retallick, a sfondare in due un improbabile Steyn prima guardia al lato della ruck. Con la trasformazione di Cruden è 15-14 al 25', partita pienamente riaperta.
Partita riaperta e riequilibrata: scontri crudi, le terze linee si dannano, nessuna prevale tranne che nelle fasi statiche sempre in mano ai Boks, l'equilibrio è di altissimo livello, gli errori ci sono ma provocati dalla pressione difensiva. Fin che arriva il fatidico ultimo minuto, l'area spazio-temporale prediletta dai Tutti Neri, momento in cui sovente infilano quelli che anelano allo spogliatoio. Stavolta il la lo dà l'infortunio di Alberts portato via in barella, lo rimpiazza Siya Kolisi che è più un openside alla Louw e il leit motif dei Boks di Meyer è all ball carrier, per parafrasare la qualifica all backs da cui deriva il nome storico della nazionale Kiwis. Tant'è, i Boks riconquistano palla due volte, la seconda volta partono con Engelbrecht - impressionanti un paio di sue progressioni in precedenza - quasi a dire, attenti che anche noi colpiamo in zona Cesarini. E invece mal glie ne incoglie: placcaggio, palla persa in avanti, recupero dei Tutti Neri, avanzata sul lato sinistro a gioco mezzo rotto, Hore apre a Messam, Kolisi è spiazzato e va mollo, evidentemente è ancora freddo: arriva la terza meta oltre la sirena e la doppietta personale per il miglior blindside neozelandese.
Si va all'intervallo sul 15-21: questi sono gli All Blacks signori, se si decide di giocarsela con loro è meglio sapere quel che si sta facendo e cosa si rischia.


I sudafricani tornano in campo decisi a rimettere le cose a posto dal loro punto di vista. Pressione, All Blacks come al solito quando sono sotto pressione seria, vanno per le spicce e "ce provano" in fase difensiva. Owens oggi però non è uno dei tanti arbitrini solo chiacchiere e distintivo: al 45' manda fuori per dieci minuti Messam, ma avrebbe potuto prenderne uno a caso del pack neozleandese, almeno un fallo l'avevan commesso tutti nel giro di 30 secondi. I Boks non stan lì a progettar come sfruttare la superiorità numerica: mentre Messam trotterella ancora in campo diretto alla panca puniti battono velocemente la punizione e LeRoux, uno dei migliori nel secondo tempo, guizza e s'allunga tra i difensori distratti fino alla meta. Tre a tre, tutti i bonus e quindi tutte le opzioni sono aperte. Con la trasformazione di Steyn è 22-21 per i padroni di casa.
Inizia la fase della gara più thriller, in cui ogni singola decisione ha un peso: anche dal booth. Hansen poco prima aveva richiamato Hore per Dane Coles  presente a referto come "Mils Muliaina" ("errore di battitura", si giustifica il management AB: incredibile "copiaincolla pigro" per dei Pro, poteva costar carissimo); Hansen inserisce anche Ben Franks per il distrutto Faumuina ma la cosa giusta è richiamare il molto targettato Cruden e inserire Barrett; invece Meyer sostituisce i fratelli Du Plessis con Oosthuizen e Strauss nel momento sbagliato, quando c'è da fare una mischia sui 5 metri avversari. La mischia è vinta ma non produce nulla, la pressione viene respinta. Meyer  cambia anche Mtawarira re della prima linea con Steenkamp, Hansen replica con Crockett al posto di Woodcock. Barrett piazza una punizione per il nuovo sorpasso 22-24 al 54' ma tre minuti dopo l'eroe è capitan Jean de Villiers, che di forza recupera palla e sfonda potente fino alla linea di meta. 27-24, quarta meta (sono decenni che gli AB non ne subiscono tante) quindi bonus offensivo; ora si tratta "solo" di impedire la quarta meta All Blacks nei restanti venti minuti e togliergli il bonus difensivo con due piazzati o una meta trasformata. Vaste programme. Non è questo il Championship l'obiettivo realistico, anche se ci provano: il vero scopo è come detto all'inizio, vincere la partita per lanciare un segnale, i punti si conteranno poi alla fine.
L'esaltazione dei grandi momenti epocali non dura molto: al 60' Barrett spegne l'entusiasmo della folla sold out di Johannesburg (63.000 presenti), inventando il break centrale nel gioco mezzo rotto che rompe la difesa, arrivando solitario in meta (nella foto). E' la quarta, quella della certezza del titolo qualunque cosa accada, il secondo Castle Trophy - The Rugby Championship su due disputati; in più la trasforma per il vantaggio 27-31. La collaborazione del colleghi a partire da Conrad Smith e Julian Savea è importante ma risulta più decisivo qualche errore non da stanchezza, piuttosto da troppa foga della rimaneggiata linea Boks, con difensori che si (sbi-)lanciano a caccia di anticipi e quindi fatalmente aprono varchi.

E' la svolta finale, l'ultimo quarto è pura sofferenza per i padroni di casa, ancora impegnati a cercare di ribaltare il risultato ma oramai nelle mani dei marpioni Tutti Neri inebriati dal sangue e dalla vittoria.
Ci prova Ben Franks a rovinare la festa facendosi cacciare per un pugno a Oosthuizen, ma i Tutti Neri in campo provano all'indispettito Hansen di poter prevalere anche in 14, difatti Kieran Read marca in mezzo ai pali il 27-38 finale (trasformazione di Barrett). I Boks che pura tanto han consumato non sono morti, arrivano in meta con un intercetto di LeRoux ma gli AB non concedono nulla: Barrett si impegna per mezzo campo, riuscendo alla fine a raggiungere l'ala, portandogli la punta del piede a sfiorare la linea. Meta evitata quindi grazie a una ulteriore prova di abnegazione individuale, il resto è garbage time.

Gli All Blacks hanno respinto l'assalto, il trono appare ancora inviolabile, sarà per un altro anno, la supremazia Australe è sancita nuovamente. Lo staff può ora concentrarsi su come intimidire le europee a novembre.
Han vinto senza nascondersi, dichiarando espicitamente di esser venuti per vincere e senza far calcoletti, onore al merito. Poi certo, han dovuto stringere i denti e serrare i ranghi in certe fasi della partita; sono stati impegnati seriamente ma non hanno mai dato l'impressione di "soffrire", prova ne siano i ribaltamenti di risultato quasi immediati.
Per i Boks s'è trattato di una prova di maturità estrema, mancata non di tanto per la seconda volta nell'anno. Il bello e anche il brutto di questi "fallimenti" (si fa per dire) è che errori ed imperfezioni ce le han messe loro, sia all'andata che al ritorno, mentre gli AB sempre quelli sono. C'è quindi spazio per migliorare.

domenica 29 settembre 2013

Il Sud Africa trincia l'Australia

The Rugby Championship - Newlands
South Africa 28-8 Australia

Il Sud Africa aveva una missione da compiere prima di affrontare l'Australia nella penultima giornata del Rugby Championship: tenere aperte tutte le porte per il big clash con i neozelandesi della prossima settimana. Ci è riuscito con il 28-8 siglato a Newlands, anche se nel conteggio manca un punto di bonus che dopo il primo quarto d'ora di match sembrava all'orizzonte. Due mete nel giro di due minuti, un colpo che manda al tappeto i Wallabies di McKenzie: è tempo di mietitura (ritardata per le intense piogge di maggio e giugno) e gli Springboks trinciano gli australiani per un tempo intero, lasciando poco spazio all'immaginazione e alla ipotesi che la ripresa possa regalare un emozionante ritorno degli ospiti. Ad arbitrare l'incontro è il francese Jerome Garces. 

Che tipo di gara abbiano in mente i padroni di casa lo si capisce immediatamente, quando Morné Steyn invece di piazzare da una distanza a lui non proibitiva passa per un calcio in rimessa nei 22 avversari, ma evidentemente il motore è ancora freddo e la maul organizzata dentro l'area non sale di giri ed infine l'ovale è perso fuori da raggruppamento quando Fourie du Preez si presenta per la raccolta. Piuttosto è Christian Leali'ifano ad aprire le marcature al 6' per un fuorigioco fischiato a Duane Vermeulen. I sudafricani sfornano nel frattempo un paio di azioni muovendo palla al largo e senza esiti notevoli, dall'altra parte Quade Cooper si fa notare più in fase difensiva, con il collega in mediana Nic White ad allontanare di piede il pallone dalla base. James Horwill ricambia il favore precedente non rotolando via sulla prima manovra che gli Springboks ci hanno abituato a vedere (inserimenti per linee verticali) e Steyn supera quota 600 punti realizzati in nazionale all'8'. E' il pareggio, il preambolo alla svolta, come da copione.
Candela dell'apertura sudafricana sotto la quale si fiondano i pezzi pesanti della cavalleria. Questa volta il fuorigioco è di Ben Mowen e il Sud Africa si affida ancora alla rimessa nella profondità nemica. Funziona tutto, il motore è caldo, Vermeulen carica per primo fuori dalla maul, quindi il biondo tallonatore Adriaan Strauss si tuffa per la prima meta del pomeriggio - Cooper cercando l'intercetto sulla trasmissione di du Preez lascia sguarnita una mattonella, ma fosse rimasto al suo posto difficilmente avrebbe retto all'urto con la prima linea boera. La prima portata è servita, la seconda arriva a stretto giro di posta ed è innescata da un ottimo Jean de Villiers che riesce a garantire qualità al forse unico passaggio meno preciso degli altri di du Preez dalla propria area dei 22: il centro quindi attacca lo spazio e trova l'assistenza all'esterno di Willie le Roux che infine assorbe la guardia davanti a lui e consegna il vassoio con la seconda portata a Zane Kirchner. 17-3 al 15', Steyn allunga dalla piazzola poco dopo.

Il black-out australiano, ironia della sorte, è lampante. Niente possesso, niente territorio. Tra ostruzioni, veli, mancanza di timing tra trasmissione e movimento i Wallabies vagano per il terreno di gioco senza una mappa in testa e si ritrovano anche in inferiorità numerica per il giallo a Michael Hooper al 27' per un placcaggio pericoloso ai danni di Eben Etzebeth. White è pressato ai lati dai raggruppamenti e calciare in quelle condizioni non facilita il compito. Quanto le due formazioni si dedicano al ping-pong, a rimetterci sono gli ospiti. Horwill, Rob Simmon e l'intera back row scompare dal radar. Non c'è difesa che tenga di fronte alle cariche abrasive dei Boks, la differenza di ritmo e velocità è notevole. L'Australia non ha appigli, nemmeno quando può tentare di organizzarsi da una rimessa nella metà campo sudafricana e getta alle ortiche il possesso. White si lancia su Bryan Habana evitando che l'ala vada in meta all'angolo, ma Steyn aggiunge altri tre punti e si va sul 23-3, punteggio che chiuderà la prima frazione: in quaranta minuti, i Wallabies riescono a mettere piede nei 22 opposti una volta, contro le sei del Sud Africa che resta in quattordici al 39' per la gomitata che Flip van der Merwe riserva Joe Tomane "placcandolo". 

Dagli spogliatoi spunta Will Genia per cercare di mettere ordine al XV di McKenzie. Cooper si posiziona più profondo e il pack ottiene un calcio di punizione in mischia con il lavoro di Ben Alexander e James Slipper, approfittando anche della superiorità numerica nell'ingaggio, ma l'inerzia svanisce immediatamente dopo che il pallone che Simmons raccoglie in cielo in rimessa cade e terra invece di finire tra le mani di Genia. 
La fasi di gioco si fanno più disordinate, sale l'imprecisione, l'Australia è più organizzata, ma non basta per sfondare. Gli Springboks si danno un tono più conservatore - intanto entra Bismarck du Plessis. Scott Fardy alla fine trova un varco, Hooper viene fermato con un high tackle davanti ai 22: penaltouche, tentativo di maul avanzante che non riesce, turnover e stavolta nell'ingaggio dà una mano anche Gurthro Steenkamp a prendersi l'immediata rivincita. Al 50' Garces arresta la corsa di Habana verso la meta: in avanti sudafricano, l'Australia prova ad allargare il gioco sulla metà campo, l'arbitro francese segnala che il vantaggio è finito e appena dopo Habana intercetta su Genia, ma quindi un fischio interrompe tutto e Garces si giustifica dicendo "my call too early" e torna sui suoi passi. 

I Wallabies si dannano l'anima con decine di fasi per fare breccia, la difesa di casa non cede, ma la testardaggine australiana costa il giallo al 66' a Vermeulen per un deliberate knock on. La superiorità di uomini schierati non è sfruttata quando il lancio di Saia Fainga'a non è conservato dalle sue seconde linee sui 5 metri. Si entra nell'ultimo quarto con il contrattacco di Leali'ifano sostenuto da Hooper, ma il riciclo all'interno è intercettato da Juandre Kruger entrato per van der Merwe. De Villies di grabber mette in gioco di nuovo Leali'ifano che cerca un impossibile dribbling di fronte a tre magliette avversarie che lo portano fuori dal campo: ritarda la ripresa del gioco e così il Sud Africa riparte da una rimessa sui 5 metri, da una ruck e dalla giocata di du Preez per la Roux che con un bel gesto atletico si tuffa braccato nell'angolo destro e segna la terza meta dei suoi al 71' (foto). Alla trasformazione di Steyn manca solo la lunghezza, arriva appena corto. 
L'ala - che proprio nel match di andata in Australia aveva marcato per la prima volta con la nazionale - taglia in diagonale poco dopo, serve all'interno Kirchner nei 22, si arriva di nuovo nei pressi del touchdown. Altro giallo, il quarto: tocca a Sitaleki Timani che si tuffa irregolarmente e di spalla su Kruger in ruck, finendo tra l'altro con il colpire Leali'ifano. L'ultimo sussulto è comunque australiano, con la fuga di Matt Toomua e Adam Ashley-Cooper arrestata dal ritorno di de Villiers. Da una dormita generale, Cooper di cross kick trova solo soletto il giovane trequarti Chris Sautia che fissa il 28-8 a tre dalla fine. 

Il bonus point non arriva, ma il resto del tagliando Springboks indica che è tutto pronto per il gran finale. Nel primo tempo fanno registrare il 71% di possesso e il 76% di conquista territoriale e in totale hanno portato 89 placcaggi contro i 161 avversari. Due allargamenti nei primi 5 minuti, poi fisicità e abrasione alla maniera consolidata. Du Preez in regia fornisce solidità, de Villiers coordina quelli dietro. Heyneke Meyer è sempre nervoso e sulle spine nel suo box di osservazione, pure quando le cose vanno per il meglio: meglio non beva troppo caffè in settimana. Per la cronaca: per la prima volta in quattro anni gli Springboks mantengono il Mandela Plate. 

sabato 14 settembre 2013

Casualties all'Eden Park

The Rugby Championship: New Zealand 29-15 South Africa in Auckland

Può indicare i feriti, i morti o anche soltanto i danni: il termine inglese casualty nei suoi molteplici significati casca a fagiolo per quanto accaduto ad Auckland tra Nuova Zelanda e Sud Africa. Era il match per dare una prima direzione alla lotta tra le due nazionali per la vittoria del Rugby Championship e poteva segnare il cambio della guardia al vertice del ranking mondiale nel caso avessero vinto gli Springboks - che invece escono sconfitti dall'Eden Park mentre si rincorrono dichiarazioni e referti medici. Ad esempio, Dan Carter potrebbe essere fuori dai giochi per sei settimane, aggiungendosi dunque a Richie McCaw ai box dallo scorso turno, per via dell'infortunio alla spalla piombato assieme alla mole di Bismarck du Plessis al minuto 15: il tallonatore ospite va a caccia dell'apertura in mezzo al campo e l'abbatte, si scatena un parapiglia tra gli avanti e alla fine l'arbitro francese Romain Poite ammonisce du Plessis per gioco pericoloso. Il placcaggio che pare portato di spalla in realtà è sì duro e senza fronzoli, ma eseguito secondo i crismi del regolamento - il fatto è che l'avanti boero arriva dal lato cieco di Carter e il contraccolpo si fa ancora più sentire. E al primo minuto della ripresa, il gigante viene espulso per un secondo sin bin, dopo essersi protetto con il gomito troppo alto su Liam Messam, colpendolo tra il collo e lo sterno. Per fair play, da riportare ciò che dice uno dei commentatori neozelandesi: "Non sto dicendo che non andava espulso, ma che il primo giallo era sbagliato". 

Il Sud Africa di Heyneke Meyer si ritrova così a disputare quaranta minuti in inferiorità numerica, sotto di sette punti e da lì a qualche istante infilato da un Kieran Reand metaman: doppietta per il Numero 8 chiamato a capitanare il gruppo: dà il via alle danze dopo tre giri di cronometro, dagli sviluppi di una rimessa laterale nei 22 avversari, propiziata da un perfetto calcio di Ma'a Nonu su un fazzoletto di terra lasciato sguarnito dall'ala Willie le Roux. Il TMO convalida e i primi appunti sono stravolti: gli Springboks che rubano un lancio dalla touche e Tendai Mtawarira che saltella dopo aver messo sotto Owen Franks nel primo ingaggio della serata. 
Ci si muove tra individualità sul filo dell'equilibrio, con Jean de Villiers e Conrad Smith che mettono le marce più alte per accelerare, invece Zane Kirchner è in difficoltà arrivando tardi sui palloni alti e facendo stoppare in un tentativo di allentare la pressione dai propri 22. Intanto Morné Steyn marca dalla piazzola. Ancora de Villiers si lancia sull'up & under di Ruan Pieenar, ma Ben Smith ha sangue freddo e replica finendo però dalle parti di B. du Plessis che lo costringe al tenuto prima di alzarsi dalla ruck con l'ovale in mano. Il penalty di Steyn stavolta non arriva a destinazione e si giunge al quarto d'ora con ciò che ne consegue - e Pieenar che si presta a fare da lanciatore in rimessa in assenza dell'addetto al lavoro. 



Di fronte agli AB che con un uomo in più tentano di sfoderare il marchio di fabbrica (frustrata offensiva a giri elevati), i sudafricani si arroccano attorno ai raggruppamenti a terra e Bryan Habana si presta al ruolo di fetcher. Ma quando la parità numerica sta per essere ristabilita, godono dei benefici di un Beauden Barritt (che ha preso il posto di Carter), determinato ad attaccare la linea difensiva, a sfidare le rocciose guardie e correre per trequarti di campo conservando il possesso una volta agguantato, C. Smith quindi riesce a dare qualità ad un pallone che rimbalza a terra e spedisce Brodie Retallick in mezzo ai pali per il 14-3. De Villiers e il socio JJ Engelbrecht sono chiamati a rispondere, sostenuti dagli otto uomini di mischia e quando alla mezz'ora il Sud Africa ha un calcio di punizione, va in rimessa: a ciascuno le proprie qualità. Jannie du Plessis e Mtawarira sono abili nel controllo del timone della maul avanzante dai 5 metri e la corazzata Bismarck arriva in porto. 
Quattro punti di distanza, la battaglia è ben lontana dall'avere un esito certo, nonostante si vada negli spogliatoi con i padroni di casa sul 17-10 per un fallo di J. du Plessis posto a guardia di Pieenar che usa il piede dalla base della ruck: Barritt non sbaglia. La risposta a fil di sirena si scontra con l'ordinata difesa neozelandese e il metro guadagnato dalla veronica di Willem Alberts sui 5 metri è presto perso. 

Al ritorno dagli spogliatoi non si presenta l'acciaccato Israel Dagg, sostituito da Charles Piutau. Come detto, du Plessis resta il tempo necessario per essere espulso (Adriaan Strauss entra, viene sacrificato Alberts) e gli AB mettono a segno il colpo del ko. C'è di mezzo nuovamente Nonu, con un grabber con la Roux che da terra riesce a trasmettere a Kirchner, ma a quel punto l'estremo è braccato da tre avversari nella propria area di meta e si riprende con una mischia ad introduzione neozelandese: l'opera è completata ancora da Read che si presenta con timing perfetto da A. Smith una volta spostata la manovra sotto i pali. 
Gli Springboks con il trascorrere dei minuti perdono i punti di riferimento, Pieenar commette due errori di fila al piede, reggono giusto nelle ruck, ma finché gli avversari non cambiano ritmo e non colpiscono per questione di centimetri: Julian Savea (che finirà nel conteggio dei feriti) innesca con un calcetto la galoppata di Read sul lato chiuso, la terza linea si tuffa per mettere le mani sul pallone che però gli sfugge dietro le gambe quando sta per finalizzare. Mancherebbe giusto una meta per il fondamentale punto di bonus, che i sudafricani riescono a difendere in inferiorità numerica oltre l'ora di gioco. Ma gli All Blacks giocano un po' alla gatto col topo, sanno che non può che essere questione di tempo. Ci arrivano con Sam Cane, rimesso a posto dopo un taglio sopra l'occhio procuratogli da una testata dal compagno Franks: controruck AB sotto le mura del castello nemico e 29-10 al 67'.

Ad operazione portata a termine, Poite si sveglia e guarda caso, i neozelandesi chiudono in 13 (gialli per Read e Nonu, con quest'ultimo spedito sulla panchina dei cattivi per un placcaggio portato veramente di spalla su de Villiers che non aveva palla; ma ci stava anche il giallo al capitano provvisorio C.Smith, richiamato per fallo professionale). Pat Lambie firma la sua prima meta in un Test Match con la nazionale sudafricana grazie alla collaborazione di Kirchner che tiene vivo un cross kick di Steyn all'altezza della bandierina a cinque dalla fine. Gli Springboks si riverseranno un'ultima volta in attacco per cercare la meta che garantirebbe il bonus difensivo che depotenzierebbe quello offensivo guadagnato dagli avversari e chiuderebbe in modo positivo la trasferta, ci arrivano veramente vicini con la solita serie di punizioni piazzabili girate in penaltouch, ma non ce la faranno. 

Serata complicata per il francese Poite, che tra l'altro detta i tempi di una mischia infilandoci "touch" e fa ripetere. I replay aiutano a concludere che il placcaggio di du Plessis su Carter era regolare e una volta avvenuto lo scontro, diversi giocatori si pigliano e con aplomb riporta la calma negli animi. Per rigenerare il fisico invece sono a disposizione due settimane. "Non abbiamo scuse", le parole di Meyer, "non penso che abbiamo giocato bene, ma ho sempre pensato che avessimo una chance dopo l'intervallo. Hanno giocato meglio di noi per 30 minuti, ma ho pensato che potesse esserci un cambiamento dopo la meta dalla driving maul". 

domenica 8 settembre 2013

This is Sparta! urlano gli Springboks da Brisbane


The Rugby Championship - Lang Park - Suncorp Stadium , Brisbane 
Australia 12 - 38 South Africa

Non piove né tira vento a Brisbane ma il risultato è pressocché il medesimo di Hamilton, Nzl, dove s'è disputata l'altra partita del turno del Rugby Championship. Solo che qui vince l'ospite, cosa sinora mai successa nella storia delle sfide tra Wallabies e Springboks al Suncorp Stadium, e ce n'eran state sette in precedenza.
 Le squadre venivano da un turno pre-pausa per molti versi enigmatico. Gli Aussie ancora perdenti in Nuova Zelanda, mostravano qualche vago segnale di ripresa all'inizio e nel finale, erosi nel mezzo dal "terminale" Ben Smith e dall' "esecutore" Tom Taylor; mentre i Boks devastanti in casa, in Argentina più che cinici erano apparsi in affanno, inchiodati su quel 17-16 a vantaggio Pumas dal 45' al 71', senza saper trovare il bandolo della matassa né con gli avanti presi a schiaffoni (inaudito!), né con la solita accelerazione dei trequarti a partire dall'ora di gioco. Il confronto diretto tra le due tradizionali "seconde forze" nel terzo turno assumeva quindi un carattere esiziale per entrambe: "push or perish" gli Aussie, mostrare se fossero per caso solo giovanotti da fortezza casalinga i Boks.

Dopo questa partita i dubbi sono stati chiariti: Wallabies rimandati a novembre, Springboks alternativa potenziale contro lo strapotere All Blacks. I ragazzi di Heyneke Meyer han eseguito alla perfezione un modello di rugby tradizionale, in apparenza quasi opposto al "gioco espansivo"; se questo si fonda sul ribaltamento del possesso in fase difensiva e sulla velocità, come tutti i modelli apparentemente solo attacco (dal calcio totale olandese anni '70 a Sacchi), quest'altro se ne frega del possesso anche se quando ce l'ha lo sfrutta e piuttosto gioca il territorio. Alla base c'è sempre grinta, muscolarità e gran fiato, un pizzico di neuroni "tattici", tanta compattezza e spirito di sacrificio; nel caso AB affidandosi alla tecnica individuale e all'affiatamento di gruppo, nel caso Boks ripetendo fino alla noia ma in modo perfetto poche cose basilari.
This is Sparta! pare da come giocano il grido che i Vermeulen di turno (in foto) lanciano forte oggi da Brisbane; parafrasando Leonida lanciano la loro sfida stile 300 ai dominatori del rugby: " Il Mondo saprà che giocatori inesperti si opposero ai tiranni del ranking, che pochi caps resistettero ai tanti e prima che la battaglia sia finita, saprà che anche i semidei sanguinano".

Oltre al punteggio, l'alto numero di errori nel ball handling è stato simile nelle due partite giocate oggi. A Brisbane non è certo imputabile al tempo umido. In sintesi, la causa degli errori è da un lato una difesa Boks impeccabile in ogni evenienza, anche quando si difendono dai propri errori; dall'altra, una ulteriore prova indeterminata dei padroni di casa, ancora sotto lo standard richiesto dal Championship. Più che un "cantiere aperto" come li definirebbe il cronista cane, per rimanere nel classico gli uomini di Ewen McKenzie paiono ventitré personaggi più staff in cerca d'autore. Con tutto il bene che vogliamo all'ex coach dei Reds e dello Stade, la ARU non poteva scegliere un momento più inadatto per cambiar coach, e meno male che il ranking Irb conta poco, adesso.
Interessante è far cenno anche all'effetto di tutti quegli errori: quel modo particolare del rugby Union di riprendere il gioco chiamato mischia ordinata. Avevamo acceso i riflettori su quel fondamentale collettivo sin da Gara Uno, sottolineando come gli Springboks ci fossero parsi la squadra che meglio aveva saputo adattarsi alle nuove regole, con buona pace delle previsioni di alcuni addetti ai lavori neozelandesi. Oggi i sudafricani hanno dominato tutte le mischie, fregandosene del repertorio trucchi, di spinte trasversali o anticipate degli avversari, mostrando in mondovisione la ricetta per gestire in modo ottimale una fase finalmente "trasparente": presa dura iniziale, attesa vigilante, tenuta mentre si tallona e/o spinta diritta in otto a palla introdotta. Come da regolamento. In pratica funziona come la seconda spinta con le vecchie regole. E' il recupero di antiche, sane pratiche. Si fanno al proposito gran complimenti a Tendai Mtawarira, una roccia, ma anche Jan Du Plessis è perfetto, in coppia col fratello Bismark al nr.2 spinge diritto i due davanti e ara il terreno. Per non parlare del suo rimpiazzo Coenie Oosthuizen, tipico giovanotto ben piazzato scuola Cheetahs.
Oggi la mischia è stata più importante della rimessa laterale per lanciare gli attacchi e rubare qualche possesso; potrebbe tornare ad esserlo regolarmente, con le attente difese dinamiche odierne e quel suo inchiodare tutti gli avanti in 25 metri quadri. E i Boks sono più "avanti" di tutti per approfittarne. Pertinente al proposito il flash di Munari in telecronaca, quando ricorda quel sano vecchio tecnico sudafricano che diceva, il giocatore più importante in campo è il pilone destro e il secondo più importante è il rimpiazzo del pilone destro.

Nel Queensland la gara si chiude quasi con lo stesso punteggio degli altri nel Waikato, con la importante differenza delle quattro mete a zero e secondo punto di bonus offensivo conquistato fuori casa dai sudafricani, contro il solo degli All Blacks alla seconda gara casalinga su tre, quindi leadership della classifica provvisoria. Merito non solo delle fasi statiche - della rimessa nemmen parliamo. Della fase offensiva Boks ha colpito la perfezione automatica del momento fondamentale della pulizia: il sostegno arriva tipicamente in coppia e rimuove in modo "coercitivo" (direbbe Molla) chiunque arrivi dopo il placcatore; della fase difensiva impressionano il commitment di un solo uomo al placcaggio mentre tutti gli altri rimangono ad addensare la linea, oltre al dinamismo anche dei più cicci in recupero: lo scrambling che è un po' il loro trademark e consente di gestire con serenità errori o rischi presi in fase di possesso. Aggiungi alla ricetta avanti impavidi e muscolari e trequarti attenti ma sempre in agguato, soprattutto dopo lo scoccare dell'ora di gioco quando ottengono license to kill, più un mediano tattico con la bombarda e l'altro precisino anche se non un fulmine di guerra: questa è la ricetta  Springboks, semplice e dannatamente concreta, easy like a sunday morning.  Ai Wallabies l'ingrato ruolo di far da sparring partners di giornata, visto il loro stato attuale un po' da "pallone frenato".

Eppure McKenzie aveva mostrato qualche interessante adattamento nella formazione: in particolare Folau finalmente estremo, lasciando in panca l'inefficace Hogg, col fisico Cummins all'ala. L'enfant gaté non ha commesso topiche ma è stato subito target delle palle alte: sa tirarle giù come pochi ma gestire quei bestioni subito addosso non è facile; lui e Cummins sono comunque stati gli unici capaci di rompere episodicamente la linea difensiva, ma il sostegno dov'era? Poi s'è visto  Quade Cooper titolare all'apertura, giocare a ridosso della linea con precisione ma scarsa efficacia: la difesa aspettava il portatore di palla, a lui lo lasciava caracollare bel bello in orizzontale mentre si ripiazzava. Compiti balistici lasciati a Leali'ifano (piazzati) e O'Connor (calci nella profondità) ai suoi lati. Tutto ha molto senso, coem la conferma del migliore di tutti Adam Ashley-Cooper ma mancano i basics, a partire dal sostegno. Altro adattamento di buon senso, l'aumento di massa e centimetri, spostando Fardy al blind side e presentando sia Simmons che Douglas in seconda linea, più l'agile Slipper col suo solito compagno Kepu al posto del più esperto Alexander e dell'indisponibile Robinson in prima. Adattamenti appunto, che non bastano all'Australia confusa e infelice di oggi.
Pochi adattamenti pertinenti quelli di casa Boks: coach Mayer - quello calmo e freddo come uno "juventino bene" allo stadio, che manco fosse in campo suo figlio tredicenne -sposta a scanso di rischi su palle alte il piccolo Willie LeRoux al suo posto, l'ala, inserendo Zane Kirchner estremo e riportando Bismark DuPlessis titolare dopo tanto tempo; a Juandre Kruger reduce dai doppi turni del campionato francese vien dato riposo extra in panca, sostituito da Flip Van der Merwe e la rimessa laterale non ne risentirà; no mercy invece per gli altri francesi Morne Steyn e Bryan Habana schierati titolari (avevan giocato pochi minuti nel turno infrasettimanale del Top14).

La cronaca - La partita prende forma nei primi dieci minuti: un errore di handling australiano e zac, il reggimento degli avanti in verde s'installa nella zona rossa, conquista terreno e manda il rilievo temporaneo Oosthuizen a marcar meta di forza nei primi 5 minuti; poco dopo è cartellino giallo a Alberts reo di aver affossato un passaggio di Genia, ma la fase in superiorità numerica termina sul 6-10, solo tre i punti  recuperati dai Wallabies che sostanzialmente non vedono quasi mai la luce dietro la fitta linea difensiva avversaria; se non estemporaneamente con Cummins, cui peraltro vien fatta sfuggire palla in avanti.
Non è facile avanzare nemmeno per i Boks, a volte frenetici e sprecisi in fase di ripartenza, oppure un filo troppo lenti con Pienaar nella distribuzione. Come detto, anche quando sbagliano i sudafricani hanno la serenità del sapere che i compagni recupereranno qualsiasi situazione; quando poi i Wallabies decidono di rinunciare a tre punti per puntare su una penaltouch a ridosso della linea di meta (due volte), vengono stroncati dalla difesa perfetta sulle percussioni multifase, così imperturbabile da costruire trappole a ridosso della propria linea di meta in cui gli avversari s'infilano commettendo tenuto. Sta di fatto che un errore nel piazzare di Steyn chiude il primo tempo sul 6-13 oltre il break. L'impressione è quella del lavoro ai fianchi in attesa della luce verde per il decollo dei trequarti, nel mentre mischie e rimesse Verdi dettano la loro legge.

Nel secondo tempo è ovvia reazione dei padroni di casa, ma non si fa tanta strada senza controllo delle fasi statiche; in più Louw guida i suoi nel frenare gli attacchi e possibilmente recuperare ovali. Son tutti big men i Verdi e come nel primo tempo gli attacchi senza sostegno Gialli non creano buchi, mentre le percussioni di Bismark, Etzebeth o Vermeulen son portate avanti a suono di rimozioni coercitive. Quando ne hanno abbastanza, è Steyn a rilanciare il gioco nel profondo del campo avverso, e risalire da lì è defatigante.
Così è scambio di un paio di punizioni a testa tra Leali'ifano e Steyn, al 53' è 12-19 e va detto che i Boks non approfittano della superiorità numerica, quando l'arbitro Clancy finalmente decente (del resto la superiorità in mischia è così evidente che nemmen io avrei potuto fischiarle a papocchio), oops il Tmo puniva Hooper per un accenno di spear tackle a gioco fermo ai danni di Habana. L'impressione è che ai Boks interessi di più far trascorrere il tempo. Di fatto quelli deò 53' saranno gli ultimi tre punti marcati dai padroni di casa.
Poi al 57' c'è il cambio delle linee - Steenkamp, Oosthuizen e Strauss più Kruger. La freschezza unita allo scoccare della fatidica ora di gioco, apre le porte del corral in cui tengono a freno i reparti arretrati: al 60' c'è la percussione sulla sinistra di Habana su palla recuperata, errore difensivo che consente metri e lancio al piede, controllo palla degli attaccanti arrembanti, apertura finale dettata da capitan Jean de Villiers attraverso la difesa ancora da ripiazzare e meta. Al 66' sul lato opposto è l'altra ala Willie Le Roux a infilarsi e aprire grandiosamente per Kirchner, il quale quasi perde palla per fare il tuffo carpiato in meta. Due minuti dopo è lo stesso LeRoux a incorniciare la sua splendida prestazione con la quarta meta.
Senza fretta e senza troppe fantasie è gran lavoro al corpo mettendoci la faccia, organizzazione nelle fasi statiche e commitment difensivo; poi lanciano i colpi del ko. Semplice, lineare, devastante. Nel garbage time che segue ci saranno un paio di chiare occasioni da meta per i Wallabies, ma evidentemente non era giornata, i soliti problemi di handling - o di convinzione? - rovinano le opportunità di chiudere con un passivo meno rovinoso.

I Wallabies lasciano virtualmente la scena di questo Championship già a metà del cammino, ultimi a zero punti. Fuori i secondi, è tutto pronto per la prossima settimana, la gara che potrebbe spaccare il torneo, anche se è in casa All Blacks e quel punticino in più in classifica a favore Springboks potrebbe venir gestito con religiosa attenzione. In ogni caso sarà confronto vero tra due modelli di gioco abbastanza divergenti, anche se improntati entrambi su grandi competenze tecniche individuali e tattiche, gran affiatamento e fisicità. La differenza sta nella velocità rispetto alla organizzazione nelle fasi statiche, alla apparente complessità rispetto alla semplicità fin disarmante - difatti è montagne di caps di esperienza contro "prestanza".
Sparta contro Atene, ma i muscoli saranno in ogni caso dispiegati e decisivi su ambo i lati: Kieran Read coi Whitelock, Luatua, Retallick etc. sono senz'altro in grado di portar la sfida sul piano della forza ad Alberts, Louw, Vermeulen ed Etzebeth. Anche senza il carisma di McCaw. Saprà la linea difensiva che ha deprivato i Wallabies, capace di non far vedere la luce dietro ad essa anche ai Dagg, Conrad e Ben Smith, Savea e Nonu? Sarà un confronto da vincere alla League, per chi saprà cogliere quel rimbalzo decisivo su un grabber ben piazzato? Finalmente una sfida di interesse e apparente equilibrio, ci mancava da fine maggio.

sabato 7 settembre 2013

Bonus bagnato ad Hamilton

The Rugby Championship: New Zealand 28-13 Argentina

Manco a farlo apposta: ci eravamo divertiti a tirare in ballo il tempo metaforicamente nei primi due turni di Rugby Championship, tra piogge e uragani ed ecco che per Nuova Zelanda - Argentina viene riservata una gran quantità d'acqua sulla provincia di Waikato. Vincono gli All Blacks per 28-15 contro los Pumas, ma alla formazione di coach Hansen manca il bonus point in attacco e nel dopo gara viene comunicata la notizia che Richie McCaw ha problemi ai legamenti del ginocchio che potrebbero tenerlo fuori dai giochi per 4/5 settimane. E' un bel match quello arbitrato dal francese Jerome Garcès che - attenzione! attenzione! - intima "roll away number 7!", indicando con il dito proprio capitan McCaw dopo aver fischiato fallo al neozelandese. Sarà per questo che piove così forte?

Battute maligne a parte, agli All Blacks bastano certe folate di vento per andare a marcare e rimediare al passivo iniziale, aggirando gli ostacoli che si presentano nel corso della gara: le imprecisioni nel passaggio di Aaron Smith e le mani molli della matricola Francis Saili: l'ovale bagnato è difficile da controllare, in più il centro si presenta con un passo di ritardo sull'assist di Dan Carter e il fumble nella metà campo avversaria è raccolto dagli avvoltoi sudamericani che riciclano veloce finché Juan Manuel Leguizamon ha la prateria di fronte a sé per correre a marcare meta dopo quattro minuti. L'Argentina si premia per il buon inizio che cancella il calcio d'inizio di Juan Martin Hernandez che finisce direttamente fuori: il pack lavora sin da subito la mischia opposta ai fianchi e per Tony Woodcock apparecchia una serata difficile con Juan Figallo che garantisce assistenza solida e massiccia nel gioco aperto. Purtroppo per i Pumas la rimessa laterale non funziona e così non riescono a piantare stabili accampamenti nella profondità del territorio nemico. 
Pressione alta, uomini sotto nel gioco al piede dove Israel Dagg dimostra comunque confidenza, gli AB tentano di replicare accelerando di off-load in off-load, ma ancora una volta la palla cade a terra persa. Conrad Smith lavora dai raggruppamenti e non negli spazi larghi, ma da dietro Dagg porta i suoi avanti con un bella pedata nei 22: il tutto manda Carter alla piazzola al 10' per accorciare e tre minuti più tardi il secondo penalty sbatte sul palo e si resta sul 3-7. A. Smith si dimentica il pallone tra le gambe del compagno in ruck e il flanker Pablo Matera di piede lo scalcia via: a proposito di terze linee, Steven Luatua detta angoli di corsa e accurati timing di passaggio, facendo da pivot sulle corsie per Ben Smith e Julian Savea. 

Nel box dello staff tecnico argentino il consulente Graham Henry discute amabilmente con Santiago Phelan: i ragazzi in campo sono diligenti, si affidano ad un gioco basilare sulla difensiva, aspettando l'errore avversario che cade nella categoria "handling errors", i primi otto uomini si danno da fare per rallentare l'azione attorno alle ruck, ma pagano dazio al 22' quando il tallonatore Eusebio Ginazu viene ammonito per il secondo fuorigioco consecutivo all'altezza dei propri 5 metri. I padroni di casa annusano il momento: penaltouche, maul dalla quale si stacca Kieran Read che esibisce skills lodevoli nel servire il libero A. Smith per la meta sul lato chiuso (foto). E' il 23' e tre minuti più tardi, dopo che Carter attacca la linea dai propri 22 arrivando nella metà campo avversaria, B. Smith sfodera un pallonetto dalla corsia di destra che rincorrono Luatua e A. Smith per gli All Blacks e Martin Landajo ed Hernandez per gli argentini: alla fine è il mediano neozelandese a timbrarlo sulla linea di meta - un letterale touchdown per il 15-7. Same old All Blacks. 
Nella pioggia di Hamilton il ritmo si fa più frenetico con l'avvicinarsi dell'intervallo, l'apertura Nicolas Sanchez rimette i suoi in scia ed Hernandez al 35' è bravissimo a coprire l'area di meta su B. Smith lanciato dal grabber di Saili. Si va negli spogliatoi sul 15-10. 

Il copione di inizio ripresa non subisce modifiche, anzi esalta il lavoro da fetcher di Matera a difesa della propria trincea. Landajo di piede rilancia i suoi, Sanchez non conserva il possesso, si passa da un lato all'altro del campo e Gonzalo Camacho subisce un doppio placcaggio, la spalla gli esce - e l'ala pure. Carter fissa il momentaneo +8 al 49' nell'unico istante di imbarazzo per la mischia argentina: l'introduzione di Landajo è al minimo sindacabile, non arriva manco dalle parti del tallonatore. I Pumas si ripigliano, con il gioco stretto e abrasivo rubano metri e portano a casa altri tre punti. E qui si chiude l'incontro: il calcio di Landajo dalla base dopo il drop di ripartenza che giunge nei 22 viene stoppato da Read che recupera il possesso, la manovra si allarga rapidamente e Savea arriva a destinazione. 25-13 al 53'.
Gli All Blacks andranno alla ricerca della meta del bonus, scontrandosi con la linea biancoceleste che tenta di imbastire qualche pericolosa ripartenza cominciando dalla consistenza della mischia ordinata che guadagna calci di punizione, ma la rimessa resta balbettante e lo sforzo svanisce. Dagg, prima di cedere il posto a Charles Piutau, regala un'altra opportunità perdendo in avanti la recezione di un penalty, ma questa volta Garcès punisce l'appena entrato Juan Pablo Orlandi. E poco dopo grazia il capitano Fernandez Lobbe che trattiene per la maglia Saili: chiede scusa e l'arbitro francese lo riprende soltanto, mentre Beauden Barritt fissa lo score finale. 

Mediaticamente l'attenzione si sposta sulla panchina All Blacks allo scoccare dell'ultimo quarto, quando Sam Cane rileva McCaw dolorante al ginocchio destro e vengono sguinzagliati gli inviati e i cronisti per capire l'entità dell'infortunio che finisce direttamente nei titoli degli articoli sulla partita. Il torneo chiude i battenti il 5 ottobre e se la prima "proiezione" medica dove essere confermata, il capitano neozelandese non lo rivedremo più in campo. Sabato prossimo ad Auckland scontro al vertice con gli Springboks, mentre i Pumas si spostano in Australia: la nave c'è, a sistemare la rimessa pure l'ancora. Telegrafico il commento di Garcés dopo i primi ingaggi con i nuovi tempi: "I think the scrum is good". 

sabato 24 agosto 2013

Same old Blacks

Rugby Championship: New Zealand 27-16 Australia

Resta in Nuova Zelanda la Bledisloe Cup, primo trofeo in palio in questa edizione di Rugby Championship, visto che dopo il successo della scorsa settimana a Sydney gli All Blacks di Steve Hansen fanno loro anche il match di ritorno contro l'Australia di Ewen McKenzie: finisce 27-16, nessuna scossa metaforica a quelle latitudini dopo il sisma vero e proprio che aveva interessato la zona di Wellington alla vigilia del torneo. Same old Blacks, prendendo in prestito e adattando all'occasione un motivetto da stadio (ad esempio "same old Sarries, always cheating!") diffuso tra le tribune inglesi. Always winning. Il modo non cambia: grandi accelerate, alternate a fasi più conservative anche se stavolta qualche brivido iniziale c'è per la truppa di casa, se non altro nel punteggio, dato che il piede di Christian Leali'ifano porta avanti i Wallabies per 6-0 nel primo quarto di partita, grazie all'indisciplina neozelandese e fischiata dall'arbitro sudafricano, Jaco Peyper.

Poi gli AB prendono le redini del tabellino e del resto. La partenza, accompagnata dall'arrivo della pioggia, è con i giri alti del motore e con Will Genia messo sotto pressione attorno ai raggruppamenti: le pertiche neozelandesi tipo Brodie Retallick vanno a caccia di ovali da stoppare dai calci dalla base, ci riescono e consentono all'apertura debuttante, il 24enne Tom Taylor, di mettersi in mostra con un break. Gli Aussie non sfruttano un'opportunità con una rimessa sui 22 avversari (qualche sbavatura da un lato e dall'altro in touch, alla lunga sono soprattutto gli australiani a soffrirne), ma Matt Toomua e Jesse Mogg amministrano al largo e gli ospiti bussano in attacco. Arriva il sostengo di Michael Hooper, Ben Alexander e Stephen Moore: il pilone si allunga per il touchdown con Peyper che ha già indicato un vantaggio, dal replay l'ovale pare toccare la linea di meta, ma l'arbitro torna indietro - forse considerando quello di Moore un secondo movimento? La decisione fa arrabbiare il blindside Scott Fardy e Leali'ifano al 7' apre le marcature. 
Ben Smith, Julian Savea e Israel Dagg allora rispondono accelerando sulle gambe, cominciano ad esplorare la profondità della metà campo australiana, Hooper prova a metterci una mano per interrompere un assist ancora a Savea, l'inerzia si chiude con un penalty per Taylor che non trova i pali. Ha invece il gps acceso Genia quando non si trova con due cacciatori alle calcagna e trova una rimessa nei 22 neozelandesi, gli AB commettono pure fallo sul proprio lancio e così i Wallabies si accampano sulla linea dei 5 metri. Il secondo tentativo dalla piazzola di Leali'ifanu non va a buon fine, il terzo sì per l'allungo momentaneo al 25'. La propensione offensiva della squadra di McKenzie è favorita pure dai 6 turnover concessi da Richie McCaw (che prima del fischio d'inizio aveva guidato l'haka) e compagni - scena già vista a Sydney, dove a pesare maggiormente erano stati i falli fischiati contro i campioni del mondo nello stesso arco di partita. 

Da qui l'Australia si vede sorpassata e staccata. Mogg - nuovamente, proprio come sette giorni fa, pare tutto un déjà vu- non trova la rimessa con una pedata lunga, Kieran Read recupera l'up&under di Dagg e così i neozelandesi prendono ritmo, accelerano con gli inserimenti di Savea e di Steve Luatua e completano all'angolo con B. Smith. Taylor trasforma per il 7-6, il pilone James Slipper si prende le spese di viaggio nell'impatto poco dopo con Ma'a Nonu per difendere il fortino, intanto Taylor può marcarne altri tre e non spreca al 36'. Il numero 10 prende confidenza, sul fuorigioco di Moore oltre la metà campo punta i pali, la gettata c'è, ma la traiettoria è appena larga. Poco importa, c'è il tempo giusto per un'ultima folata con Nonu, Conrad Smith a fare da spalla ancora la terza linea Luatua che slalomeggia per vie centrali e arriva sotto i pali, al largo ci pensa Dagg a smistare per la doppietta di B. Smith alla bandierina: il tentativo di conversione di Taylor sbatte contro entrambi i pali, ma il break è fatto per l'intervallo, 15-6.

La ripresa offrirà a Tony Woodcock, al 100° cap tuttonero, di vedere la sua mischia mettere alle strette quella davanti a lui - ci sono attimi in cui l'ingaggio ricorda da vicino il Rugby League (ovvero, che si fa la mischia a fare?), altri in cui si torna ai consolidati problemi (gente che non entra dritta, prima linea che cede a causa della distanza dal punto di incontro), mentre i mediani per lo meno introducono secondo le regole - in particolare Genia, che s'inventa l'introduzione dritta, ma direttamente dietro il piede del tallonatore, almeno l'ovale non è sparato in seconda linea. 
I Wallabies lavorano di più, James O'Connor si invola verso i 22, ripreso dal ritorno di Taylor mentre l'ala cerca di saltare Aaron Smith che presidia l'angolo di corsa di Adam Ashley-Cooper a rimorchio. Ne esce comunque una penaltouche e nella battaglia di trincea che ne segue Read obbliga Hooper al tenuto. L'Australia ora guida nel conteggio dei palloni persi, Taylor dalla distanza fissa il +12 e al 59' gli risponde Leali'ifano per tenere i suoi in scia, ma il neozelandese replica a sua volta un minuto più tardi, mentre Toomua lascia il posto a Quade Cooper. Genia subisce la terza stoppata dell'incontro e sempre Taylor firma il massimo vantaggio (24-9) quando si sta per entrare negli ultimi dieci minuti. Cooper, Leali'ifano e il neoentrato Tevita Kuridani ci provano, ma quest'ultimo non aggancia la palla. Mogg smarrisce il radar nel gioco al piede (o non trova la rimessa o calcia direttamente fuori), al 70' gli Aussie perdono il lancio in touch, ma a mettere ordine ci pensa Israel Folau che intercetta un pigro e prevedibile passaggio di Nonu e va in coast-to-coast, fintando su Dagg che rimane a guardarlo da terra correre a marcare per il 24-16. Lo stesso estremo mette gli ultimi punti a referto da sotto i pali a quattro dalla fine. 

Gli All Blacks continuano a tenere meno palla, a placcare di più, ad occupare di meno il territorio nemico e a vincere. Quanto all'Australia, il materiale c'è e gli intenti non mancano - i due nuovi innesti della gestione McKenzie, Toomua e Mogg, alternando alti e bassi toccano più palloni. Ha due settimane per prendere le misure ai panzer sudafricani in arrivo sull'isola: che invidia... 
Quanto al resto, Rugby Dump offre gli spunti alcuni dei quali annotati anche sul nostro taccuino, specie per ciò che concerne la mischia e quella meta di Moore nel primo tempo che, vista l'inerzia ospite della prima parte, sarebbe pesata nell'economia degli ottanta minuti - Peyper per di più assegna un calcio di punizione alla Nuova Zelanda quando pareva aver segnalato un vantaggio agli australiani, perché alle sue spalle un Wallaby si piglia giusto un istante con un avversario (pure il commentatore di casa si lascia scappare "are you kidding?").

domenica 18 agosto 2013

Alluvione di mete a Soweto


The Rugby Championship: South Africa 73 - 13 Argentina

Rimaniamo con le analogie atmosferiche? Un risultato che oscura l'unico passo veramente falso argentino nel primo The Rugby Championship, quel brutto colpo d'incontro in pena esaltazione, il 15-54 inflitto dagli All Blacks a La Plata. Qui abbiamo il maggior divario e punti subiti di sempre nel torneo, includendo tutti i TriNations dal 1996: gli va quasi vicino un 61-22 inflitto a Pretoria dal Sudafrica all'Australia nel 1997, poi un paio di più recenti botta e risposta tra le due, un 53-8 all'Ellis Park nel 2008 e il 49-0 a Brisbane nel 2010. Ma stavolta son sessanta di margine, è decisamente peggio. In assoluto si tratta della seconda vittoria più larga della storia Springboks, dopo i 101 punti rifilati agli Azzurri a Durban nel 1999 con Mallett in panchina (non la nostra).
Le previsioni più fosche si sono rivelate purtroppo vere, questa Argentina col Championship non c'entra proprio più nulla, in nessun campo: sul piano tecnico di squadra, degli skill individuali, della motivazione, della preparazione. Zero. Urge cambiamento imponente. Quel che abbiamo visto è stato un Test Match tra una nazionale First Tier e una Third Tier, avrebbe potuto essere in campo l'Italia versione estiva.
Nove mete contro una consolation try al 79', Morne Steyn che incassa un bottino personale di 28 punti: ma poi i 722 metri corsi contro 255, 63 palle portate contro 23, 128 passaggi contro 56 ...
Tanto a poco, da rendere la partita decisamente ad un altro livello tecnico, ben inferiore a quella di Sydney. Un Test Match come tanti, appunto. Un equilibrio apparente solo fino alla mezz'ora, prima gli Springboks han lavorato ai fianchi gli avversari, apparentemente accettandone il ritmo lento, replicando sornioni come fan sempre con calci al cielo e tutti sotto, ma in realtà confidando primariamente sulle fasi statiche.

L'arma letale che rompe l'equilibrio è ovviamente la rimessa laterale comandata da Juandre Kruger al lancio preciso di Adriaan Strauss, dalla quale innescare le solite maul: i Boks ne hanno eseguite 12, bottino quattro mete (una di punizione, poi Strauss, Willem Alberts, Bismark Du Plessis). La prima come si diceva è di punizione e costa anche il giallo al tallonatore Guinazu: tecnicamente vien punito per un intervento sull'ovale a rompere il gioco ma era la terza maul che gli argentini atterravano malamente, a pochi metri dalla linea di meta sotto gli occhi dell'arbitro Pollock, neozelandese poco avvezzo.
Eh si il rugby come il pugilato può essere un affare semplice ed estremamente lineare se hai il fisico, il coraggio di metterlo in gioco, la tecnica individuale  e quella collettiva. E sai rimanere concentrato e determinato per 80 minuti su ottanta, anche quando il fiato brucia il sangue cola e i muscoli dolgono.
Abbiamo detto di maul atterrate malamente e nel disordine dagli argentini: lo stesso vale per la gestione dell'altra fase statica, la mischia ordinata. Pareva che non si fossero mai allenati assieme men che meno avessero provato le nuove regole (ingaggi anticipati, spinte anticipate, introduzioni storte: tutto il campionario),  oppure come dei novellini che cedono all'emozione e alla forza superiore avversaria. La formazione di emergenza col pilone sinistro improvvisato Figallo e uno destro esordiente Diaz non ha cavato un ragno dal buco, privando gli ospiti dell'ancoraggio principale del loro gioco. Al contrario i Boks han mostrato un buon adattamento alle nuove regole, il migliore visto sinora: che l'introduzione sia loro o meno non cambia, entrano in spinta e conquistano l'ovale di forza senza che il tallonatore interrompa la spinta (la tecnica del cosiddetto "mezzo tallonaggio", introdotta guarda caso dai pack argentini illo tempore). Certo, poi si vede anche "l'europeo" Steenkamp che al "bind" s'attacca alla maglia dell'avversario a livello tetta, altro che ascella, per tirarlo giù: ma persino Pollock lo sgama due volte su tre. Ecco, con le nuove regole d'ingaggio perlomeno si vede tutto molto più chiaramente di prima, poi sta all'arbitro farsi rispettare.

A fine del primo tempo è 26-6 per i Boks e partita già da archiviare: i punti fatti con quella meta di penalità, con un break del muscolare JJ Engelbrecht e col piede di Steyn - e poteva essere anche peggio, se l'evidente mismatch in campo non avesse risvegliato una irrispettosa "mentalità Bulls" che trasforma in penaltouch una serie di tre punti quasi certi per i piedi di Steyn. Nel mentre non solo non si vede nulla di nulla che gli ospiti possano contrapporre - individualità, una singola fase, un reparto, niente - ma come succede dovente a chi giochi a un livello troppo diverso, alla fine i peggiori si fanno anche male: nel primo tempo "cadono" le colonne Albacete e JM Hernandez, poi Diaz (esordio da incubo, da dimenticare in fretta).
Nel secondo tempo i Boks continuano a macinare ossa e gioco marcando altre due mete di maul (Strauss e Alberts), poi come fanno sempre attorno all'ora di gioco suonano la carica, alzano il ritmo e non fanno più prigionieri. Il segnale è l'ingresso in campo di Fourie DuPreez in mediana al 54' assieme a piloni freschi e a Bismark Du Plessis. Va ben che non si tratta di test probante - sul 38-6 e ovale mai visto per un quarto intero, il morale dei sudamericani era già abbondantemente sotto i tacchi - ma quel mediano 30enne andato a capitalizzare il suo talento in Giappone, possiede due ottave in più  rispetto a Pienaar: con che autorità, precisione ma anche improvvisazione e fantasia!  Ai suoi antichi estimatori, incluso chi scrive, torna in mente la frase commossa del leone anziano: "Il Re è tornato".
Par quasi il colpo di pistola dello starter: al 55' è intercetto di Jean de Villiers a metà campo e meta (mezza) coast to coast; 62': guizzo di Du Preez sulla linea dopo break di Engelbrecht e Habana; al 65' tocca finalmente marcare anche al Bryan beniamino del pubblico di Soweto; al 69' è la prima meta internazionale di Duane Vermeulen pilastro del pack (nella foto); al 75' tocca a Bismark festeggiare dopo tanto tempo, si allestisce una maul precisa, lui lancia Kolisi atterra e tutto il resto è standard; nel frattempo il nuovo entrato Jan Serfontein semina il panico e si mangia una meta per un offload troppo frettoloso. Mancano pochi minuti alla fine, Bismark li raduna tutti e dal labiale par dire, dài che ne marchiamo altre due. Non smettere di "infierire" è il modo migliore di rispettare il nemico a terra. Che risponde con un tardivo guizzo fortunoso ma voluto, siglato dal migliore dei suoi nel disastro e alla fine autore di tutte e tredici i punti, Felipe Contepomi che in teoria questa partita avrebbe dovuto vederla in pantofole da casa.

Ecco, la considerazione per coach Phelan sorge spontanea: premesso che lo sa anche lui, ma con una terza linea Matera-Senatore-Leguizamon si va (forse) ai playoff della Vodacom Cup e non al The Championship; per non dire di Figallo-Guinazu-Diaz, o di Landajo - Sanchez a gestire il gioco - adatti appunto alla Vodacom Cup. Sarà sufficiente recuperare Fernadnez Lobbe?  o sarà il caso di richiamare dal ritiro con Contepomi anche Roncero? A questa Argentina che ci rifiutiamo di chiamar Pumas manca il ricambio, ci si aggrappa ai soliti onesti lavoratori datati stile Leguizamon, Galarza, Cabello, Bosch, Agulla etc. ma quel che è peggio, nei (semi-)nuovi sembra mancare anche la "garra".
Quanto ai Boks, vedremo alla prova fuori casa se sapranno tenere i nervi saldi. Servono senz'altro per quel gioco "alla Bulls contaminati WP/Cheetahs" che Heyneke Meyer ha impostato, di cui Steyn è interprete fondamentale (ha giocato 80 minuti, Lambie è entrato estremo); c'è la "fase muscolare" ben interpretata da Etzebeth, Alberts e Vermeulen, quella più tecnica guidata da Strauss, Kruger, Louw più Jean Du Plessis e The Beast Mtawarira in prima linea. Tutto semplice e lineare, incluse le accelerazioni al momento debito. Se DeVilliers con Habana dietro sono collaudati, bisogna ora mettere alla prova i ragazzi delle accelerazioni - Engelbrecht, Willy Le Roux, Basson e Serfontein - sotto pressione vera. L'inizio comunque è stato really impressive e dovrebbe dar fiducia.

sabato 17 agosto 2013

Rovesci intensi su Sydney








Rugby Championship: Australia 29 - 47 New Zealand



L'edizione 2013 del Rugby Championship ha dunque preso il via a Sydney con il primo incontro del torneo, quello tra la nuova Australia di Ewen McKenzie e la solita Nuova Zelanda di Steve Hansen: in palio la Bledisloe Cup che resta alle longitudini neozelandesi grazie al 47-29 con cui gli All Blacks si aggiudicano il match disputato sotto intensi ed improvvisi rovesci d'acqua. Metaforici: si tratta in realtà delle perturbazioni offensive portate dai campioni del mondo in carica nella metà campo avversaria e che raggiungono un'intensità particolare soprattutto nel secondo e terzo quarto di gara anche con il nome del capitano Richie McCaw nel tabellino dei marcatori in occasione del ritorno sul fronte. 
Dall'altra parte della barricata, i Wallabies post Lions Series, con un nuovo comandante nel box riservato allo staff e due innesti freschi nella spina dorsale del XV, Matt Toomua all'apertura e Jesse Mogg come estremo, entrambi Brumbies finalisti di Super Rugby. 

Ad arbitrare l'incontro il sudafricano Craig Joubert. Pronti-via, volano un paio di placcaggi consistenti e i neozelandesi recuperano il possesso provando ad innescare la corsa dell'ala Ben Smith sulla corsia di destra. Nei 22 australiani si rimane, con il lancio dalla rimessa e un tentativo di maul che non avanza, mentre i pick & go degli ospiti impattano contro una solida linea difensiva, ma è Aaron Cruden a dare una mano all'iniziativa dei suoi accelerando due volte: prima correndo obliquamente, poi riciclando per B. Smith che marca nell'angolo. Trasformazione a segno per il 5-0 neozelandese dopo nemmeno cinque minuti. Sono le prime battute e l'Australia può riprendere la barra approfittando dell'indisciplina avversaria: Mogg non trova i pali dalla distanza, Christian Leali'ifanu al contrario sì e all'8' si assiste al primo ingaggio secondo le nuove regole: Will Genia viene punito perché l'inserimento "is not straight" - non lo è nemmeno quello di Aaron Smith nella mischia seguente, spedito in seconda linea, ma stavolta Joubert non fischia. 
Leali'ifanu accorcia tra l'esaltazione del pubblico per il fallo ravvisato a McCaw al 12' e Michael Hooper fa il McCaw ai danni dello stesso capitano AB, obbligandolo al tenuto a ridosso della linea dei 5 metri. L'Australia, con la truppa di Hansen che rallenta la marcia, si rende minacciosa con l'inserimento di Adam Ashley-Cooper lanciato da Leali'ifanu, quindi conserva il mantenimento e prova a sfondare con il duetto pesante James Slipper - Stephen Moore, ma l'intento a lungo andare svanisce. Le nubi minacciose non si spostano da Sydeny, Cruden porta gli ospiti sul 10-6 al 19', Leali'ifanu ribatte e addirittura marca il vantaggio australiano al 28' (12-10), prima della tempesta. 

Restart, ovale in cassaforte australiana sui 22, Toomua e Mogg si scambiano le posizioni, ma la debuttante apertura resta attorno al raggruppamento e quando Genia allarga per allentare la pressione, Leali'ifanu è distante un uomo di troppo, l'esecuzione del calcio non è veloce abbastanza e Cruden lo stoppa per ribaltare immediatamente la situazione schiacciando in meta. Riprende a piovere e il vento porta con sé Conrad Smith, Ma'a Nonu (fa da perno e assorbe la guardia, aprendo così lo spazio al collega di reparto) e Israel Dagg: non è un caso che tre delle pedine più pericolose tra gli ABs salgano in scena in una fase di gioco rotto, quando i neozelandesi ne approfittano per aumentare i giri del motore come nei primi istanti di partita. Mogg potrebbe far respirare i suoi con un penalty che non esce e il contrattacco si chiude con McCaw che resiste al ritorno di Hooper e marca la terza meta neozelandese. Don't feed the animals: che già gli ABs sanno come procurarsi il cibo, se si aggiunge una manciata generosamente offerta si prendono l'intero tavolo. Al 33' il punteggio è di 22-12 e forse colpiti dal virus dall'altruismo gli ospiti si pestano i piedi in touch in proiezione offensiva, Hooper è tipo sveglio e agguanta il pallone che gira a Genia, tipo veloce, che semina Cruden, A. Smith e Dagg in una volata di settanta metri per il primo touchdown dei Wallabies a due minuti dall'intervallo. Cruden limita i danni con un piazzato: la prima frazione si chiude sul parziale di 25-19. 

La ripresa pare indicare accenni di miglioramento nelle condizioni atmosferiche per gli australiani, che mettono in difficoltà la prima linea opposta al 44'. Sam Whitelock non rotola via dopo il placcaggio e sempre Leali'ifanu non sbaglia per il -3, però gli sforzi nella fase manovrata per superare la linea di metà campo vanno a sbattere. A Julian Savea al contrario basta una finta di corpo per mandarne fuori giri tre: sul proseguimento d'azione la trasmissione tra la coppia di mediani è a rilento, A. Smith si fa perdonare al 51' quando attacca lo spazio e serve il puntuale C. Smith nell'attimo in cui è placcato da Mogg: l'out side centre corre in area di meta al 51', mentre cinque minuti più tardi B. Smith (pare di commentare il Galles non tutto questo ripetersi di cognomi...) firma la doppietta, partorita da un lancio storto del neoentrato Keven Mealamu. Si passa per la mischia australiana sui propri 5, il tallonaggio non è controllato, Steven Luatua si lancia sul pallone sparato fuori, gli ABs passano da un lato all'altro e Dagg serve l'assist per l'ala. 
Si entra nell'ultimo quarto sul 37-22 e poteva andare peggio ai Wallabies se il calcetto di Cruden destinato a Savea non fosse andato a sbattere sulla bandierina quando il trequarti stava per raccoglierlo, sul contropiede inaugurato dall'apertura che va all'intercetto. Quade Cooper rileva Toomua, l'altro debuttante Tevita Kuridrani entra per Mogg con James O'Connor che da ala si sposta fullback. 

Cruden cede il posto a Beauden Barrett, mentre Tawera Kerr-Barlow sostituisce A. Smith. Per il numero 10 dei Chiefs buona prestazione al piede (mancano a referto le due conversioni che colpiscono non solo il palo, ma pure la traversa). Ciò che accade al 73' è da inserire nella rubrica della Settimana enigmistica "Trova le differenze": il penalty di Barrett non esce dal terreno di gioco, il triangolo allargato australiano prova a costruire dai 22, ma nel frattempo la difesa neozelandese è salita a presidiare gli spazi, l'ovale esce da una ruck sulla corsia di destra dove B. Smith raccoglie e va per l'hat trick. Quaranta minuti prima, con il calcio di Mogg rimasto in gioco, il risultato si era materializzato con la marcatura di McCaw. 
Le iniziative di Leali'ifanu prima e Cooper dopo svaniscono nel nulla, senza sostegno e specialmente ordine nelle idee per tentare di agguantare la consolation try che giunge allo scadere con O'Connor e gli ospiti in inferiorità numerica per il giallo a Whitelock che rallenta la ripresa del gioco dopo un fischio di Joubert sotto i pali neozelandesi al 79'. 

Le due compagini si ritroveranno tra setta giorni a Wellington, salvo cambiamenti di programma per gli effetti del terremoto sulle strutture della città. Intanto si sono registrati temporali estivi (che arrivano improvvisi ed improvvisi ritornano) nell'Emisfero Sud, dov'è inverno.  

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