martedì 12 aprile 2011

Concussion: better safe than sorry

Commozione celebrale. Un dato di fatto in uno sport di contatto come lo è il rugby che con il tempo ha assunto un peso sempre maggiore nei dibattiti che circondano la palla ovale, soprattutto nel campo medico. D’altra parte c’è poco da scherzare perché gli effetti di questo tipo di infortunio non sono sempre evidenti al momento dell’impatto (perdita di equilibrio, fatica a rialzarsi, difficoltà nel mettere a fuoco quello che è accaduto), ma possono farsi vivi a distanza di anni. Ne sanno qualcosa nel football americano, dove alcuni giocatori anche sulla trentina si trovano a fare i conti con la cosiddetta Chronic Traumatic Encephalopathy (CET), l’encefalopatia cronica dove ai traumi riportati.

John Daniell è un ex rugbista neozelandese, classe ’72, che ha calcato i campi d’Europa tra cui quelli del Perpignan e del Montpellier. È lui l’autore di un articolo apparso sul mensile Rugby World dove affronta a viso aperto il tema. E parte da una considerazione da giocatore: il non voler abbandonare il campo dopo un duro colpo patito, rispondendo di sì al medico del club e all’arbitro che si avvicinano per chiedere se va tutto bene e se si intende continuare a giocare. Daniell nella sua carriera racconta di aver sofferto di tre concussion particolarmente forti e di essersi sentito dire in una occasione da un dottore mentre era ricoverato in ospedale che doveva smettere di giocare. E ancora di quella volta al Perpignan in cui, dopo essere rientrato in squadra in seguito ad un periodo di riposo per una commozione, finì di nuovo al tappeto per un colpo alla testa. Il lunedì dopo il match in questione l’allenatore gli si avvicinò dopo aver analizzato la partita al video con l’intera squadra per dirgli: “E francamente John, se non puoi prendere una botta faresti meglio a ritirarti”. Affermazione che non ha nulla a che vedere con la frase di Pierre Berbizier in "testata" a questo blog ("If you can't take a punch, you should play table tennis"): un conto è un pugno di quelli che volano durante le partite, un conto sono due commozioni di fila. 


Secondo una ricerca condotta sull’arco di tre anni nella Premiership e pubblicata nel 2008, la concussion è il terzo infortunio più comune per partita. Nulla a che vedere con i dati che arrivano dalla NFL dove tra i 30 e i 49 anni si registrano casi di demenza o perdita di memoria superiori alla media nazionale di 19 volte. Gli accorgimenti tecnici hanno permesso di arrivare alla fabbricazione di elmetti di gran lunga più sicuri rispetto al passato, ma quando un placcaggio finisce per prendere la testa si fa irrimediabilmente sentire, tanto più se sostenuto dal peso dell’altro elmetto e dalla velocità dell’impatto.
Nel rugby è di prassi adoperare il Maddock test per avere nell’immediato una panoramica delle condizioni di un giocatore: ci si avvicina a lui, si comincia ad interrogarlo (“Chi ha segnato l’ultima meta?”, “In quale stadio siamo?”, “Che tempo è questo?”, “Contro chi hai giocato la scorsa settimana” e altre domande del genere), lo si fa alzare e si passa all’analisi delle condizioni di equilibrio con gli occhi chiusi. Se si commettono almeno cinque errori nel giro di 20 secondi, allora è evidente che l’atleta non può proseguire e deve essere sostituito immediatamente. Può servire, ma non bastare, scrive Daniell. Che si sofferma sulle sensazioni che lui stesso ha provato, per cui da seconda linea – dopo essersi formalmente ripreso – faticava a capire le giocate in rimessa e a concentrarsi su quanto stesse accadendo, muovendosi confuso avanti e indietro. 


Scene simili si sono viste con Chris Ashton lo scorso novembre, durante il Test Match contro il Sud Africa. A fine partita l’ala inglese svelerà che non era al massimo della condizione, che restando in campo aveva messo in conto di rischiare qualcosa. È a questo punto che si passa ad un altro fattore rilevante, la psicologia del giocatore. Che non vuole certamente cedere il posto ad un altro che potrebbe soffiarglielo: sembra una logica senza senso, ma d’altronde siamo alle prese con dei professionisti ad alti livelli che sanno di avere alle loro spalle gente pronta a sostituirli. Vogliono dimostrare di avere la cervice dura e di non mollare. E poi c’è l’agonismo, tipico del rugby, della sofferenza, della fatica, del sacrificio, dello scontro fisico appunto. Anche in una fase in cui questo sport è diventato sempre più veloce, dove la palla resta in gioco per periodi lunghi e che – sempre ad alti livelli – richiede preparazioni fisiche sempre più strutturate. E dove si registrano casi come quello del tallonatore del Leinster, John Fogarty, che lo scorso anno ha deciso di ritirarsi dopo troppe commozioni. Un altro tallonatore del club irlandese, Bernard Jackman, ha svelato di averne subite otto nella sua ultima stagione. Il caso più recente ed eclatante: Berrick Barnes, l'apertura dei Waratahs di Sidney, due concussion subite all'inizio del campionato SuperXV e ora a riposo precauzionale per il resto della stagione.

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